Viva la Comune!

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Luigi Galleani

 

È il grido che lungo l’erta aspra ed impervia della libertà riecheggia nelle più fosche giornate della storia; ed è ad ogni ritorno il grido della fierezza e della rivincita, il grido della vita e della speranza.

La Comune! L’onnipotenza romana non la soggioga: la Repubblica può accordarle privilegi e franchigie, non imporle il suo diritto e le sue leggi; l’Impero in quel focolare ardente d’indipendenza e d’energie saluta la parte più sana e più rigogliosa della sua immane e vacillante compagine, le è largo di rinnovate guarentigie.

La Comune è nell’evo medio l’unico presidio della civile libertà.

Viva la Comune! è nel quindicesimo secolo il grido che saluta sul fosco tramonto del feudalesimo l’avvento della Rinascenza e del Libero Esame.

Viva la Comune! è ancora il grido che sulle rovine della Bastiglia fumanti annunzia al mondo l’occaso del diritto divino, l’ultimo fato delle monarchie nobiliari, la proclamazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, i parentali del popolo e della libertà.

Quando il Terrore, nel suo pazzo delirio di diffidenza e di sospetto di persecuzione d’omicidio, ricalca verso la più sordida delle dittature, verso la dittatura militare, il primo lustro glorioso della grande repubblica, quel grido in cui fremono tutti gli aneliti di liberazione s’affievolisce, gorgoglia sotto la mannaia l’ultima eco, flebile come un rimpianto, coll’ultimo rantolo di Robespierre e di Saint-Just; ma scroscia sulle barricate del Giugno 1848, e chiama a stormo il popolo di Parigi, le plebi sanculotte di Francia, quando Napoleone il piccolo chiude a Sédan la sua carriera di delitti e d’obbrobrio, e gli uomini del 4 Settembre tremando a verga a verga si inginocchiano all’invasore, e non sono nell’aria che gemiti imbelli, e su tutte le fronti l’umiliazione e si dispera in ogni anima il cuore della salvezza, del destino, dell’avvenire della Francia.

Viva la Comune! la Comune di Parigi, che rompe violentemente il 18 Marzo 1871 ogni solidarietà ed ogni complicità col governo centrale e riafferma il proprio diritto, la propria capacità a difendersi, a reggersi, a governarsi da sé; che cinta, minacciata, insidiata dalle orde dei rurali, dalle orde del Thiers e del Gallifet, squilla al mondo scandalizzato ed attonito le rivendicazioni del nuovo diritto contro tutte le usurpazioni antiche e recenti; contro le usurpazioni della Chiesa che riduce al suo evangelico ministero confiscando i beni delle Congregazioni e di mano morta ed abrogando il bilancio dei culti; contro lo Stato di cui ripudia l’ingerenza nelle cose del Comune e della Provincia, relegandone la funzione ai rapporti internazionali; contro la Proprietà incamerando a beneficio comune e ponendo a libera disposizione dei lavoratori i cantieri, le officine, le riserve abbandonate dai rispettivi titolari durante l’assedio e l’insurrezione.

Non è vissuta che due mesi la Comune di Parigi, due mesi di vigilia armata tra le insidie, gli agguati e le convulsioni, ed è spirata il 26 Maggio sotto la mitraglia dei Versagliesi dell’ordine negli androni della Caserma Lobau, pei fossati di Satory, lungo le mura del Père Lachaise.

Ma è morta come la vecchia guardia senza arrendersi, senza abbassare la propria bandiera.

Viva la Comune!

Riecheggerà terribile domani quel grido nell’ultima vittoria, quando sulle rovine del condannato regime borghese, nella città nuova benedetta del lavoro redento e consociato, la sicurezza, il benessere, la gioia trarranno dalle ruvide spoglie dello schiavo proletario, bello di tutta la libertà di tutta la fierezza di tutta l’audacia: l’uomo!

Viva la Comune!

 

La Comune di Parigi

Un accenno rapidissimo degli eventi che hanno preceduto, dei fattori che hanno precipitato il movimento comunalista del 1871 gioverà a meglio intenderne cause ed indole, sacrifizi e promesse per cui, meteora fugace, lascia la Comune solco così profondo nella storia e nella memoria del proletariato internazionale.

Di contro all’impero francese che nell’ultimo ventennio era stato l’arbitro dei destini d’Europa, e ruzzolava ora traverso la corruzione e l’abiezione allo sfacelo, sorgeva dalle vittorie del 1866 la Germania del Moltke e del Bismark; ed il sordo contrasto fra le due rivali assumeva inaspettatamente dalla controversia per la successione di Spagna l’aperto carattere d’un duello mortale.

La Spagna — che aveva cacciato nel 1868 la regina Isabella II di Borbone — incapace di reggersi liberamente, devastata dalle fazioni, ridotta al fallimento, andava alla ricerca d’un re ed aveva posto gli occhi sul principe Leopoldo di Hoenzollern.

L’annunzio della candidatura di un principe tedesco al trono di Spagna accese d’ira Napoleone III, il quale non era un’aquila ma sentiva che colla Germania si doveva un giorno o l’altro venire alle mani, e non ambiva certo di vedersi chiuso fra due Hoenzollern, coll’Inghilterra infida e sempre in agguato al Nord, coll’Italia al Sud malcontenta di Villafranca e di Mentana.

Corsero fra Parigi e Berlino rapide spiegazioni. Poiché Napoleone III considerava come un casus-belli l’elezione d’un Hoenzollern al trono di Spagna, la candidatura fu ritirata; ma esigendo il Bonaparte la formale assicurazione che un Hoenzollern al soglio di Spagna non sarebbe salito mai, ed alla perpetuità dell’impegno essendosi ricusato il re di Prussia, fu il 19 Luglio 1870 la guerra; fu la débacle. A Froeschviller, a Reischoffen, a Woerth, a Sedan, a Metz, l’impero non conobbe che le disfatte assidue, le capitolazioni vergognose, la mutilazione definitiva.

 

Napoleone III prigioniero dei tedeschi a Wilhelmshoe, la Francia cadeva dalla padella nella brace, nelle mani del governo del 4 Settembre, detto per ironia di Difesa Nazionale, un interludio repubblicano che si giocava con Bismark la grande patria francese, e continuava, mutata appena la maschera, l’onta imperiale negli uomini che ne erano stati fino alla vigilia gli apologisti ed i complici.

Degli avvenimenti di quei giorni è il primo aspetto, non il solo né il più grave.

L’aspetto più grave è nelle disposizioni del proletariato che la guerra veniva a sorprendere ad una svolta brusca della sua evoluzione, della sua storia.

La seconda restaurazione aveva messo in luce la vanità delle rivoluzioni tenute nell’ambito delle rivendicazioni esclusivamente politiche; la seconda repubblica, disposta a riconoscere, in parca misura, bisogni e diritti della piccola borghesia, s’era tradita impenetrabile alle rivendicazioni ed ai diritti del proletariato, ne aveva disperso anche le ultime speranze; e su quella devastazione beffarda le voci di Babeuf, di Saint-Simon, di Fourier, di Cabet — propositi vaghi di santi e di ribelli — assumevano nei teoremi del Proudhon la severità d’una condanna implacabile a cui del vecchio ordine non sfuggiva un istituto: non la vecchia proprietà, non lo stato, non la chiesa, non la legge, non la morale. Il proletariato è sullo strame, come Giobbe, solo con la sua maledizione: «che si dicano monarchici o repubblicani, assolutisti o liberali, i nostri padroni sono dal capitale indotti alla conservazione dell’attuale economico stato di cose che ci abbandona, senza riserve, al loro capriccio, alla loro cupidigia…

Le leggi che regolano i rapporti fra capitale e lavoro, fatte a loro proprio ed esclusivo vantaggio dai capitalisti chiamati soli ad applicarle, sono fondamentalmente dolose, destituite di ogni giustizia…

La forza di coloro che beneficiano del prodotto del nostro lavoro è nella solidarietà dei loro interessi…

Opponiamo a questa solidarietà d’interessi ciechi e brutali, la solidarietà degli interessi basati su la verità economica che ne dimostri l’insopprimibile giustizia…» (1).

La critica dei pensatori e dei filosofi s’incarnava nella coscienza rivoluzionaria delle folle; la Federazione delle Associazioni Operaie di Francia sorta nel 1850, e bersagliata dalla persecuzione imperiale si fondeva sei anni più tardi nell’Associazione Internazionale dei Lavoratori.

L’Internazionale non voleva la guerra. Non appena se ne disegnò su l’orizzonte la minaccia, gli internazionalisti parigini lanciarono un appello:

 

«Ai lavoratori di tutte le nazioni.

Cittadini!

Una volta ancora, sotto pretesto d’equilibrio europeo e di onore nazionale, le ambizioni politiche minacciano la pace del mondo.

Lavoratori di Francia, di Germania, di Spagna! raccogliamo le voci nostre in un grido d’unanime riprovazione alla guerra!

Le società non possono avere oggi altra base che la produzione equa, che l’equa ripartizione dei prodotti dell’umana fatica.

La divisione del lavoro aumentando ogni giorno la necessità degli scambi rende solidali tutte le nazioni.

La guerra per questioni di preponderanza o di dinastia non può essere agli occhi dei lavoratori che l’assurdo criminoso.

In risposta alle acclamazioni bellicose di quelli che eludono l’imposta del sangue o che trovano nella pubblica sventura la sorgente di esose speculazioni, noi protestiamo, noi che vogliamo la pace, il lavoro e la libertà.

Noi protestiamo:

Contro la distruzione organizzata della razza umana;

Contro la dilapidazione della nazionale fortuna che deve fecondare il suolo e l’industria esclusivamente;

Contro lo spargimento del sangue per la odiosa soddisfazione di vanità, d’amor proprio, d’ambizioni monarchiche ferite od insaziate.

Di tutta la nostra energia contro la guerra noi protestiamo come uomini, come cittadini, come lavoratori.

La guerra è nelle mani dei governi lo strumento a soffocare le pubbliche libertà.

La guerra è la distruzione della ricchezza generale, frutto del nostro quotidiano lavoro.

Fratelli di Germania!

Nel nome santo della pace, non date ascolto alle voci mercenarie e servili che cercassero ingannarvi sui sentimenti veri della Francia.

Rimanete sordi alle provocazioni insensate, poiché la guerra tra noi sarebbe fratricidio.

Rimanete calmi, come può esserlo senza danno della propria fierezza un popolo grande forte e coraggioso.

Le nostre dissensioni non condurrebbero, di qua e di là dal Reno, che al completo trionfo dell’assolutismo» (2).

 

Ma i voti rimangono dall’altra parte del Reno così vani come da questa, troppo esile barriera allo scrosciar degli odi e delle armi. E di là, bisogna fare alla giustizia la debita parte, l’Allgemeiner Deutsher Arbeitverein lassalliana d’origine e di tendenze, non aveva influenza che nel Nord della Germania e si reclamava ugualmente del principio di nazionalità e della tutela dello Stato; la Demokratisher Arbeitverein di Bebel e di Liebknecht che non attendeva il trionfo se non da un profondo movimento rivoluzionario, non esercitava che influenza scarsa in Sassonia e nei paesi del Sud.

Così alla conferenza di Brunswick l’Internazionale tedesca dovette limitarsi a dichiarare che «era nell’interesse della Germania conchiudere una pace durevole e degna colla Francia» e più tardi, dopo la disfatta — con un senso della realtà acuto, quasi profetico — che «L’annessione della Alsazia e della Lorena sarebbe stata il mezzo più sicuro di trasformare in un’istituzione europea e di perpetuare il dispotismo militare nella nuova Germania. La pace in tali condizioni, non sarebbe che una tregua fino al giorno in cui la Francia si sentisse forte abbastanza per riprendersi le province perdute».

Fu la guerra e noi abbiamo veduto quale ne sia stato l’epilogo.

 

La sera del 4 Settembre 1870, costituito appena il Governo della Difesa Nazionale, i membri dell’Internazionale a cui esso non dava ombra d’affidamento, e che non si sentivano d’altra parte né il diritto né la forza d’intralciarne il compito, raccolti nella loro sede abituale, Piazza della Corderia del Tempio, «ai fini di non dare ai repubblicani formalisti alcun pretesto di gridare alla scissione», risolvettero di «accontentarsi del diritto inerente ad ogni cittadino in qualsiasi stato democratico di sorveglianza, di controllo, d’ausilio, senza muovere contro i membri del governo provvisorio alcuna recriminazione».

E, questa dichiarazione formulata, si precisarono i termini d’un appello supremo al popolo tedesco. «Ricordata la dichiarazione del Re di Prussia e del Bismark, al principio della guerra, che la Germania intendeva unicamente respingere l’aggressione di cui era stato l’oggetto, non di contendere alla Francia il diritto di darsi le istituzioni che meglio le convenivano, si scongiuravano i lavoratori tedeschi a cessare dalla lotta fratricida» (3).

Chiedeva intanto l’Internazionale al Governo provvisorio :

I – L’elezione immediata dei consigli municipali.

II – La soppressione immediata della Prefettura di polizia.

III – Che, in principio, ogni magistratura fosse elettiva e revocabile.

IV – L’abdicazione d’ogni legge restrittiva della libertà di stampa, di riunione, di associazione.

V – La soppressione del bilancio dei Culti.

VI – L’amnistia generale per tutti i reati di carattere politico.

E poiché il governo della difesa nazionale a questo elementare compito di giustizia e di libertà, e sopratutto di pacificazione, mostrava di volersi sottrarre, fu costituito il Comitato Centrale Repubblicano dei venti quartieri di Parigi, il quale è già in embrione la Comune che la rivolta aperta e vittoriosa consacrerà tra poco il 18 Marzo 1871.

La stampa da fogna e d’alcova, in capo a tutti il Figaro, designa gli internazionalisti come agenti della polizia imperiale, come lanzichenecchi del re di Prussia; come l’onesta stampa repubblicana tratta oggi come agenti del kaiser chiunque non serva agli arrembaggi ed alle usure della camorra democratica.

Ha di queste monotonie la storia!

Il 31 Ottobre alla notizia che Metz s’è arresa, il Comitato Centrale Repubblicano chiede la decadenza del governo provvisorio che tradisce, peggiore della incapacità, la doppiezza, la bassezza e la vigliaccheria. Il popolo insorto ha ragione del governo di gesuiti che lo turlupina e lo vende allo straniero; ma la precipitazione di Flourens che vuole la istituzione immediata di un Comitato di Salute Pubblica sgomina i pusilli da una parte e turba dall’altra i rivoluzionari che non hanno in animo di sostituire una dittatura all’altra. Pel rotto della cuffia il governo provvisorio si salva; senza rimediare tuttavia neanche nei limiti del possibile all’intollerabile situazione.

Parigi affoga di vergogna, di rabbia, di fame.

Il 19 del Gennaio 1871 la Guardia Nazionale osa audacemente una sortita. È confessato dai nemici stessi che poteva, che doveva riuscire, ove dal governo della cosiddetta Difesa Nazionale non si fosse risposto collo scherno e col sabotaggio.

Il 22 Gennaio, al popolo che gli chiede conto degli ultimi rovesci, il Governo provvisorio risponde colla mitraglia di Chaudey.

Il 28 dello stesso mese Parigi capitola, con queste sole riserve che il nemico non entrerà alla capitale che quando i preliminari della pace siano firmati; e che la guardia nazionale conserverà le armi.

 

Il 17 Febbraio si procede alle elezioni generali. Thiers assume le redini del governo, e dell’Assemblea Nazionale che deciderà le sorti della Francia si può giudicare dalla prima seduta, in cui Garibaldi eletto nei tre dipartimenti della Cote d’Or della Senna e del Var è schernito dai caccialepri mandati nel supremo consesso della nazione dalle sacrestie cattoliche e dalle fogne bonapartiste costellate alla restaurazione.

Il 2 Marzo con 546 voti contro 107, l’Assemblea sanziona la pace, ed il generale Vinoy, governatore di Parigi offre il primo saggio del culto che avrà per la libertà la terza repubblica, sopprimendo il maggior numero dei giornali d’opposizione.

Era negli spiriti la nota che doveva accendersi nei canti del Pottier:

 

Paix entre nous!, guerre aux tyrans!

Appliquons la grève aux armées,

Crosse en l’air et rompons les rangs!

S’ils s’obstinent ces cannibales

A faire de nous des héros

lls sauront bientot que nos balles

Sont pour nos generaux…

C’est la lutte finale

Groupons-nous! et demain

l’Internationale

Sera le genre humain!

 

E nella notte dal 15 al 16 Marzo, l’accordo col generale Aurelle de Paladines dà la misura dei sentimenti che il nuovo governo coltiva per Parigi incontentabilmente irrequieta, cercando di rubarle i cannoni di cui per pubbliche sottoscrizioni è stata agguerrita.

Il tentativo manca; il Vinoy se ne salva colla fuga; né più fortunatamente riesce il tentativo all’indomani; ma Thiers e la Nazionale Assemblea di Bordeaux buttano la maschera.

La mattina del 18 Marzo 1871 rivolgono agli abitanti di Parigi un appello, l’estremo:

 

«La vostra grande città la quale non può vivere che dell’ordine, è profondamente turbata in parecchi quartieri, e… questo basta ad impedire il ritorno del lavoro e dell’agiatezza.

Da tempo parecchio uomini male intenzionati, col pretesto di resistere ai prussiani… si sono costituiti padroni di parte della città, vi levano trincee, vi montano la guardia… in nome d’un comitato occulto… che pretende comandar solo alla guardia nazionale… e vuole formare un governo in opposizione del governo legale sorto dal suffragio universale.

Questi uomini che vi hanno fatto già tanto male… compromettono la repubblica in luogo di difenderla, perché essa andrebbe perduta se avesse a stabilirsi nella pubblica opinione che repubblica è sinonimo di disordine…

Il governo istituito dalla nazione intera, avrebbe potuto mettere… in mano della giustizia i criminali che non si peritano di far seguire a la guerra straniera, la guerra civile; ma ha voluto concedere a coloro che sono “ingannati” il tempo di separarsi da coloro che li ingannano…

Nel vostro interesse, in quello della vostra città, come nell’interesse della Francia, “il governo è risoluto ad agire. I colpevoli che hanno preteso di istituire un governo saranno abbandonati a la giustizia regolare…”.

Che i buoni cittadini si separino dai cattivi, aiutando la forza pubblica in luogo di resisterle…

Parigini! Vi parliamo così perché abbiamo fede nel vostro buon senso, nella vostra saggezza, nel vostro patriottismo; ma dato questo avvertimento, voi ci approverete se ricorreremo alla forza, poiché bisogna “ad ogni prezzo, senza un giorno di ritardo”, che l’ordine, condizione del vostro benessere, rinasca pieno, immediato, inalterabile.

Parigi 18 Marzo 1871.

Thiers»

 

Parigi rispondeva alla minaccia proclamando lo stesso giorno la Comune, sorta così dalla acerba mortificazione dei patrioti ai cui sentimenti al cui orgoglio alle cui generose preoccupazioni la repubblica rispondeva colla stessa abiezione, collo stesso cinismo, coll’amarezza degli stessi disinganni e delle stesse lividure che l’Impero; e dall’insurrezione del proletariato che nella recente esperienza aveva perduto nel governo ogni fede, non aveva più altra fede che di se stesso, e fuori delle forme cercava la realizzazione della giustizia e della libertà.

Ne seguiremo dal 18 Marzo in cui si afferma al 28 Maggio in cui cade sgozzata, giorno per giorno, le vicende dando su l’episodio la preferenza al documento, così che i compagni studiosi possano ricostruirne la tragedia immane d’eroismo e di sventura, in cui è tanto debito di sacrifizi inutili e tanta dovizia di ammaestramenti severi.

 

La Comune di Parigi sorta su lo sfacelo dell’impero contro il governo contumace e svergognato del 4 Settembre trovò nel 1871 presso la gente per bene d’ogni terra gli stessi onori sacrileghi, le stesse cordiali esecrazioni che la rivoluzione russa fugando insieme lo zarismo e l’arciborghese oligarchia immediatamente succedutagli ha riscosso ieri e riscuote anche oggi universalmente.

Non abbiamo che a compulsare di quell’epoca i giornali.

Il Daily News di Londra, uno dei pontefici del liberalismo inglese scriveva all’indomani della proclamazione della Comune : «La canaglia è padrona ancora una volta di Parigi. All’occupazione Prussiana è succeduta un’umiliazione anche più vergognosa: Sventola su l’Hotel de Ville la bandiera rossa!

Il governo del Sig. Thiers avrebbe potuto fare miracoli se non si fosse tradito così bonaccione… e le classi rispettabili della Francia rimpiangono oggi amaramente le benedizioni dell’Impero svanite oramai senza ritorno. La rivolta che imperversa abrupta su la capitale francese è l’allucinazione, l’assurdo, il delirio, mostruoso inafferrabile come un incubo. Si poteva supporre che la marmaglia avesse serbato un barlume di senso; sabato invece, briaca di passione, essa ha inondato quasi una banda di gorilla le vie di Parigi, e molti borghesi, d’ordinario intelligenti e sobri si sono mutati in altrettanti scimpanzé».

La Libertà, organo officioso del liberalismo italiano, soggiungeva: «Lo spettacolo che ci offre la Francia oggidì, è mortificante. Addolora lo spettacolo di una grande nazione che muore. Noi ci asterremo tuttavia da inutili parole di compassione che, a dirla schietta, non corrisponderebbero ai nostri intimi sentimenti. A demolire la Francia dobbiamo convergere tutte le forze noi, a toglierne il posto che essa tiene in Europa».

La National Zeitung, liberalissima, urlava da Berlino: «I rivoluzionari di Montmartre serbano cannoni e munizioni, ed i loro comandanti creano uno stato nello stato… Eravamo ben sciocchi noi allorché dichiarando la guerra sentivamo nel paese come una specie di panico. Dobbiamo confessarlo, avevamo paura di scontrarci coi francesi che ci dicevano terribili e sono in fondo in fondo soltanto perversi. Sono forse ragazzacci di spirito, ma senza senso morale. Vogliono la repubblica e non sanno che cosa sia! Si sperava che dopo la guerra infelice avrebbero tratto dalla sventura provvidi insegnamenti; sono invece più insensati che mai, e distruggono in questo momento le ultime risorse alle quali potevano ancora raccomandarsi».

Dall’America non erano giunti ancora i giornali ma fresco, vivissimo era nella memoria di tutti il messaggio con cui «il Presidente generale Grant felicitava l’impero tedesco di avere schiacciato la repubblica francese, e d’avere consacrato nei propri statuti il miglior spirito della costituzione americana, sicuro che l’adozione del sistema americano in Europa da parte di una nazione libera, abituata a condursi di per sé avrebbe per risultato di propagare le istituzioni democratiche e di accrescere l’influenza pacifera delle idee americane».

Sotto lo scroscio degli anatemi conserti vacillavano le fortune, non la fede nella nuova rivoluzione: «eccoci scaraventati in un mare sconosciuto, fra insoliti arcipelaghi, ignari della meta a cui si arresterà la nostra corsa impetuosa — scriveva un pensatore immenso — se contro uno scoglio nefasto, od al porto benedetto della salvezza. La tempesta infuria, precipitiamo negli abissi, rimontiamo in cresta dei marosi incolleriti, ma la prua squarcia sibilando i fiotti spumosi; avanti sempre!

Agli uragani si fa il navigante, ed in faccia ai lampi ed alle folgori si sente rifluire su dagli animi come una scaturigine di vita e di volontà» (4).

Uomini di buona volontà, uomini di fede di tenacia e di ardimento, non mancavano, e si erano cacciati fin dal primo giorno all’avanguardia; ma erano sommersi dalla grande maggioranza nella quale più che le nuove aspirazioni di rinnovazione e di giustizia sociale di cui si spaurivano, non fremeva che la rabbia dei patrioti delusi, traditi, amareggiati, i quali se stimavano impossibile ogni conciliazione, ogni cooperazione col Favre, col Thiers, con quanti alla disfatta ed alla mutilazione della Francia avevano cospirato collo straniero, erano tuttavia per la patria, per la repubblica, per l’ordine, ricostituito soltanto su la base di più vaste e di più sicure franchigie municipali.

E parlare a questa gente di muoversi, di agire, di sorprendere il nemico, di togliergli i presidi minacciosi, il Fort Valerien ad esempio che il 19 Marzo non aveva cento uomini di guarnigione, ed era alla difesa ed alla sicurezza di Parigi indispensabile, era come parlare al muro.

Volevano innanzi tutto l’investitura, la cresima del suffragio, volevano non la cauterizzazione immediata e profonda delle ineguaglianze, delle iniquità di cui l’infamia dell’Impero e l’onta della disfatta non erano se non la suppurazione cancrenosa e fatale, volevano un governo, «une republique acclamée avec toutes ses consequences, le seul gouvernement qui fermera pour toujours l’ère des invasions et des guerres civiles» (5).

Parigi invece, esausta dall’assedio, umiliata dalla resa, sanguinante delle mutilazioni, insorta contro il tradimento, voleva il pane, la sicurezza, sui traditori la sua rivincita, mostrare alle nazioni del mondo che poteva fare da sé, ricacciare agli avamposti della storia la Francia che — incipriati ancora dell’ultimo baciamano alle Tuileries — i cortigiani del Bonaparte sotto la inaspettata ironica maschera repubblicana avevano oscenamente prostituito al re di Prussia ed ai suoi ulani.

Ed il Comitato della Guardia Nazionale non gli offriva che un governo traverso le elezioni generali.

 

Un governo come gli altri, un governo che scaturito dall’urna dei comizi — torbido crogiuolo di mercimoni, di compromessi e di raggiri — non poteva essere diverso dagli altri e, spiacente a dio ed ai nemici suoi, doveva fin dalle origini portare lo stigma della doppiezza e dell’impotenza. Quando il 18 Marzo il Comitato Centrale della guardia nazionale, dichiarando che per sé non avrebbe tenuto se non il comando militare della piazza, e che l’amministrazione della città sarebbe rimasta, fino alle elezioni del 22 Marzo, a tre delegati delle venti municipalità di Parigi; nessuno in quel provvedimento consentì. Non i rivoluzionari i quali non potevano aver fede nei sindaci di Parigi eletti dal Thiers e dal Favre e, fedelissimi alle origini, intrigavano a burlarsi della Comune, ed a consegnarla insieme col proletariato parigino alle vendette ed alla mitraglia dei rurali (6).

E neanche i conservatori, che in nessun modo volevano «transigere coll’insurrezione». Tirard, Dubail, Vacherot, Heligon, Clemenceau (sempre il Clemenceau che oggi presidente del Consiglio dei ministri di Francia ha in una la libertà e la democrazia) «ardevano dal desiderio di mitragliare la gente dell’Hotel de Ville» (7) non di associarvisi per la salvezza della Repubblica e della Francia; ed i vari giornali borghesi, trentatré dei più importanti quotidiani, Le Figaro in capo a tutti, indirizzavano il 21 Marzo agli elettori di Parigi la seguente «dichiarazione della stampa»:

 

«Considerando che la convocazione degli elettori è atto di sovranità nazionale;

Che l’esercizio di questa sovranità non appartiene che ai poteri nati dal suffragio universale;

Che di conseguenza la Commissione installata all’Hotel de Ville non è investita né del diritto né della qualità per tale convocazione;

I rappresentanti della stampa considerano la convocazione per le elezioni del 22 corrente come nulla e non avvenuta, ed impegnano gli elettori a non tenerne conto».

 

Quand’è che cede la borghesia?

Quando asciuga una prima esemplare lezione. La sera del 18 Marzo due generali, il generale Lecomte che la mattina aveva eccitato i regolari a mitragliare la guardia nazionale, ed il generale Clement Thomas il quale durante l’assedio aveva fatto quanto gli era possibile per svergognare in faccia ai tedeschi la popolazione di Parigi, non qualificandola altrimenti che di «canaglia degna del piombo e della corda», cascati nelle mani del popolo, erano stati fucilati dopo un rapido processo, senza troppi riguardi.

Nel pomeriggio del 22 Marzo le manifestazioni degli Amici dell’Ordine iniziate dal capitano Bonn del 253° battaglione, sorrette dagli Ammiragli Saisset e De Chaillé, fomentate e sovvenzionate dai corsari della banca e della borsa (8), tollerate dal Comitato Centrale della guardia nazionale, a causare la guerra civile — anche se intorno ai loro propositi non potesse correr dubbio — scambiando l’indulgenza per paura e la tolleranza per vigliaccheria al grido di «Viva Thiers! Viva l’Assemblea di Versaglia! Abbasso la Comune!» assassinate le sentinelle, brutalizzati i rappresentanti dell’Hotel de Ville, si urtarono all’angolo della Rue de la Paix nei battaglioni di Belleville che di quelle provocazioni ne avevano fin sopra gli occhi. Lo scontro fu terribile, i caccialepri della banca e dell’ordine, i guerrieri dell’Ammiraglio Saisset lasciarono qualche centinaio di morti sul lastrico, ed i sindaci dei venti Quartieri di Parigi tornarono alla ragione improvvisamente, videro nelle elezioni il solo scampo alla strage, e firmarono nel pomeriggio del 25 Marzo insieme coi deputati della Senna e coi membri del Comitato Centrale della Guardia Nazionale il seguente proclama :

 

«Repubblica Francese,

Libertà, Uguaglianza, Fratellanza,

I deputati di Parigi, i sindaci e gli assessori eletti e reintegrati nei loro arrondissements, ed i membri del Comitato Centrale Federale della Guardia Nazionale, convinti che ad evitare la guerra civile, l’effusione del sangue, come per rinsaldare la Repubblica, bisogna procedere immediatamente alle elezioni, convocane gli elettori per domani, domenica, nei loro collegi rispettivi.

Gli abitanti di Parigi comprenderanno che nelle attuali circostanze debbono prender parte al voto se questo deve assumere l’imponente carattere che può assicurare, solo, la pace alla città.

I Sindaci di Parigi

I Deputati della Senna

I Delegati del C.C.F. della Guardia Nazionale»

 

Duecentocinquantamila elettori sono il 26 alle urne: ottanta consiglieri sono eletti di cui «una sessantina di sconosciuti», notano tra lo scherno e lo sgomento i giornali per bene.

Il 28 la Comune è proclamata fra lo scrosciar della Marsigliese e le salve dei cannoni.

Catulle Mendès che divide l’Assemblea della Comune tra una decina di internazionalisti che hanno pensato, lavorato, e sapranno all’occorrenza agire; un gruppo di giovani senza esperienza, animosi, inzuppati di teorie giacobine; un terzo gruppo, il più considerevole, di frutti secchi delle precedenti insurrezioni, giornalisti, agitatori, cospiratori… Catulle Mendès, il parruccone, all’immensità grandiosa dello spettacolo non può sottrarsi… «la marsigliese, levata in coro da cinquantamila voci gagliarde scuote come il rombo del tuono ogni anima ritrovando oltre la disfatta un istante della vecchia energia… Romba il cannone, l’inno raddoppia formidabile, una folla sterminata di bandiere e di baionette va, viene, ondeggia… E tutti i clamori si fondono in una acclamazione, anelito universo della moltitudine innumerevole, la quale non ha che un cuore, che una voce sola… Popolo straordinario, esecrabile spesso, come sai tu nei giorni della magnificenza esser bello fortemente! E quale vulcano di passioni generose arde in te dunque se, accostandoti, i cuori pure che ti condannano si sentono dalle tue fiamme divorati, purificati!» (9)

La Comune è; la vedremo ora all’opera…

 

Degli ottanta rappresentanti della Comune usciti il 26 Marzo dalle urne, erano:

 

«Conservatori arrabbiati 23, del quali capi autorevoli e riconosciuti erano il Ferry, il Meline, il Tirard.

Democratici rivoluzionari, anelanti alla dittatura d’un uomo o di un gruppo che nel termine più breve e coi modi più spicci provvedesse a sbarazzare dai detriti e dalle scorie il terreno alla necessaria ricostruzione erano 40.

Il terzo gruppo, la minoranza si costituiva di 17 socialisti i quali facevano capo a Benedetto Malon, a Louis Pindy, a Longuet, a Varlin, a Jourde».

 

Alla prima seduta qualcuno fece fagotto. Dopo il discorso inaugurale del venerando Beslay il quale «a differenza della repubblica del 1792 — un soldato che per battersi dentro e fuori doveva stringer nel pugno tutte le energie della patria — vedeva nella Comune del 1871 la repubblica dei lavoratori ansanti alla libertà per fecondarne la pace, anelanti alla pace ed al lavoro termine e patto della comune rigenerazione per cui la Francia sarebbe tornata ancora il rifugio degli umili, la speranza degli oppressi, il fondamento della repubblica universale, il Tirard protestando che la Comune organo municipale ed amministrativo esorbitava dalle sue attribuzioni invadendo il campo politico offerse le sue dimissioni, seguito poco di poi dagli epigoni della fazione moderata».

Quando la Comune si propose di raccogliere «gli elementi per la soluzione pratica del problema sociale posto dal secolo, e che, sotto pena di catastrofi spaventose urgeva risolvere per tutti gli aggruppamenti d’Europa»; ed il 27 Marzo dei suoi propositi offriva la prima arra, il primo pegno abolendo la coscrizione militare e condonando le pigioni scadute fra l’Ottobre dei 1870 e l’Aprile del 1871, un altro gruppo di moderati con qualche democratico per giunta, levò le berte pure.

Tra quelli che rimasero un terzo dissidio avvampò. Gustavo Lefrançais a sondare lo stato degli animi a sapere con chi s’avesse a contare e da chi dovesse la Comune guardarsi, reclamò nella seduta del 2 Aprile l’abolizione di ogni legge restrittiva della libertà di stampa e di associazione. «La facoltà di esprimere il proprio pensiero colla parola o colla stampa, la libertà di aggrupparsi a seconda delle proprie tendenze e dei propri interessi, vogliono riconoscersi nella Dichiarazione dei Diritti anteriori, e superiori ad ogni costituzione», aveva insistito il Lefrançais. E poiché bisognava parlar chiaro, togliersi la maschera, essere di qua o di là, avvenne il casaldiavolo.

La discussione dovette aggiornarsi al domani.

Ma il domani, a suonar la sveglia all’alba fu il cannone.

II governo di Versailles aveva da una settimana assicurato la Provincia: «se fino ad oggi abbiamo temporeggiato per evitare quanto era possibile l’effusione del sangue, non siamo rimasti inoperosi, i mezzi con cui restaurare l’ordine pubblico non saranno che meglio preparati e più sicuri».

Il 1° Aprile sette divisioni di fanteria, tre divisioni di cavalleria, una divisione mista costituita di birri e di gendarmi agli ordini del Vinoy, erano pronte a marciare; e la mattina del 3 Aprile la dragonata si annunziava col seguente proclama del marchese di Gallifet :

 

«La guerra è stata dichiarata dai banditi di Parigi.

Ieri, avantieri, essi hanno assassinato i miei soldati.

Dichiaro la guerra senza pietà né tregua agli assassini.

Ho dato stamani un primo esempio. Mi auguro che torni salutare. Non ho il più lontano desiderio di tornare ad estremità siffatte.

Non dimenticate che la nazione, che la legge, che il diritto di conseguenza, sono a Versailles coll’Assemblea Nazionale, non nella congrega burlesca che si chiama La Comune.

Il generale Comandante di Brigata Gallifet»

 

Il giorno prima alcune guardie nazionali avevano scongiurato i gendarmi di non sacrificare i fratelli alle voglie ed alle libidini sanguinarie dell’omuncolo infetto che aveva allo straniero venduto la patria e la repubblica, e ne avevano riscosso un fuoco di fila serrato, una vampa di mitraglia. La mattina del 3 Aprile pochi federati sorpresi in una bettola a Nanterre erano stati fucilati sommariamente.

Questo l’esempio ammonitore cui alludeva il Gallifet nel suo proclama.

La Comune rispose alla provocazione, da prima con un appello alla Guardia Nazionale di Parigi:

 

«I cospiratori realisti hanno attaccato.

Hanno attaccato malgrado la nostra moderazione.

Non potendo contar più su l’esercito francese, hanno attaccato cogli Sciuani di Carrette, coi Vandeani di Catelineau, coi Bretoni del Trochu, coi gendarmi di Valentin, ed hanno sommerso di obici e dì mitraglia l’inoffensiva borgata di Neuilly ingaggiando la guerra civile.

Vi sono morti e feriti.

Eletti della popolazione di Parigi dover nostro è di difendere la città generosa contro gli aggressori criminali.

Coll’aiuto vostro la difenderemo.

La Commissione Esecutiva».

 

Suonava poi a stormo le campane per la città e pei sobborghi, ed alle quattro del pomeriggio lo stesso 3 di Aprile duecentomila federati erano in armi pronti a morire per la salvezza, la vita, la gloria de La Comune.

Così avessero i dirigenti della Comune saputo approfittare di quello slancio mirabile e camminare su Versailles.

Invece — mi raccontava ai bei dì Eliseo Reclus, che di quei generosi fu col fratello Elia tra i primi — li lasciarono ammucchiati lungo le strade, su le piazze, quel giorno, la notte successiva, buona parte dell’indomani senza che l’atteso ordine di marciare venisse, senza che alle truppe si distribuissero viveri o munizioni.

Discutevano i membri della Comune e del Comitato della guardia nazionale a perdifiato, divisi fra l’inettitudine e la paura. La paura, così proprio. Duval, Bergeret, Eudes, generali, avevano informazioni precise che a Versailles dinnanzi a quella concorde formidabile esplosione d’entusiasmo, tremavano, mal contando sulla devozione delle truppe, che testimoni del doppio scempio vergognoso e dell’Impero e della Repubblica mal si disponevano all’organizzato fratricidio della popolazione parigina fremente di orgogli santi alla riscossa della dignità e della libertà di tutti; ed erano per l’azione.

La Commissione esecutiva, la maggioranza di essa quanto meno, se ne atterrì. In fondo sperava ancora in una transazione; s’illudeva che da Jules Favre e dal Thiers si sarebbe preferito ancora il compromesso a la strage; inorridiva al pensiero di votare all’eccidio quelle generose legioni d’entusiasti; pesava le sue responsabilità spaventose, e si arrovellava di eluderle temporeggiando.

Aveva così ordinato ai comandanti dei diversi corpi di fornirle entro il termine più breve:

I – Uno stato delle forze rispettivamente ai loro ordini.

II – Lo stato degli armamenti relativi.

III – Uno stato delle artiglierie, furgoni, treni, materiale di ricambio.

IV – L’inventario di tutte le munizioni da guerra.

Erano certo misure di preliminare necessità, e potevano d’altra parte esaurirsi nel corso rapido d’una settimana, se intorno ad esse la concordia di tutti ne avesse fatto guarentigia di buon successo, arra dell’unità di propositi, d’intenti, d’azione che era necessaria a mantenere insieme viva e fervida la massa dei combattenti sacri alla libertà ed alla morte.

E la concordia fallì.

Bergeret, Duval, Eudes, un po’ perché ritenevano che ogni indugio avesse a riuscire fatale, un po’ perché credevano che certi punti strategici dovessero immediatamente assicurarsi alla difesa, il forte Mont Valerien soprattutto, ed il Ponte di Neuilly; un po’ anche perché alla Commissione Esecutiva mal riconoscevano la competenza nelle cose militari di cui si ritenevano soli depositari, agirono, senza neppure avvisarne la Comune, di loro propria iniziativa, organizzando una sortita pel domani alle quattro del mattino.

Bergeret con un corpo di federati di cui avevano il comando Flourens con Amilcare Cipriani e Romvier col colonnello Henry, si avviò per Courbevoie al forte di Mont Valerien che si diceva sguarnito e di facile occupazione.

Duval e Eudes dirigendosi per le alture di Clamart a Meudon puntarono direttamente su Versailles.

Le truppe di Bergeret giunte sui contrafforti del Mont Valerien vi furono accolte da una scarica di mitraglia spaventevole che le sgominò e le disperse levando voci amare ed irose proteste di tradimento. La guarnigione versagliese del Mont Valerien, che nei rapporti di Lullier alla Comune si diceva sguarnita, era stata manifestamente triplicata, e l’illusione della facile vittoria spirava nella prima tragica disfatta.

Flourens con Cipriani dopo aver tentato ogni sforzo per raccogliere, rimettere insieme i dispersi, ripiegarono su Neuilly urtandosi violentemente alla sbirraglia della divisione mista del turpe e feroce Vinoy.

Flourens vi lasciò la vita, Cipriani crivellato di ferite, portato via su un furgone di cadaveri e giudicato più tardi dalle Corti Marziali andò a finire in Caledonia dove rimase fino al 1881.

A documentare di quanta pietà cristiana sia suscettibile la gente per bene minacciata nel privilegio e nella borsa, un episodio basterà.

Il cadavere di Flourens portato a Versailles fu esposto al pubblico disprezzo, come su la gogna, e cortigiani e sgualdrine del gran mondo corsero in folla a vedere, a coprir di scherni e di sputi, la carogna del bandito comunardo.

I battaglioni del Duval e dell’Eudes ebbero dapprima fortuna migliore, occuparono Meudon Chatillon spingendosi temerariamente fino a Claville, alle porte di Versaglia. Ma qui le mitragliatrici dell’ordine attendevano in agguato e ne fecero strage, cosicché dovettero ripiegare mal protette dalle povere artiglierie dei forti di Vanves e d’Issy.

La nuova del duplice rovescio giunta a Parigi verso le nove antimeridiane vi suscitò tale costernazione da cui la Comune non si riebbe mai.

I nemici di dentro trionfavano meglio che quelli di fuori: avevano ridotto Parigi in un bello stato i pezzenti che pretendevano inaugurare una civiltà nuova, ed avevano disprezzato consigli e cooperazione di statisti consumati come il Tirard, il Meline, il Ferry! L’avevano ridotta in un bello stato! Credevano di rompere con un pugno d’inermi straccioni la muraglia di ferro e di bronzo di cui il Thiers aveva cinto la capitale; e non riportavano dalle loro spedizioni grottesche che un mucchio di cadaveri e di vergogna !

Alla Comune erano pure impressionati profondamente:

Cluseret fu chiamato alla guerra, Duval, Eudes, Bergeret diffidati a render conto dell’indisciplina e del disastro che ne era conseguito, furono più tardi sostituiti da Delescluze, Vermorel e Cournet. Ma Duval, che era un fonditore modesto in cui l’intelligenza e l’ardimento s’accoppiavano ad una devozione insospettata ed ardente alla causa del proletariato, trovava la morte l’indomani.

Senza il possesso delle alture di Chatillon la difesa di Parigi era uno scherno. Duval lo comprendeva. Raccolse su l’alba del 4 Aprile un distaccamento di federati e cercò d’impadronirsene. Il tentativo eroico non trovò fortuna. Duval e trentacinque dei suoi compagni caddero nelle mani del Vinoy e passati per le armi.

Ma dinnanzi al boia non impallidirono «ils ont subi en fanfarons le sort que la loi reserve à tous chefs d’insurgés, pris les armes à la main», scrive nella Guerre des Communeux de Paris un ufficiale dell’impero che certo nelle stragi dei Comunalisti ebbe la sua parte.

Flourens e Duval inaugurano col sacrifizio la rossa primavera d’abnegazione, d’eroismo e d’audacia che nel Maggio, nel sangue dei trentacinquemila fucilati della Comune, consacrerà alle vittorie indefettibili dell’avvenire prossimo l’emancipazione dei lavoratori del mondo.

 

 

(1) G. Lefrançais, membro della Comune, nel suo studio analogo

(2) L’Internazionale di Oscar Testut

(3) G. Lefrançais, Ibid.

(4) Elie Reclus, Le Journal de la Commune, Schleicker Frère Ed.

(5) Manifesto del Comitato centrale della Guardia Nazionale, il 19 Marzo 1871

(6) Frédéric Damé che a quel giorni era segretario del Tirard – il capo delle resistenze conservatrici – scrive in un suo libro su Le XVIII Mars et la Resistance des Maires, testualmente: «I sindaci hanno tenuto in iscacco durante otto giorni il Comitato centrale, e questi otto giorni sono bastati al governo ad organizzare il proprio esercito… Così facendo i sindaci hanno agito da buoni cittadini»

(7) G. Lefrançais, Etude sur le Mouvement Communaliste du 1871

(8) Non consulto uno scrittore che abbia simpatie rivoluzionarie: traggo la prova dal giornale di Catulle Mendès, un conservatore di tre parrucche almeno: «Allievi del Politecnico vanno e vengono dalla Mairie del II arrondissement al Grand Hotel in cui si trovano, dicesi, l’ammiraglio Saisset ed il suo stato maggiore… Per andare a pranzo gli amici dell’ordine non hanno bisogno di lasciar l’accampamento… vanno a mangiare ad un restaurant di via Filles de St. Thomas: la zuppa, il lesso, un secondo piatto di carne, legumi, una bottiglia di vino». «Quando i federati – i soldati della Comune – sapranno che non soltanto abbiamo buona paga, ma che mangiamo come principi, verranno a noi».

(9) Catulle Mendès, Les 73 Journées de la Commune, Paris, Lachand Ed. 1871

 

 

[l’Adunata dei refrattari, 17 marzo-24 marzo-7 aprile-14 aprile 1934]