La congiura per l’eguaglianza di Buonarroti

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Nino Napolitano

Giosuè Carducci in una nota del Ça ira, scrive: «Oggi è vezzo, non saprei se teorico, voler abbassare e impicciolire la rivoluzione francese: con tutto ciò il Settembre del 1792 resta pur sempre il momento più epico della storia moderna». E l’anatema dei pavidi contro la Grande rivoluzione non è ancora spento e si continua a bestemmiare la Rivoluzione francese per avere essa creato nell’animo del servo dell’antico regime quel sentimento iconoclasta contro ogni potere sacramentato.

Ma colla buona grazia di quei signori ossequienti all’ordine di… Versiglia, noi diciamo: che se la Rivoluzione francese ad altro non è servito che a debellare la coscienza eunuca, la rassegnazione conserta della folla sanculotta e la sua devozione ai feticci del trono e dell’altare, anche solo per quello, sia ancora e sempre: Evviva! alla Rivoluzione francese. Se poi, le istituzioni uscite dalla Grande rivoluzione sono arrivate dove oggi sono arrivate, ciò non è per quello che la rivoluzione aveva dato sul campo della libertà, bensì per quello che il Terzo Stato borghese non volle che si desse, per sacrificare le grandi aspirazioni della massa popolare alle sue finalità manigolde. Mozzato il capo di Luigi XVI la borghesia del Terzo Stato non aveva più da temere se non la minaccia della piazza, reclamante le sue guarentigie; e contro quella minaccia, sin da quel 1793, il Governo della Repubblica si era adoperato con ogni mezzo draconiano. Ora quando un diritto popolare non esce dalla Rivoluzione combattuta dal popolo è fellonia sperarlo poi dalla concessione dello Stato consolidato nel suo nuovo potere. Poiché è altresì una eresia il voler ammettere che lo Stato lungo la sua funzione si evolva: mediante la sua funzione, lo Stato, come ogni altro organismo, decade. È nella legge biologica la funzione che crea l’organo e l’organo riproduce la funzione. E, mediante la sua funzione lo Stato è destinato a cadere nel vizio degenerativo. Bovio diceva, che «bisogna rassegnarsi allo Stato come ci si rassegna alle sepolture, che scoperchiate ammorbano». E i grandi novatori della Rivoluzione francese già presentivano il lezzo della putredine per cercare sin dal principio di limitare la funzione della piovra statale e dare incremento e sviluppo alle organizzazioni popolari. Ma questo era quello che i «rivoluzionari» borghesi della gironda non volevano, come lo ammette, senza perifrasi, uno di essi, il Brissot, nel suo libello A tutti i repubblicani di Francia.
«Io credetti arrivando alla Convenzione – scrive il Brissot – che poiché la monarchia era annientata, poiché tutti i poteri erano tra le mani del popolo o de’ suoi rappresentanti, i patrioti dovessero cambiare strada a seconda delle modificazioni della loro situazione.
Io credetti che il movimento insurrezionale dovesse cessare, poiché quando non c’è più tirannia da abbattere, non vi deve neppure essere forza insurrezionale.
Credetti che l’ordine solo potesse procurare la calma; che l’ordine consistesse nel religioso rispetto per le leggi, per i magistrati, per la sicurezza individuale.
Credetti per conseguenza che l’ordine fosse una vera misura rivoluzionaria».
Dunque, non l’abolizione del privilegio sotto tutte le forme voleva il Terzo Stato borghese, ma solamente l’abolizione del privilegio sotto una data forma; e non nell’interesse della universalità del popolo francese, ma di una classe, di una nuova classe privilegiata.
E nell’idea di quei novatori del diritto pubblico si può dire che erano già chiari i principi di un nuovo ordinamento politico-sociale decentrato e con finalità comunistiche.
E nel Catechismo di Boiyel, per esempio, si possono leggere di questi principi: «Quali sono le principali istituzioni di quest’ordine mercenario, omicida e antisociale? Sono le proprietà, i matrimoni e le religioni, che gli uomini hanno inventati, stabiliti e consacrati per legittimare le loro convinzioni, le loro violenze e le loro imposture. Quali sono gli oggetti sui quali gli uomini hanno esteso i diritti di proprietà? Sono quelli dei quali hanno creduto impadronirsi, o far credere che se n’erano impadroniti, come le terre, le donne, gli uomini stessi, il mare, i fiumi, le fontane, il cielo, gl’inferi, gli stessi dei, dei quali hanno sempre fatto e fanno traffico».
Siamo alla forma embrionale del comunismo, libertario, si capisce.
«Naturalmente – scrive il Kropotkin –, il comunismo del 1973 non si presenta con quell’assieme di dottrine che si riscontra nei continuatori francesi di Fourier e di Saint-Simon, e specialmente in Considérand o anche in Vidal. Nel 1793 le idee comuniste non si elaboravano nel gabinetto da studio, ma nascevano dai bisogni stessi del momento».
Comunque, le idee comuniste di quel tempo erano quelle stesse condivise dal Babeuf e dal Buonarroti. Nei fini, diciamo, perché nei mezzi il Babeuf, come il Buonarroti avevano conservata la mentalità borghese, e non potevano che fallire alla prova.
Filippo Buonarroti, nato a Pisa il 12 novembre 1761, e morto a Parigi il 15 settembre 1837, condivise le idee comuniste di Francesco Natale Babeuf, nato il 1760 e morto il 1797. Il Babeuf riassunse le sue idee sulla rivoluzione sociale nel suo giornale Il Tribuno del Popolo, e con Buonarroti, Silvain Maréchal e Darthé fondò poi una Società segreta, che aveva per scopo di impadronirsi del potere e di costituire un Direttorio, che avrebbe introdotto il comunismo su una base nazionale. Sui principi di quella Società (La Società degli Eguali), il Buonarroti poi scrisse due volumi in francese: Conspiration de l’Egalité (Bruxelles, 1828). Dagli stessi apologisti del Babeuf, i principi di quella Società segreta, che erano anche quelli di Buonarroti, dovevano essere giudicati opportunisti:
«Molti spiriti capivano a quell’epoca, che un movimento verso il comunismo sarebbe stato il solo mezzo per assicurare la conquista della democrazia, ma Babeuf cercava – come ha detto un suo apologista moderno – di insinuare il comunismo nella democrazia. Mentre diveniva evidente che la democrazia avrebbe perduto le vere conquiste se il popolo non entrava in campo. Babeuf voleva la democrazia prima, per introdurvi poi a poco a poco il comunismo». E questo è l’errore che noi abbiamo segnalato in principio, dicendo che gli sviluppi di una rivoluzione non si devono aspettare dal nuovo potere costituito. «Babeuf, Buonarroti, e gli altri membri della Società segreta credevano persino di giungere alla conquista dei loro postulati con l’azione di pochi individui, i quali s’impadronirebbero del Governo mediante la Società segreta. Il Babeuf giungeva persino a porre la propria fede in un individuo, purché avesse la forte volontà d’introdurre il comunismo e di salvare il mondo».
Con questi principi i rivoluzionari comunisti erano condotti da Babeuf. Pensarono ancora una volta, nell’anno quarto (maggio 1796), una insurrezione preparata dalla loro Società segreta, ma furono arrestati prima che scoppiasse l’insurrezione stessa. Anche il tentativo di sollevare il Campo di Grenelle nella notte del 23 fruttidoro, anno 4, (9 settembre 1796), non riuscì. Babeuf e Darthé, condannati a morte, si pugnalarono entrambi (il 7 pratile, anno V). I realisti subirono essi pure la loro disfatta il 13 fruttidoro, anno V (4 settembre 1797), e il Direttorio durò ancora fino al 18 brumaio, anno VIII (9 novembre 1799).
A questo proposito, commenta Kropotkin: «Quel giorno Napoleone Buonaparte fece il suo colpo di Stato, e la rappresentanza nazionale soppressa senza frasi dall’ex sanculotto, che aveva l’esercito per sé. La guerra, che durava da sette anni, era giunta alla sua logica conclusione. Il 28 floreale, anno XII (18 maggio 1804), Napoleone si fece proclamare imperatore, e la guerra ricominciò per durare, con qualche intervallo, fino al 1815».
E vale meglio dire, che di conseguenza la guerra è durata sino ai nostri giorni, ed essa durerà sino al giorno in cui i popoli non avranno fatto tabula rasa dello Stato oppressore.
E questo è quello che noi vogliamo combattendo.

–da: Volontà, anno I, n. 2, agosto 1946