Essere o parere anarchici

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Giuseppe Ciancabilla

 

 

Accade il contrario di quello che dovrebbe succedere. Per i più l’essere anarchici è una questione di forma; per i meno, per i pochi soltanto, è una questione di sostanza.

 

La forma, l’apparenza: ecco l’eterna ingannatrice che ci fa deviare dal giusto cammino della verità e ci trascina, in una dilettevole illusione, per i facili sentieri delle soddisfazioni momentanee.


 

La preoccupazione della forma è quella che ritarda i giorni dell’avvento dell’Idea; la tendenza a presentare questa povera Idea sotto l’aspetto lusinghiero e allettatore di una bella personcina agghindata e ben messa, che sa fare complimenti a tutti, che non sa disgustarsi alcuno, che vuol conciliare gli spiriti più discordi, è una tendenza che io chiamerei di buone intenzioni, ma che in pratica riesce dannosa e negativa.

 

Come in letteratura i lenocini della forma annegano il concetto robusto in una sdolcinatura indigesta, come nella plastica la preoccupazione di rifinire il contorno secondo la precisione simmetrica distrugge la linea forte ed espressiva dell’ardita concezione artistica, così anche nel movimento libertario, la preoccupazione della forma e dell’apparenza distrugge la virilità aspra e rude, sia pure, ma adatta ad aprirsi un cammino, dell’Ideale.

 

C’è fra noi un difetto di estetismo: quello di voler rendere bello ad ogni costo ciò che agli occhi, velati di pregiudizi dei profani, sembra in urto colle convenzionali concezioni della vita sociale odierna. E la mania estetica ci fa sminuire, rifilare, ritoccare, riaggiustare, assottigliare la gigantesca parvenza plastica dell’Idea che, nuova, vergine, robusta, va innanzi, spazzando dagli ostacoli la via — ma non soffre le moine degli adoratori raffinati, che la vorrebbero incipriata e imbellettata, per piacere a tutti.

 

E così naturalmente sorge una questione di essere o parere anarchici. S’intende che io non metto minimamente in discussione il dubbio della buona o cattiva fede.

 

Parlo dei casi anzi più tipici di buonissima fede. Per me la biforcazione delle due tendenze si stacca in questo dilemma: essere anarchici per sé o esserlo per gli altri.

 

Ad alcuni potrà sembrare che io faccia dei paradossi, che per capriccio di stranezza mi voglia perdere nell’assurdo e nello strambo.

 

E pure questo dilemma è per me così chiaro, così preciso, così nitidamente impresso nel mio cervello, che mi pare debba essere da tutti afferrato ed accettato facilmente.

 

Infatti io credo che per “essere” anarchici, si debba soprattutto esserlo per se stessi. Quando nell’individuo si è sviluppato il bisogno di funzionare fisiologicamente e psicologicamente in un ambiente libero, senza costrizioni, senza impedimenti alla massima esplicazione del proprio io, quando nell’individuo il concetto della vita libertaria diventa così radicato nel suo essere da costringerlo a ribellarsi contro tutte le forme imposte e convenzionali della vita sociale ed individuale di oggi, allora egli è anarchico per se stesso, per un bisogno prepotente del suo essere, il quale, sentendosi soffocare nell’ambiente attuale, cerca di spezzare le barriere che gli impediscono di tuffarsi nella nuova vita, dov’egli sa di trovare aria, luce, sole, ideale — la felicità infine.

 

Si obietterà: ma quest’individuo agirà per sé, e quindi in modo insufficiente per realizzare il suo scopo; trascurerà gli altri che lo possono, lo debbono anzi aiutare a vincere.

 

Non è vero. Appunto perché egli vuol vincere, l’individuo, per necessità naturale, sarà costretto ad attirare altri nell’orbita della sua azione e della sua teoria; cercherà di convincerli, di dare ad essi l’energia che è esuberante nel suo essere, di deciderli all’azione. Soltanto la sua propaganda, appunto perché soggettiva, sarà naturale, sincera, sarà la vera manifestazione delle concezioni spontanee individuali, e non sarà foggiata su nessuna falsariga, su nessuno schema imposto e suggerito da qualche autorevole; sarà infine il prodotto logico delle sue concezioni intellettuali e morali. Quelli che un tale individuo avrà attirati alla sua propaganda saranno degli individui, come lui, che potranno affermare vibratamente il concetto particolare della loro individualità. Saranno degli individui distinti che lotteranno, ritrovandosi spontaneamente e necessariamente nella lotta, senza perdersi, per mancanza di criterio proprio, nella massa incolore ed informe dei seguaci incoscienti d’un ideale, irreggimentati nelle varie forme d’organizzazione.

 

Così l’individuo che è anarchico per sé lo è necessariamente per gli altri; ma lo è in modo soggettivo, cioè in quanto ciò bisogna a se stesso. L’individuo invece che è anarchico per gli altri, nella maggior parte dei casi pare, ma non lo è in sostanza. Egli è l’individuo che ha la preoccupazione di smerciare a un bel pubblico il più che sia possibile dei suoi prodotti. La sua propaganda è tutta oggettiva, perché non è un bisogno del suo io, ma è la fissazione di colui che vive per aver dietro di sé un seguito di convinti della sua Idea. Per questo egli è costretto a presentare quest’Idea sotto l’aspetto più seducente, accomodandola alle esigenze del suo pubblico, smussandola di ciò che può parere aspro e difficile a concepirsi, adattandola a tutte le esigenze curiose di coloro che vogliono sapere, vogliono prevedere, vogliono, prima di demolire, ricostruire idealmente il futuro.

 

L’Idea vien così fuori da questa propaganda accomodata a tutte le salse e a tutte le transazioni — perché si deve adattare a tutti i gusti; e colui che fa della propaganda per avere un seguito di simpatizzanti più o meno convinti, senza sentire il bisogno di agire per se stesso, deve appunto adattarla ai gusti degli altri, purché egli abbia la soddisfazione di renderla piacente e ben accetta. Oltre la propaganda teorica, vi è anche la propaganda sull’azione continua dei due individui. L’anarchico per se stesso tenterà, si sforzerà di vivere sin d’ora nel modo più libertario possibile: questo stato permanente di ribellione contro tutti gli ostacoli, i pregiudizi e le convenzioni della vita odierna, è per lui una necessità, un impulso naturale delle sue funzioni organiche. L’anarchico per gli altri, invece, non si preoccuperà di questo esempio vivente di realizzazione pratica dell’ideale, giacché egli non ha un’individualità propria, avendo disperso negli infiniti adattamenti della propaganda oggettiva ogni atomo del suo carattere particolare.

 

Son queste idee buttate giù alla meglio il frutto di riflessioni che vorrei si elaborassero anche nella mente dei compagni. È una questione che può parere bizantina, che farà gridare molti seguaci della propaganda oggettiva e accentratrice, che parrà infine, come ho già detto, paradossale, ma per me è una questione di vita o di morte, questa dell’essere o del parere anarchici.

 

 

(La Questione Sociale, Anno V, n. 93, 7 gennaio 1899)

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