Il problema della coscienza (di classe)

machorka51

di Valerio Bertello (2007)

 

[Quello che segue è un intervento al dibattito tenutosi a El Paso in occasione della presentazione del libro di Sergio Ghirardi, Lettera aperta ai sopravvissuti, Nautilus, 2007]

L’intervento di Daniele Pepino sul testo di Sergio Ghirardi, Lettera aperta ai sopravvissuti, appare molto puntuale. Sostanzialmente mette in campo il problema della coscienza, questione fondamentale per la teoria rivoluzionaria. In sintesi si afferma, a proposito della transizione al comunismo: “da dove germoglierà questo nuovo mondo? Dall’insorgere della volontà di vivere? Io semplicemente non ci credo. […] Questi sono concetti astratti, non dinamiche materiali e sociali, le cose cioè da cui scaturiscono i cambiamenti”. Poiché ogni cambiamento è il risultato di una azione e questa presuppone una coscienza, qui ad una forma di coscienza ne viene opposta un’altra. Per assumere una posizione in questa questione occorre inquadrarla nella sua generalità.

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Partendo, come è necessario, da Marx, è evidente che la questione della coscienza è sempre stato il punto debole del marxismo. Marx sostiene da una parte che “le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti”, e dall’altra che “quando questa teoria [le idee] entra in contraddizione con i rapporti esistenti, ciò può accadere soltanto per il fatto che i rapporti sociali esistenti sono entrati in contraddizione con le forze produttive esistenti” (L’ideologia tedesca). Ma poiché “una formazione sociale non perisce finché non siano sviluppate tutte le forze produttive cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai prima che siano maturate le condizioni materiali della sua esistenza” (Per la critica dell’economia politica, Introduzione), necessariamente lo stesso accade per la coscienza. La contraddizione tra rapporti di produzione e forze produttive, quindi una coscienza rivoluzionaria, può emergere solo con la decadenza di un sistema sociale e coincide con la sua scomparsa. Questo aspetto del materialismo storico ha sempre costituito una contraddizione per il marxismo come teoria rivoluzionaria, in quanto, pur dichiarandosi tale, tende a giustificare posizioni attendiste e deterministe, quindi una pratica riformista.
Tutte le correnti rivoluzionarie, cioè immediatiste e volontariste, hanno dovuto confrontarsi con tale problema, che appare tanto più cruciale in quanto il capitale da tempo ha tratto vantaggio da tale contraddizione, – che è non solo della teoria ma della correlata concezione del proletariato stesso come classe rivoluzionaria, – per legittimarsi, da quando ha concesso il suffragio universale. Infatti tale contraddizione diviene palpabile ad ogni tornata elettorale quando il proletariato, cioè la maggioranza degli elettori, non solo vota per i partiti della sinistra moderata, ma sovente anche, e talvolta in prevalenza, per le formazioni conservatrici o reazionarie.
La prima soluzione a tale problema è quella leninista, coerentemente marxista e giustificata dall’arretratezza della Russia di allora. Si ammette che il proletariato non può che maturare una coscienza sindacale, e quindi la coscienza deve essere introdotta dall’esterno, da un partito della coscienza (e quindi della strategia). Soluzione criticabile, che da tempo ha mostrato di essere controproducente. Soprattutto non è chiaro da quale luogo “esterno” possa sorgere e irradiarsi, e in effetti l’involuzione dei partiti leninisti dimostra proprio che questo luogo non esiste, e se mai riconferma le tesi marxiana. Soluzione che comunque ha il pregio di essere chiara e coerente.
Un’altra soluzione è quella anarchica, anch’essa molto coerente. La coscienza rivoluzionaria, un insopprimibile anelito verso la libertà, è un dato innato sempre presente in ogni individuo. Se non si esprime ciò accade perché l’individuo viene ingannato e represso dalla religione e dallo stato. Basterà rimuovere questi ostacoli, ciò che può essere compiuto in ogni momento, che tutto andrà per il meglio. Qui il luogo esterno da cui proviene la coscienza è la Natura, che dota ogni sua creatura di un fine in cui realizzarsi e dei mezzi necessari, cioè di ciò che gli è necessario per vivere secondo la sua essenza. Visione ottimistica e affascinante, che costituisce però un puro atto di fede, ma soprattutto criticabile, perché risolve una questione sociale ricorrendo ad un dato naturale immutabile e incontrollabile.
La soluzione marxista è la teoria della crisi. Si afferma che il capitalismo è un sistema sociale agonizzante, e si spia il suo marasma finale per dichiararne il decesso o affrettarlo. Ma anche questa soluzione ha già da tempo mostrato la corda, fin dai tempi della socialdemocrazia per arrivare al bordighismo. Se la fine del capitale è certa (ciò che in fondo è solo una ovvietà), nessuno è in grado di prevedere quando scoccherà la sua ora. Anche questo è un atto di fede, oltretutto smentito troppe volte dal ripetuto superamento di crisi che apparivano sempre come le ultime.
L’unica soluzione è quella di prendere atto del fallimento di tutte le soluzioni finora proposte e risolversi a tentare l’ultima alternativa possibile: una modificazione del marxismo, che inoltre significherebbe semplicemente un adeguamento alla storia successiva alla sua formulazione. Il tentativo in questa direzione di maggior rilievo è quello attuato dall’operaismo. Detto in estrema sintesi, per l’operaismo la contraddizione tra forze produttive e rapporto di produzione è permanente in quanto intrinseca al capitale, e genera da una parte un continuo processo di adeguamento del capitale ad una situazione di conflittualità endemica, ma soprattutto apre lo spazio allo sviluppo di una coscienza proletaria autonoma rispetto la pensiero egemone della borghesia, cioè di un proletariato rivoluzionario. La forza motrice della storia è posta nella lotta di classe, intesa come risultato della resistenza del proletariato al rapporto di produzione, cioè alla sua riduzione a forza lavoro astratta. La lotta costringe il capitale alla ristrutturazione, cioè al ripristino del comando attraverso una riorganizzazione della sua base materiale, il che implica un mutamento del rapporto di produzione. Questo non è un atto di fede, non un dato naturale immutabile, ma un fatto empiricamente constatabile, da ciascuno su di sé e in tutti, e un fatto sociale su cui è possibile agire.
Naturalmente anche l’operaismo è datato e andrebbe adeguato ai tempi, allo sviluppo del capitale all’epoca del dominio reale compiuto, dove la produzione e la circolazione sono tutt’uno, il mercato mondiale una realtà, il liberismo il pensiero dominante. Compito finora lasciato a recuperatori di ogni genere, dagli economisti ai negriani dell’Autonomia, attuato miscelando maldestramente operaismo, leninismo e terzomondismo. In questi tempi difficili la teoria radicale si è invece trastullata nel dipingere una Arcadia radicale, dilettandosi con insipide pastorellerie. Non che l’utopia sia da rifiutare, ma occorre essere consapevoli che essa semplicemente è sempre stata l’espressione in un linguaggio mitico non solo di una rivoluzione non ancora cosciente di se stessa, ma anche di una rivoluzione sconfitta. Oggi ci troviamo in quest’ultima realtà, appunto di guerra di tutti contro tutti, per cui l’utopia riflette bene questa situazione in negativo, come rifugio contro la guerra civile planetaria, analogamente agli idilli pastorali del Seicento di fronte alle guerre di religione ed ai massacri che ne scaturivano. Così l’utopia situazionista era progressiva prima degli anni ‘70, ma ora riflette solo una sconfitta e va non liquidata ma superata, sulla scorta appunto degli eventi di tale decennio e di ciò che ne è seguito.
Torino, 20 novembre 2007