Io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi (it/en)

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Alfredo M. Bonanno
Io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi, il 17 maggio 1972, sotto casa sua, in via Cherubini 6, a Milano, alle nove e un quarto del mattino.
L’affermazione è grave, non per le implicazioni giudiziarie, per carità, delle quali non mi curo minimamente, ma per ben altri motivi, ed è di questi motivi che voglio mettere a parte i miei attenti lettori.

In fondo, se riflettiamo un poco, di che cosa possiamo essere sicuri? La mattina ci svegliamo, mettiamo i piedi fuori dal letto, facciamo colazione in fretta, voliamo verso la scuola, il lavoro, i più vicini giardinetti per trovare gli amici, insomma, ognuno verso le proprie faccende quotidiane. La sera, ritornando a porre le spalle sul lenzuolo, quasi sempre lo stesso della sera prima, di che possiamo dirci certi dell’insieme di fatti che abbiamo visto scorrere sotto i nostri occhi durante l’intera giornata? Non appena puntualizziamo un avvenimento, per quanto semplice, il caffè che abbiamo preso la mattina al bar, ecco che tutto il contorno si fa confuso, tende a sfocare nei suoi dettagli, e ogni aspetto scompare in un desiderio inappagato di precisione.
In definitiva, abbiamo una memoria di quello che ci è accaduto, di quello che abbiamo fatto, ma le nostre affermazioni, riguardo i singoli avvenimenti, sono tanto inadeguate da farci concludere che non possiamo dirci certi di niente.
Ma com’è possibile, direbbe qualcuno?
La risposta è semplice. Noi siamo certi, e sempre dentro limiti a volte consistenti e gravissimi, solo di quello che veramente ci interessa, di quello che si è talmente avvicinato ai nostri personali sentimenti, bisogni, desideri, sogni, progetti, da costituire un pugno nello stomaco. Ricordiamo solo i pugni nello stomaco.
Di per sé, la vita non ci riserva molti pugni nello stomaco, e forse è meglio così.
Pensate cosa sarebbe una vita continuamente vissuta al limite della tensione emotiva, fin quasi a scoppiare sopraffatti dall’adrenalina. Un poco di calma, per carità.
Ma, poiché non siamo bestie da soma, ma uomini e donne ansiosi di viverla questa vita, ecco che la guardiamo in maniera selettiva. Filtriamo i fatti che ci accadono attorno, non solo quelli che vediamo direttamente con i nostri occhi, ma anche quelli che le grandi protesi moderne dei giornali e della televisione ci consentono di cogliere, fatti distanti migliaia di miglia, lontani nello spazio eppure così vicini come se accadessero nel cortile di casa nostra.
Abbiamo fatto l’abitudine a questi fatti, ma ce ne sono alcuni che si presentano in modo tale da colpirci profondamente.
Che vuol dire questo essere colpiti, per giunta in profondità? Vuol dire che restiamo a bocca aperta, mentre una sensazione di dolore, di ansia, di indignazione, di disgusto, oppure, il che fa lo stesso dal punto di vista dei meccanismi biologici che si scatenano nel nostro corpo, di gioia, di entusiasmo, di ebbrezza, ecc.
Questi accadimenti entrano in noi e vi si suggellano nella nostra certezza.
So bene che non c’è certezza alcuna, se la si considera in termini di oggettiva certezza valida per tutti, se la si pretende verificare con il bilancino del farmacista, ma quando il sangue ribolle nelle nostre vene per i quindici morti straziati dentro la sala centrale della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, passassero cent’anni, ci sentiremmo lo stesso certi di un fatto indegno, che solo miserabili servitori dello Stato potevano compiere.
Ecco il genere di certezza di cui voglio parlare.
Tutte le volte che penso a Pinelli gettato dalla finestra della stanza del commissario Calabresi nel cortile interno della questura di via Fatebenefratelli a Milano, il sangue mi ribolle nelle vene.
Quindi anche di questo sono certo. Mille legulei organizzati insieme per spiegarmi le ragioni del povero commissario sbalordito dal poderoso colpo di reni di Pinelli per andare a volteggiare nell’aria notturna di Milano, non possono convincermi. Non ho nemmeno bisogno di leggere le testimonianze dei compagni presenti nelle altre stanze che udirono l’accalorarsi dell’interrogatorio, e le imprecazioni che precedettero e seguirono l’uccisione di Pinelli. Non aggiungono nulla alla mia certezza, queste testimonianze.
Allo stesso modo non tolgono nulla gli scagionamenti di tribunali, o le dichiarazioni filiali di giovani uomini cresciuti all’ombra della colpa paterna, o i ricordi sudaticci di una vedova per la quale non ho mai provato compassione.
Un uomo deciso, sicuro di sé, messo in caricatura perfino in un film, ma padrone della situazione. Era lui la punta di diamante della questura di Milano nel momento in cui scoppiano le bombe, era lui a darsi da fare sulla spinta degli avvenimenti, forse più grandi di lui, ma non di certo capaci di stornargli il cuore verso un moto di correttezza, prima di tutto verso se stesso. Ma di che correttezza può essere capace uno sbirro, e per giunta uno sbirro che vuole fare carriera a qualsiasi costo?
Nessuno parla più di questa persona in modo concreto, non potendo sembrare un mito, sembra almeno un fantasma. Gli anni passati hanno annacquato il personaggio, la morte sembra avere appiattito le caratteristiche in una iconografia da martire statale.
Il povero Calabresi, trentaquattro anni, un fiore di gentiluomo, con moglie incinta e due figlioletti. Un appartamentino al terzo piano del n. 6 di via Cherubini, una casa modesta. Dopo la morte, la moglie dovette attendere quasi un anno per avere 156.000 lire al mese di pensione. Che tristezza.
Ma il povero Calabresi vedeva la vita sotto un’altra prospettiva. Voleva essere un vincente, giocava sporco, ed era riuscito a costruire attorno a sé la fama di duro, di imbattibile. Dappertutto arrivava per primo, schiacciava tutta la concorrenza, i suoi collaboratori lo odiavano, i suoi superiori lo temevano. Uomo da karatè e da culto della forza, era talmente ipocrita con tutti da farsi passare per un sentimentale, per un cattolico praticante, per un timorato di Dio. In fondo, quest’insegnamento l’aveva appreso in America, dove era stato a lavorare con la Cia. Un’esperienza, all’epoca, fatta da pochi super poliziotti italiani.
In quei febbrili giorni del dopo strage a Milano tutti avevano paura di tutti. Il segno del terrore cominciava per la prima volta, seriamente, a penetrare l’aria provinciale e sempliciotta del nostro paese. Anche la città industriale per eccellenza, in fondo, non aveva mai vissuto un’epoca come quella che si accingeva a vivere. E la gente quasi lo sentiva nella pelle questo tragico discorso nuovo che stava per aprirsi.
Perché Pinelli? Perché non lo sappiamo, non lo sapremo mai. Poteva toccare a un altro compagno. La prova di buttare giù qualcuno dalla medesima finestra dello studio di Calabresi era stata fatta mesi prima con Braschi, poteva essere lui a cadere rimbalzando sui cornicioni. Gli è andata bene. Il contesto degli attentati alla Fiera campionaria non era all’altezza di quello di Piazza Fontana.
Raffazzonare al meglio la tesi della pista anarchica era compito suo, era lui lo specialista degli anarchici milanesi, e degli altri che avevano rapporti con i compagni di Milano. Chi meglio di lui poteva raccogliere le fila del discorso di già iniziato da Ventura, con la pubblicazione dei testi anarchici fatta da una casa editrice dichiaratamente fascista e finanziata dal Ministero?
In fondo, la scelta degli anarchici era di già in corso da mesi, la prova generale era stata fatta con le bombe della Fiera campionaria. Molti i compagni in galera proprio in quel momento. E lì attorno, a girare ben bene le cose, il povero Calabresi, con il suo vestito stirato di fresco, il suo atteggiamento educato e duro, la sua cultura (si fa per dire, ma sempre qualcosa in prestito riusciva a prenderlo qua e là), la sua velocità nel prendere decisioni.
La velocità nelle decisioni. Un uomo che aveva lavorato per la Cia non poteva avere che la velocità degli uomini della Cia, spietati e freddi nell’esecuzione del loro lavoro. Solo tempi molto più vicini a noi hanno smontato questi luoghi comuni, facendo vedere come i Servizi Segreti, dalla Cia al MI5, al famigerato Mossad, altro non sono che bande di assassini prezzolati e garantiti dell’immunità statale, spesso anche un branco di incapaci e di sprovveduti, dotati di mezzi che a un certo punto li fanno più grandi e più forti di quello che veramente sono.
Ecco, il commissario Luigi Calabresi era uno di questi assassini prezzolati e garantiti. Attorno a lui si era creato il mito dell’imbattibilità, della forza decisionista che abbatte tutti gli ostacoli di fronte a sé.
Una prima incrinatura questo mito l’aveva avuto al processo contro “Lotta Continua”, dove Calabresi era apparso in difficoltà. Lo si accusava esattamente di quello che stiamo dicendo qui, di avere ucciso, o almeno partecipato all’uccisione di Pinelli. I balbettii di risposta sono ancora nel ricordo di tanti compagni.
Il 17 di maggio fu un giorno infausto per il grande commissario. Tutto sembrava dovesse andare come sempre, la solita routine della mattina: la colazione, il saluto alla moglie incinta, i due figlioletti, uno di due anni e uno di undici mesi, che scenetta familiare.
Anche il boia ha una famiglia. Non sembra possibile, ma è così. E la famiglia del boia vede il lavoro del boia come quello di un qualsiasi funzionario dello Stato, per giunta di un certo livello, richiedendo il lavoro di boia specializzazioni che non tutti possono assolvere. Dietro la maschera che nasconde il boia c’è posto anche per la prolifica moglie e la numerosa figliolanza.
Quell’infausto giorno, più o meno alle nove di mattina, il commissario Luigi Calabresi scende in strada. Lì lo aspetta il suo destino, esattamente alle nove e quindici minuti, sotto forma di due pallottole, una prima e una dopo.
Referto: discontinuazioni craniche, meningo-cerebrali, da proiettile da arma da fuoco (regione occipitale destra).
L’autoambulanza della Crocebianca di Vialba urla la sua urgenza per le strade della metropoli. Alle nove e trentasette minuti il commissario Luigi Calabresi muore all’ospedale S. Carlo.
L’autopsia sul cadavere di Pinelli fu eseguita dai professori Ludovi, Mangigli e Falzi. Chi sono costoro? Non lo so. Dei tagliaossa qualsiasi? Non credo, almeno uno di loro era un uomo dei Servizi, come è apparso in una nota marginale pubblicata dai giornali anni dopo.
Perché questa presenza? Perché, ancora una volta non si sentivano sicuri che tutto fosse stato fatto a dovere (troppa gente nella stanza di Calabresi?), e volevano chiudere al più presto, massacrando in fretta e furia quel che restava del nostro compagno.
Una cosa è certa, che se il lavoro di Calabresi fu un macabro pasticcio (all’improvviso risultò che Pinelli portava ai piedi tre scarpe), quello dei notomizzatori fu fatto alla perfezione. Dopo, nessuna controperizia fu possibile.
Calabresi, dopo essere uscito dal portone di casa, va verso il salvagente nel centro della via dove era parcheggiata la Cinquecento della moglie. Ai due lati una Primula e una Opel. Il primo colpo lo coglie alla spalla destra, cade, il secondo gli fa saltare parte del cranio. Lo spazio tra la Cinquecento e l’Opel si riempie a poco a poco di sangue.
La gente presente non accorre subito, quasi non si è accorta dei colpi d’arma da fuoco. Nell’aria primaverile sembravano scoppiettii d’una vecchia auto. Poi qualcuno scorge il corpo bocconi, il sangue che continua ad allargare la sua chiazza purpurea. Si chiama la polizia, i carabinieri, l’autoambulanza, insomma tutto quello che accade di solito in questi casi, accade, come in un vecchio copione abusato. Solo che stavolta accorrono anche gli alti vertici della polizia milanese. Guida ha gli occhi pieni di lacrime. Il vecchio custode dei penitenziari fascisti, sperimentato a tanti misfatti e a tante torture, si commuove nel vedere il corpo del fido collaboratore a terra, riverso nel proprio sangue.
Il funerale del commissario finestra è fastoso, moltissime corone di fiori. Il cadavere viene portato in chiesa. Il vescovo ausiliare di Milano celebra il rito funebre: “Fulgido esempio di dedizione al dovere”. È incredibile come questa gente non abbia il minimo senso di pudore.
Il cardinale Colombo, riferendosi ad una dichiarazione della signora Gemma Calabresi, afferma: “Il fiore più bello sbocciato sul sangue del commissario ucciso è il perdono della vedova”. Roba da non crederci.
Perdono. Che parola magica. Bisognerà aspettare degli anni per sentirla ripetere di nuovo, da altra gente, in altri contesti, ma sempre riguardo la morte di Calabresi.
Ma, andiamo con ordine.
Di quella mattinata di maggio qualcuno, dopo tanti anni, sembra ricordare qualcosa. Che splendido e meraviglioso meccanismo è la memoria. La memoria dei pentiti, poi, meriterebbe uno studio a parte. In quel di Massa c’è un tizio che vende crêpe, che ha un chiosco di crêpe, forse venderà anche cocacola e aranciate, non lo so, comunque ha tutta l’aria di un onesto bottegaio che tira a campare. E invece sotto il suo sguardo bonaccione si nasconde un pericoloso criminale.
In più, questo criminale pericoloso parla, racconta delle storie, narra di quello che fece la mattina di quel 17 maggio 1972 in via Cherubini, quando a bordo di una macchina aspettava, aspettava, aspettava.
Ma chi aspettava?
Il nostro amico fa un nome, poi ne fa altri due, indicando in questi ultimi i mandanti dell’uccisione di Calabresi.
Lui era solo l’assistente, l’autista dell’autore materiale del fatto.
Ma andiamo, mio caro amico pentito, possibile che i carabinieri abbiano soltanto un disco e che a tutti coloro che accettano per quattro soldi di indossare la casacca dell’infame facciano recitare sempre la solita storia?
Ecco, c’è un fatto che i magistrati non sanno, che lo stesso pentito non sa, che nessuno sa, ed è il fatto che io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi, il 17 maggio 1972, sotto casa sua, in via Cherubini 6, a Milano, alle nove e un quarto del mattino. E questo taglia la testa al toro, definitivamente. Il faccione del pentito sta solo recitando un pessimo copione.
Ma, non anticipiamo i tempi.
Ad aspettare il commissario in via Cherubini, c’era la vendetta.
Un assoluto silenzio accolse il 20 dicembre del 1969 all’uscita dell’obitorio la salma di Pinelli. Erano le 15 e un quarto. Cominciava a piovere.
Ci indirizzammo verso via Preneste.
La moglie Licia aveva rilasciato un comunicato: “Desidero vivamente che i funerali di Pino Pinelli, pur aperti a tutti gli amici che vorranno prendervi parte, avvengano in forma dichiaratamente privata, senza la partecipazione di gruppi organizzati, di delegazioni o simboli”.
Non so perché lei ebbe a fare questa dichiarazione, non certo per i motivi per cui da solo, nel mio cuore, anch’io ero arrivato alle stesse conclusioni: simboli, striscioni dei gruppi, forse le stesse bandiere al vento, sarebbero stati fuori posto.
Una sola bandiera nera avrebbe dovuto essere presente, alla fine risultò che di bandiere ce n’erano più del necessario.
Una corona di fiori portava una piccola scritta: “Gli anarchici tutti non ti dimenticheranno”.
Mi chiesi se non avremmo dimenticato Pinelli, oppure quello che gli era stato fatto. Il dubbio rimase fino al Cimitero Maggiore.
Fossa 434, campo 76.
Qui non ebbi più dubbi. E, insieme a me, i mille compagni presenti non ebbero più dubbi.
Calabresi doveva essere ucciso.
Addio Lugano bella.
La vendetta è una questione di dignità. L’enormità del fatto non deve essere commisurata soltanto alla morte di Pinelli, e forse nemmeno alla stessa strage dei quindici morti e dei novanta feriti. Ciò costituirebbe una mera algebra giuridica, forse appena appena più corretta di quella che prevedono i codici. E, in questo senso, non mi interesserebbe.
La vendetta è un eccesso, di per sé, non nell’attacco che realizza. Quindi, vedendo il rapporto nel senso contrario, l’uccisione di Calabresi, questa non è stata una vendetta commisurata, commisurata ai morti di Piazza Fontana o alla morte di Pinelli. Anche vedendo le cose in questo modo si ricade nell’algebra giuridica di prima.
La vendetta è quindi un eccesso.
Non occhio per occhio, dente per dente, che di già nella formulazione biblica costituiva una razionalizzazione di precedenti comportamenti vendicativi imprevedibili, quindi un codice vero e proprio, mentre è parso ai più, erroneamente, una vendetta e basta.
L’eccesso che si racchiude nella vendetta spazza il campo di qualsiasi rapporto di equivalenza, di qualsiasi commisurazione. Non è vendetta se non si trabocca nell’immane, nella cancellazione barbara del nemico, nella sua eliminazione o, almeno, in un arrecargli un danno di tale portata da rendergli impossibile l’oblio.
Se la vendetta fosse commisurata, sarebbe il sistema sociale nel suo insieme ad impormela, ed eccomi quindi racchiuso in un codice, sia pure non scritto, ma sempre in un codice. L’ambiente mi obbligherebbe a vendicarmi, seguendo delle regole, in quanto in caso contrario sarei guardato male e male considerato se non mi vendicassi o se mi vendicassi in eccesso, dando origine a ripercussioni dannose per l’ambiente stesso.
Invece, se a sollecitarmi alla vendetta è la mia dignità offesa, è solo verso di essa che io sono responsabile, ed è con essa, quindi con la parte offesa di me stesso, con la mia coscienza, che devo fare i conti. E con me stesso non ci sono mezze misure, io costituisco con me stesso una totalità indissolubile, io sono il mondo, la totalità del mondo, e chi arreca offesa alla mia dignità cancella il mondo, mi distrugge come coscienza del mondo attraverso me stesso, e merita di essere tolto dal mondo.
Certo, sono pochi a cogliere il senso profondo della propria dignità. È questo il mistero di certi comportamenti che ci sembrano inspiegabili. Nietzsche si sente offeso nella propria dignità di uomo di fronte allo spettacolo di un vetturino che frusta il proprio cavallo e non potendo resistere davanti al proprio mondo ucciso da quel bruto insensibile, decide di cancellarlo quel mondo, di cancellare il proprio mondo, di cancellarsi nella pazzia. Per lo stesso motivo, altri compagni, di fronte alla propria dignità offesa cancellano il mondo in altro modo, si cancellano nel suicidio.
Questo modo di vedere la vita si sviluppa e finisce per diventare essenziale, man mano che ci si rende conto dell’assurdità delle regole formali che sanciscono la cosiddetta società, per non parlare delle leggi che fissano le condizioni di esistenza dello Stato. Leggi e comportamenti che a lungo andare appaiono non solo strumenti del nemico per asfissiare e rendere impossibile quel poco di libertà che anche in una società amministrata e controllata è possibile strappare, ma in se stessi, come vere storture, comportamenti aberranti anche quando appaiono intenzionati dalla migliore buona volontà.
La critica della vita quotidiana produce una coscienza che nel tempo si fa sempre più acuta e sensibile, sempre più alacre nello scoprire ulteriori terreni di desolazione e di isolamento. Tutto intorno cadono così i luoghi comuni del possibilismo democratico, le illusioni della politica, le positività del movimento storico, le concessioni istituzionali, l’asetticità di certi riconoscimenti. Si fa terreno bruciato, ed allora occorre decidersi. Se la propria coscienza è capace di penetrare dentro la realtà, se scopre la trama che costituisce il tessuto dei rapporti sociali, quella trama fine e quasi impalpabile che spesso è coperta dai colori appetitosi dell’offerta con cui si veste la miseria del dominio, se arriva a fare chiara questa notte senza tempo, allora si sente offesa, profondamente offesa.
È l’offesa dei millenni della schiavitù e dell’incarcerazione, dei millenni di sofferenze e genocidi, dei millenni di sottomissione a pochi gruppi dominatori. Nulla di quello che è stato il nostro passato merita di essere salvato, nulla mi è stato dato, e nulla sono riuscito a strappare al nemico, se non nell’ottica di una sua concorrenziale concessione diretta a farmi accedere al banchetto, sia pure per qualche briciola, per qualche riconoscimento di status del tutto marginale, per qualche striscia sul berretto, per qualche inchino da parte di imbecilli sornioni che si credono furbi.
E puoi anche riflettere per anni e anni su questi problemi, leggere e riflettere, fin quando ti senti stanco e triste, e non c’è nessuna pagina, nessuna parola, nessun gesto di uomo o di donna a te vicini che ti dica qualcosa di chiaro, definitivamente chiaro. Puoi remare nell’oscurità per anni, come i galeotti di un tempo, fino allo stremo, fino a quando cadi morto sul remo senza che gli altri se ne accorgano.
Invece, può accadere che un fatto ti illumini per un attimo il fondo della strada, che un fatto atroce ti faccia vedere in filigrana com’è veramente il nemico, di che pasta lo hanno messo al forno, da quale crogiolo infernale è uscita la sua anima. Se un tale avvenimento accade, se sei là anche tu, insieme a tanti altri come te, che sai che stanno vivendo la medesima esperienza traumatica, e li vedi, omoni grossi con le mani callose, ragazzini che cercano di darsi un atteggiamento, donne mature che corrono col pensiero agli anni della guerra, ai figli trucidati, fanciulle che vedono il loro amore, che avvertono come un segno di purezza del mondo, quasi sporcato da tanta protervia, e li vedi, tutti con le lacrime agli occhi, impotenti ma con i muscoli tesi, se un tale avvenimento accade con te dentro, non è più un qualsiasi accadimento, un fatto come gli altri (milioni di persone muoiono uccise barbaramente e vengono condotte al cimitero più o meno in fretta), ma quel fatto ha una carica diversa, porta con sé una tensione che non ti permette di avere tregua, ti svegli la notte sudato e, seduto sul letto, ti chiedi che stai facendo nel tuo letto, e se per caso non sei tu il morto che si gira nella tomba, mentre ad essere vivo, ben vivo, è proprio Pinelli, con la sua ingenua barba da operaio delle ferrovie.
Mi rendo conto che tutto questo potrà sembrare un elenco di sensazioni avvertite da un cervello esaltato, da me che, lo devo confessare, quella sera al Cimitero Maggiore, fossa 434, campo 76, mi sono messo a piangere senza ritegno. E sia, mettiamola così, si tratta di ricordi che risentono dello stato emotivo del momento, e spesso questi stati emotivi esaltati, non potendosi esprimere sull’istante in qualche cosa di fattivo (prendere a pugni un poliziotto, ad esempio), si traducono in una frustrazione che fa scoppiare in lacrime. E sia, sono d’accordo.
Ma così ragionando si perde qualcosa d’importante, riducendo tutto ad una somma di singole persone che vivono singoli stati d’animo, si mette da parte la cosa essenziale, quella forza eccezionalmente importante che viene fuori da molte persone che avvertendo le medesime sensazioni emotive, sollecitate da sentimenti molto simili (nessuno identico, per carità, lo so bene), si sentono attratti uno con l’altro a costituire un insieme omogeneo che non ha bisogno di patti o contratti scritti o detti per costituirsi. Improvvisamente, questa forza collettiva emerge ed è là, tangibile, posso toccarla, posso sentire la sua voce, posso lasciarmi prendere dalle sue suggestioni, indirizzare lo sguardo dove lei mi dice di guardare, vedere con i suoi occhi fatti di mille pupille quello che i miei poveri occhi miopi non vedono, ricordare ciò che la mia povera mente da sola non può ricordare.
Improvvisamente, come dalla testa di Zeus, di tutto punto armata, esce l’idea di giustizia. Ma è una ben strana idea, perché non si appoggia a nessun patto, a nessun ordinamento preferenziale. Non è un’idea che vuole rimettere le cose al loro posto, scambiare il cadavere di Pinelli con quello di Calabresi, non sono prodotti fungibili. Non è un’idea che vuole garantire all’azione rivoluzionaria, genericamente considerata, una legittimità di continuazione: che fiducia possono avere gli sfruttati in rivoluzionari che senza reagire si fanno gettare dalla finestra come una scatola di roba vecchia. No, nemmeno questo. Non è un’idea che vuole essere conosciuta, fatta propria dalla gente, tanto è vero che non ci saranno rivendicazioni o chiacchiere politiche da parte di organizzazioni specifiche di nessun genere, e dire che in quel torno di tempo strutture nascenti ce n’erano diverse. Non è un’idea che si alza più alta delle altre per richiamare all’ordine turbato dal comportamento fuori delle regole, dai misfatti compiuti da un certo commissario Calabresi, dopo tutto non è certo normale che un fermato in questura, durante un interrogatorio, venga buttato fuori dalla finestra.
Se questo mondo si basa sulla giustizia commisurata, sui calcoli numerici di un dare e un avere, di un punire per il torto fatto e di fare un torto per la pena subita, si tratta di un mondo che non ha niente a che fare con quell’idea di giustizia venuta fuori collettivamente in quel momento, quella sera, nel Cimitero Maggiore di Milano. Ecco quindi che quella sera, senza che nessuno lo volesse o lo sapesse, è venuta fuori un’idea di giustizia che prima non c’era, un’idea che travalica e rende risibile il singolo desiderio, la singola fantasia di sparare in bocca al buon commissario Calabresi, desiderio e fantasia coltivati senz’altro dalla quasi totalità dei presenti, ma come tutti i desideri e tutte le fantasie, poco dopo, col ritorno alla vita quotidiana, svaniti nel nulla.
Invece quest’idea di giustizia (che si potrebbe definire “proletaria” se, come giustamente è stato fatto notare, su questo termine non fosse piovuta la polvere dei millenni a renderlo inutilizzabile), che non sapendo come chiamare continueremo a chiamare così, semplicemente, giustizia, quest’idea di giustizia ha continuato il suo cammino in tutti noi, ci ha mantenuti tutti insieme uniti, compagni che non mi sono mai stati vicini, che erano presenti quella sera lì, che poi ho rivisto poche volte altrove, in tutt’altre faccende affaccendati, loro ed io, compagni per i quali, diciamolo chiaramente, nutro pochissima stima, se non proprio avversione e disprezzo, ebbene per il semplice fatto che anche loro fossero lì quella sera, tutte le volte che la voce lontana ma vivissima della giustizia mi chiama, mettendomi in subbuglio il cuore, anche quei compagni torno a sentirli vicini.
Ecco perché io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi, il 17 maggio 1972, sotto casa sua, in via Cherubini 6, a Milano, alle nove e un quarto del mattino.
Quei mille, e più, compagni presenti alla fossa 434, campo 76, del Cimitero Maggiore di Milano, abbiamo tutti premuto il grilletto.
Nessun perdono. Nessuna pietà.
Addio Lugano bella.
[Da Io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi, Edizioni Anarchismo, Trieste 2007]
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I know who killed Chief Superintendent Luigi Calabresi

Alfredo M. Bonanno

 

I know who killed Chief Superintendent Luigi Calabresi on May 17 1972, outside his house in via Cherubini 6, in Milan, at a quarter past nine in the morning.

This is a serious statement, not due its judicial implications, for goodness sake, which I don’t give a damn about, but for quite other reasons, and these reasons are what I want to draw my reader’s attention to.

Basically, if we stop and think for a moment, what is there that we can be certain of? We get up in the morning, have a quick breakfast, rush to school, work, the nearest park to meet some friends, in a word, each towards their own daily business. In the evening we come back and lie between the sheets, nearly always the same as the evening before, where we can feel sure about the various events we have seen pass in front of our eyes during the whole day. As soon as some event takes place, no matter how simple, the coffee we had in the morning in the bar, everything surrounding it becomes confused, tends to suffocate in detail, and disappears in a non-requited desire for precision.

In the end we have a recollection of what happened, of the things we have done, but our affirmations about single events are so inadequate as to make us conclude that we cannot be sure about anything.

But how is that possible, some might say?

The answer is simple. We are only certain, always within given limits, about what we are really interested in, about what is so close to our personal feelings, needs, desires, dreams, projects that it gives us a punch in the stomach. We only remember the punches in the stomach.

In itself, life does not give us many punches in the stomach, and perhaps it is better that way.

Think what it would be like to have a life constantly lived emotionally on the edge, to the point of almost exploding, overcome by adrenaline. Some calm, please.

But because we are not beasts of burden, but men and women anxious to live this life, we tend to look at things in a more selective way. We filter the events that happen around us, not only those that we see directly with our own eyes, but also those that the great modern prostheses of newspapers and television allow us to grasp, even things that happen thousands of miles away, far off in space yet as close as if they happened in our own back yard.

We have got used to such things, but there are some that strike us more deeply.

What does it mean to be struck, moreover in depth? It means that we are left open-mouthed, with a sense of pain, anxiety, indignation, disgust, or, which is the same from the point of view of the biological mechanisms our bodies unleash, of joy, enthusiasm, intoxication, etc.

These events penetrate us and lock themselves into our certitude.

I know perfectly that there is no such thing as absolute certitude, in the sense of something objective and valid for everyone, if you want to be precise. But when the blood boils in our veins for the fifteen dead blown to pieces in the central room of the Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana in Milan, even if a hundred years were to pass we would feel the same certainty of something contemptible, that only the miserable servants of the State could accomplish.

That is the kind of certainty I want to talk about.

Each time I think of Pinelli being thrown out of that window of Commissario Calabresi’s office in the police station in via Fatebenefratelli in Milan, the blood boils in my veins.

So I am also sure about that. A thousand legulei colluding together to explain to me the reasons of the poor police inspector surprised by the powerful jump of Pinelli to go and spin into the night air of Milan, cannot convince me. I don’t even need to read the accounts of the comrades present in the other rooms who heard the the interrogation becoming heated, and the imprecations that preceded and followed Pinelli’s murder. These testimonies add nothing to my certainty.

In the same way the court acquittals, the filial declarations of young men who have grown up in the shadow of paternal blame, or the sweaty memory of a widow for whom I have never felt any compassion take nothing from this.

 

A decided man, sure of himself, even caricatured in a film, but in charge of the situation. It was he who was the diamond point of the police headquarters in Milan at the time when the bombs exploded, he was the one to get busy on the events, perhaps greater than he, but he was certainly not capable of convincing hearts, in the first place concerning himself. But what correctness can a pig be capable of, moreover a pig who wants to have a career at any price?

No one talks about this person any more in concrete terms, not being able to become a myth, at best he seems like a ghost. Passing years have drowned the personage, death seems to have flattened his characteristics in an iconography of State martyr. Poor Calabresi, 34 years old, quite a gentleman, with a pregnant wife and two little children. An apartment on the third floor of 6 via Cherubini, a modest house. After his death the wife waits almost a year to take 156.000 lire a month pension. How sad.

But poor Calabresi saw life differently. He wanted to be a winner, he played dirty, and had managed to build around himself the fame of being a hard man, invincible. He was always first on the scene, crushed all the competition, his collaborators hated him, his superiors were scared of him. Man of karate and the cult of strength, he was such a hypocrite with everyone as to manage to pass off as sentimental, practising catholic, a god-fearing man. Basically, he learned this in America, where he had been working with the CIA. An experience that few Italian supercops had had at that time.

 

In the febrile days following the Milan massacre everyone was scared of everyone else. For the first time the sign of terror began to seriously penetrate the provincial, simpleton air of our country. Even the industrial city par excellence had never really known an era such as that which was about to unfold.

Why Pinelli? We don’t know, we’ll never know. It could have happened to another comrade. The attempt to throw someone down from the same window from Calabresi’s same office had been done months before with Braschi, it could have been him to fall bouncing off the cornice. He escaped. The contest of the bombs at the Fiera of Milan were not at the same level as that of Piazza Fontana.

It was his job to knock together as best he could the thesis of the anarchist trail, he was the specialist of the Milanese anarchists, and of the others who had relations with the Milan comrades. Who better than he could gather the threads of the story already begun by Ventura, with the publication of anarchist texts by a declaredly fascist publisher financed by the ministry?

Basically, the decision concerning the anarchists had already been underway for months, the proof being what happened with the bombs at the Fiera. Many comrades in prison precisely at that time. And all around, stirring things up, was poor Calabresi with his freshly pressed suit, his educated hard attitude, his culture (so to speak, but he always managed to borrow something here and there), his speed in making decisions.

 

Speed in decision-making. A man who had worked for the CIA could not fail to have the speed of the men of the CIA, ruthless and cold in the execution of their job. Only recent times have demolished these commonplaces, showing how the Secret Services, from the CIA to MI5, to the infamous Mossad, are nothing but a bunch of incompetent and unprepared, doted with means which at some point make them seem greater and stronger than they really are.

There, Commissario Luigi Calabresi was one of those mercenary and guaranteed assassins. Around him had grown a myth of unbeatableness, of the decisional strength that defeats all obstacles that face him.

This myth showed its first crack at the trial against ‘Lotta Continua’, where Calabresi had seemed to be in difficulty. He was accused of having killed, or at least of having participated in the murder of Pinelli, exactly what we are saying now. His stammering answers are still stuck in the minds of many comrades.

 

May 17 was an ill-omened day for the great Commissario. Everything seemed to be going as normal, the usual morning routine: breakfast, goodbye to the pregnant wife, the two children, one two years old the other eleven months, what a beautiful family scene.

Even the executioner has a family. It doesn’t seem possible, but it’s true. And the executioner’s family sees the executioner’s job to be like that of any civil servant, moreover one of a certain level – the executioner’s job requires specialisation that not just anyone can accomplish. Behind the mask that hides the executioner there is also room for the prolific wife and numerous offspring.

That ill-omened day, at about nine o’clock in the morning, Commissario Luigi Calabresi goes out into the street. His destiny awaits him, exactly at nine fifteen, in the form of two bullets, first one, then another.

Medical report: meningio-cerebral cranial discontinuation caused by bullets from a firearm (right occipital region).

The ambulance of via Crocebianca di Vialba screams its urgency along the city roads. At nine twentyseven Commissario Luigi Calabresi dies in Saint Carlo hospital.

 

The autopsy on Pinelli’s body was carried out by Professors Ludovi, Mangigli and Falzi. Who are they? I don’t know. Some ordinary bonecutters? I don’t think so, at least one of them was a man of the secret services as transpired from a marginal note published in the newspapers years later.

Why this presence? Because, once again they did not feel sure that everything had been found as it should (too many people in Calabresi’s room?) and wanted to get things over as quickly as possible, massacring in a great hurry what remained of our comrade.

One thing is certain, that if Calabresi’s work was a macabre mess (it suddenly transpired that Pinelli was wearing three shoes), that of the notomizzatori was done to perfection. After it, no counter forensic tests were possible.

 

Calabresi, after leaving the entrance to his house, goes towards the traffic island in the centre of the road where his wife’s Fiat 500 was parked. On either side a Primula and an Opel. The first shot strikes him in the right shoulder, the second blows up part of his skull. The space between the 500 and the Opel slowly fills up with blood.

The people there did not realise immediately, they hardly noticed the shots. In the spring air they almost seemed like the crackling of an old car. Then someone catches sight of the face downwards body, the blood that continues to swell its purplean stain. The police, carabinieri, ambulance are called, everything that usually happens in such cases, just like an old abused script. Only this time also hasten the high echelons of the Milan police. Guida’s eyes are full of tears. The old fascist prison guard, experienced in many misdeeds and torture, is moved when he sees the body of the loyal collaborator on the ground, lying in his own blood.

 

‘Commissario finestra’s’ [window Commissario] funeral is sumptuous, loads of floral wreaths. The body is brought into the church. The auxiliary archbishop of Milan carries out the funeral service: ‘Shining example of dedication to duty’. It’s incredible how these people don’t have any modesty.

Cardinal Colombo, referring to a declaration by Mrs Gemma Calabresi, states, ‘The most beautiful flower to bud on the blood of the murdered Commissario is the widow’s pardon’. Incredible!

Pardon. What a magic word. We had to wait years to hear it said again, by other people, in other contexts, but always concerning Calabresi’s death.

But let’s proceed with order.

 

Of that morning in May someone, after many years, seems to remember something. What a splendid marvelous mechanism memory is. The memory of the pentiti [repentant terrorist], then, merits a study all to itself. In the town of Massa there is a man who sells crepes, who has a crepe stall, perhaps he also sells Coca cola and lemonade, I don’t know, anyway, he has all the air of an honest shopkeeper trying to make ends meet. Yet beneath his good-natured appearance there lurks a dangerous criminal.

Moreover, this criminal talks, tells stories, narrates what he did that morning of that 17th of May 1972 in via Cherubini, when he sat in a car waiting, waiting, waiting.

But who was he waiting for?

Our friend gives a name, then another two, accusing them of being those behind Calabresi’s killing.

He was only the assistant, the chauffeur of the material author of the deed.

But come on, my dear pentito friend, is it possible that the carabinieri have only one record to play and that all those who accept for a song to wear the cassock of the informant always recite the same tale?

The same for the little girl in the Rome trial against the anarchists (still in course in the court of assizes), among the continual ‘don’t remember’s, only repeats what he has memorised from the report prepared by the carabinieri?

 

There, there is something that the judges don’t know, that the pentito himself doesn’t know, and it is the fact that I know who killed Commissario Luigi Calabresi on May 17 1972, outside his house in via Cherubini 6 in Milan, at a quarter past nine in the morning. And that goes the whole hog, for ever. The pentito is only reciting a very bad script.

But, let’s not jump ahead of our time.

 

To wait for the Commissario in via Cherubini, was revenge.

An absolute silence welcomed Pinelli’s body on 20 December 1969 at the exit of the morgue. It was a quarter past three. It started to rain.

We went towards via Preneste.

His wife Licia had left a communiqué, ‘I earnestly desire that the funeral of Pino Pinelli, although open to all the friends who want to take part, come about in a decidedly private way, without the participation of organised groups, delegations or symbols’.

I don’t know why she made this declaration, certainly not for the reasons that I alone in my heart had also reached the same conclusion: symbols, banners of groups, perhaps even flags blowing in the wind, would have been out of place.

Only one black flag was to be present, in the end it turned out that there were more flags than necessary.

A wreath of flowers carried a little phrase, ‘The anarchists won’t forget you’.

I asked myself whether we would forget Pinelli, or whether that had already been done. The doubt stayed with me right to the Maggiore cemetery.

Grave 434, field 76.

There I no longer had any doubt. And, with me, the thousand comrades present had no doubt.

Calabresi must be killed.

Addio Lugano bella.

 

Revenge is a question of dignity. The enormity of the event must not only be commensurate to the death of Pinelli, and perhaps not even to the massacre where fifteen died and 90 were wounded. That would be a mere juridical equation, perhaps only a little more correct than that foreseen by the law books. And, in this sense, I wouldn’t be interested.

Revenge is in itself excess, not in the attack that it brings about. So, seeing things the other way around, the killing of Calabresi was not a comensurate revenge, comensurate to the deaths of piazza Fontana or Pinelli’s death. Even seeing things like this you fall into the juridical equation like before.

Revenge is therefore excess.

Not an eye for an eye, a tooth for a tooth, which already in the biblical form constituted a rationalisation of preceding vindictive behaviour that was unpredictable, so a real penal code, while it seemed to most, erroneously, revenge alone.

The excess that is enclosed in revenge clears the field of any relation of equivalence. It is not revenge if it does not overflow into the immeasurable, in the barbarous cancellation of the enemy, in its elimination or, at least, in a causing him such damage as to make it impossible for him to forget.

If revenge were commensurate, it would be the social system as a whole to impose it, and there I am enclosed in a code, even unwritten, but still a code. The atmosphere would oblige me to avenge myself, following the rules, in the case of the contrary I would be badly seen and badly considered if I did not avenge myself or if I avenged myself excessively, giving damaging consequences for the environment itself.

Instead, if to solicit me to revenge was my offended dignity, it is only to that that I am responsible, and with it, therefore with the offended part of myself, with my conscience, I must come to terms. And with myself there are no half measures, I with myself constitute an indissoluble totality, I am the world, the totality of the world, and who causes offence to my dignity cancels the world, destroys me like the conscience of the world through my self, and deserves to be taken from the world.

Of course, those to grasp the deep sense of their own dignity are few. That is the profound mystery of some behaviour that seems inexplicable. Nietzsche felt offended in his dignity as a man before the spectacle of a coachman who whips his horse and, not being able to resist against his own world being killed by that insensitive brute, decides to cancel him from that world, to cancel his own world, to cancel himself in madness. For the same reason, other comrades, in the face of their own offended dignity cancel the world in another way, they cancel themselves in suicide.

This way of seeing life develops and ends up becoming essential, gradually one realises the absurdity of the formal rules that sanction so-called society, not to mention the laws that fix the conditions of the existence of the State. Laws and behaviour that in the long term appear to be not only instruments of the enemy to asphyxiate and render impossible that little freedom that even in a controlled and administered society it is possible to pull out, but in itself, as real twistedness, aberrant behaviour also when they seem to be the very best of intentions.

The critique of daily life produces a conscience that in time makes itself more and more acute and sensitive, always more brisk in discovering ulterior fields of desolation and isolation. All around fall that way the commonplaces of democratic possibilism, the illusions of politics, the positivity of the historical movement, the institutional concessions, the asceticism of certain recognitions. Si fa terreno bruciato, then you must decide. If one’s own conscience is capable of penetrating this crytalline field of the greatest possible clarity, if it discovers the tramethat constitutes the tissue of social relations, that subtle and almost impalpable trama that is often covered by appetising colours of the offer with which the misery of dominion disguises itself, one manages to make clear this timeless night, then one feels offended, deeply offended.

It is the offense of thousands of years of slavery and incarceration, of thousands of years of suffering and genocide, of thousands of years of submission to a few groups of dominators. Nothing of our past deserves to be saved, nothing has been given to me, and I have been able to snatch nothing from the enemy,except in the optic of one of its competitional concessions aimed at making me get to the banquet, even for a few crumbs, for some recognition of status quite marginal, for some stripes on a beret, for some bow by sly idiots who think they are the smartest.

And you can also reflect for years and years on this problem, read and reflect, until you feel tired and sad, and there is no page, no word, no gesture of man or woman near you who says anything clear, finally clear. You can row in the darkness for years, like a convict once upon a time, to exhaustion,until you fall dead on the oar without the others even noticing.

Instead, it can happen that an event illuminates you for a moment at the end of the road, that an even lets you see in filigree how the enemy is really made, what pasta it is made of, what infernal melting pot his soul has emerged from.If such an event happens, if you are there too, along with many others like you, whom you know are living the same traumatic experience, and you see them, big men with calloused hands, kids trying to be cool, mature women whose thoughts to the war years, to the trucidati sons, young people who see their love that they avert like a sign of the purity of the world, almost dirtied by so much arrogance, and you see them, all with tears in their eyes, impotent but with tensed muscles, if such an event happens with you in it, it is no longer just any event, a fact like so many others (millions of people die killed barbarously and are taken hurriedly to the cemetery), but that event has a different charge, it carries with it a tension that will not leave you be, it wakes you up in the night in a sweat and, sitting on the bed, you ask yourself what you are doing in bed, and if perhaps it’s not you who is dead and turning in the grave, while to be alive, very alive, is precisely Pinelli, with his naive beard of railway worker.

I realise that this might seem like a list of sensations felt by an exalted brain, by me who, I have to confess, that evening at the Cimitero Maggiore, grave 434, field, shamelessly burst into tears. And if, putting it that way, it is a question of memories that one feels from the emotional state of the moment, and often these exalted emotional states, not being able to express themselves at that instant in something concrete (beating up a cop, for example), translate themselves into a frustration that makes one burst into tears. And, I agree.

But by thinking that way one loses something important, reducing everything to a sum of individual people who live single feelings, one puts aside the essential thing, that exceptionally important force that comes out of many people who feel the same emotive sensation, solicited by very similar feelings (none identical, for goodness sake, I know that), feel themselves attracted one with the other to constitute a homogeneous whole that doesn’t need pacts or written contracts or dictates to constitute themselves. Suddenly, this collective force emerges and there, tangible, I can touch it, I can hear its voice, I can let myself be taken by its suggestions, address my gaze where it tells me to look, see with its eyes made of a thousand pupils what my poor short sighted eyes can’t see, remember what my poor mind alone cannot remember.

Suddenly, as if from the head of Zeus, armed to the teeth, emerges the idea of justice. But it is a very strange idea, because it doesn’t rest on any pact, no order of preference. It isn’t an idea that wants to put everything in its place, exchange Pinelli’s corpse with that of Calabresi, there are no fungible products. It’s not an idea that wants to guarantee revolutionary action , generically considered a legitimacy of continuation: what faith can the exploited have revolutionaries who let themselves be thrown out of the window like a box of old clothes without reacting.No, not even this. It’s not an idea that wants to be known, made their own by the people, so much so that there were no claims or political chatter by specific organisations of any kind, and to say that around that time there were a number of budding structures. It’s not an idea that puts itself above the others to recall to disturbed order of behaviour outside the rules, for the misdeeds committed by a certain Commissario Calabresi, after all, it is certainly not normal that someone being held at the police station be thrown out of the window during an interrogation.

If this world bases itself on calculated justice, on the numerical calculations of input and output, of a punishing for the damage done and to do damage for the injury suffered, it is a world that has nothing to do with that idea of justice that came out collectively at that moment, that evening in Cimitero Maggiore in Milan. It was there then that that evening, without anyone wanted it or knew it, that came out an idea of justice that wasn’t there before, an idea that passes over and renders laughable individual desire, the individual fantasy of shooting in the head the good Commissario Calabresi, desire and fantasy cultivated without doubt by almost the whole of those present, but like all desires and fantasies, little by little, with a return to daily life, vanished into nothing.

Instead this idea of justice (that one could define ‘proletarian’ if, as rightly has been noted,on this term had not rained the dust of thousands of years to render it unusable), that not knowing how to call we will continue to call that way, simply, justice, this idea of justice has continued its path in all of us, has held us together, comrades who have never been close to me who were present that evening there, that whom I saw again only a few times elsewhere, busied in quite other affairs, them and me, comrades for whom, let’s say it clearly, I have very little esteem for, if not rather aversion and contempt, well, for the simple fact that they were there too that evening, every time the far off voice but very lively voice of justice calls me, putting my heart in turmoil, I even go back to feeling close to these comrades.

 

That is why I know who killed Commissario Luigi Calabresi on May 17 1972, outside his house in via Cherubini 6, in Milan, at a quarter past nine in the morning.

These thousands, and more, comrades present at the grave 434, field 76, of the Maggiore Cemetary in Milan, all of us pulled the trigger.

No pardon. No pity.

Addio Lugano bella.

 

[Original title: introduction of Io so chi ha ucciso il commissario Luigi Calabresi, Edizioni Anarchismo, Trieste 2007]