Sotto un cielo di sbarre (di Giuseppe Lo Turco) 2012

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Loro lo incarcerano: noi ne diffondiamo i testi

Sotto un cielo di sbarre

“Siamo tutte e tutti carcerati, poichè una società che ha bisogno del carcere, di rinchiudere ed escludere, è essa stessa carcere. Ma non sarà mai incarcerabile la gioia del sogno della libertà dai padroni e dalle loro galere, la gioia di una solidarietà in lotta” 

Marco Camenisch

Si dice che lo stolto, invece di puntare gli occhi sulla luna, si soffermi a rimirare il dito che la indica. Eppure, senza voler giustificare lo stolto o reputarmi tale, credo sia difficile alzare lo sguardo al cielo quando questo non fa che coprirsi sempre più di sbarre. Dire ciò potrà sembrare scontato dato che la luna, da dove mi trovo adesso, posso solo immaginarla ma le sbarre di cui parlo non caratterizzano solo la prigione bensì sono parte integrante, sotto varie forme, dell’intero dominante che ammorba l’esistente. Una volta squarciato quel velo che per qualcuno era di Maya, il confine tra la cosidetta realtà sociale e quella carceraria si dissolve svelando la vera natura del contesto nel quale, più o meno volentieri in base al grado di consapevolezza individuale, si vive. Nel corso di questi quasi tre mesi di prigionia, trascorsa in isolamento per una cinquantina di giorni, molte analogie tra società e prigione mi sono apparse in modo ancora più nitido. Per cominciare, è facile notare le corrispondenze tra il controllo costante operato dal dominio e riservato ai suoi nemici all’interno della società, o ad intere categorie di individui, e quello oltremodo manifesto previsto per i detenuti all’interno delle prigioni. Da un lato pedinamenti, intercettazioni e sistemi tecnologici di sorveglianza, dall’altro la limitazione fisica della “libertà” concretizzata da carceri, guardie e analoghi strumenti di controllo. Processi e tecniche di spersonalizzazione supportati da precise strategie e coadiuvati all’occorrenza di sostanze pronte all’uso, mirati all’annichilimento dell’individuo esistono tanto “dentro” quanto “fuori”; il rischio di diventare succubi dell’omologazione democratica fa il palo con quello, per il detenuto, di ridursi alla stregua di un numero. Tanto la prigione quanto la società si fondano sulla creazione e il consolidamento di ruoli e gerarchie oltre che sulla necessità di espropriare l’individuo di ogni autonomia. Finendo col soccombere a tutto ciò, spesso senza neanche una accennata resistenza, la maggioranza degli esseri umani, ricorrendo a cicli continui di deleghe, ha rinunciato a qualsiasi influenza diretta sulla conduzione della propria vita. Non è un caso che proprio la delega, in prigione, sia l’unico modo, a voler seguire la norma, per formulare richieste, anche le più banali, cosicchè il detenuto possa avvertire nettamente la perdita di ogni possibile autodeterminazione. Non riscontro rilevanti differenze neanche tra l’ossessione securitaria metabolizzata dal cittadino, magari euforico spettatore  (o speranzoso aspirante concorrente) dello spettacolo mediatico incentrato sullo sbirciare televisivi buchi delle serrature, e quella insita nel funzionamento della prigione (ogni riferimento alle perquisizioni corporali, ad altre pratiche umilianti e agli spioncini posti nei bagni non è assolutamente casuale). Inoltre, volendo sfatare ogni “prigionierismo”, deludendo chi ancora crede nel binomio detenuto-ribellione, ritengo che dinamiche di servitù volontaria contraddistinguono tanto la massa dei “liberi” quanto quella dei prigionieri. I primi, sempre più subordinati ad ogni manifestazione del potere, finiscono con il diventare gendarmi di se stessi e delatori delle condotte altrui; i secondi, talvolta, non avvertono neanche il bisogno di mettere in discussione la prigionia alla quale sono costretti, e se ne hanno modo, capita pure che alcuni diventino collaboratori dei propri aguzzini. Le città così come le prigioni, seppur teatri di forti contraddizioni, sono impregnate di una remissività sempre più radicata e gli individui, prigionieri o no, in conflitto con l’esistente sono una minoranza combattiva e consapevole del reale stato di cose. Il grigiore delle mura di cinta ha la stessa sfumatura dei palazzi nelle città, sono proprio queste infatti, ad essersi trasformate in carceri sempre più sicure. Lager per “stranieri” e manicomi, oltre alle ordinarie strutture detentive, esistono grazie alla simbiosi con modelli di vita finalizzati al mantenimento dello status quo. Proprio ora che efficienza e funzionalità sembrano essere diventate i presupposti dell’attuale condizione di prigionia generalizzata, la riappropriazione di se stessi e la riscoperta della propria irriducibile individualità diventano la genesi dell’insubordinazione. avere nel cuore il desiderio che questo mondo crolli una volta per tutte è l’utopia che spinge tanti individui e gruppi, consapevoli che ogni aspetto dell’esistente è attaccabile, a concretizzare l’azione multiforme anarchica. Solo così anche la solidarietà diventa sinonimo di azione diretta evitando il rischio di ridursi ad una parola come tante altre. A tal proposito, concludo col pensiero rivolto al compagno anarchico messicano Mario Lopez, rimasto gravemente ferito durante un attacco contro delle strutture, che recentemente ha ribadito ” la solidarietà è la nostra arma migliore”. Sono gli attacchi anarchici, che imprevedibili si susseguono giorno dopo giorno in tutto il mondo, a dare la conferma alle sue parole e ad infiammare i cuori dei prigionieri e delle prigioniere anarchici/che. Invio un caloroso saluto ai prigionieri membri della CCF sotto processo per il “caso Halandri” e la mia solidarietà agli indagati e alle indagate a seguito della recente “Operazione Mangiafuoco”!

Dalla sezione di alta sorveglianza del carcere di Alessandria, agosto 2012
Giuseppe Lo Turco
individualità anarchica prigioniera

http://www.anarchaos.org/2012/09/9622/