IL CERCHIO MAGICO DEL NAZIONALITARISMO

WWI - 1914 (1)

di Massimo Passamani

La società dovrà dissolvere le sue masse e i suoi vincoli immaginari e ricostituirsi in individui prima che la libertà divenga soltanto una vuota parola.

Così scriveva negli anni trenta del secolo scorso, l’anarchico americano Jossiah Warren. Per sintetizzare il suo pensiero egli usava la formula della sovranità dell’individuo contrapposta a quella liberale della sovranità popolare, fondamento della Dichiarazione di Indipendenza del 1776. Infatti egli riteneva che dissociare tutti gli interessi e consentire a ciascuno di essere l’assoluto padrone di se stesso, ad ogni costo, è l’unica soluzione meritevole di considerazione, dal momento che l’unico terreno sul quale un uomo può conoscere la libertà è quello della dissociazione, disunione, individualizzazione. Mi sono permesso questa lunga ‘introduzione’ perché ritengo i concetti espressi nei passi citati fondamentali per l’anarchismo e per ogni discorso di radicale trasformazione dell’esistente. Infatti un approccio, una metodologia che non fanno dell’individuo – unica realtà concreta – l’alfa e l’omega di qualsiasi ‘progetto’ di liberazione, ma assumono come punto di partenza o, peggio ancora, come scopo, una qualsiasi entità che trascende la dimensione del singolo, non costituiscono altro che ennesime forme di archismo. Secondo me, è a partire da considerazioni di questo tipo che va affrontato il dibattito in corso sulla cosiddetta ‘questione nazionalitaria’. Cercherò di abbozzare alcune riflessioni. Io non rifiuto il ‘nazionalitarismo’ perché sono fedele allo spirito internazionalista dell’anarchismo oppure ad un umanitario cosmopolitismo,(1) ma per la concezione della società che esso presuppone. Ugualmente, dimostrare come il concetto stesso di nazione sia una creazione del potere, significa affrontare la ‘questione’ in maniera marginale. Infatti se al concetto di nazione (alla cui origine si conviene nel riconoscere un progetto dello Stato) venisse sostituita qualche altra entità sovra-individuale, il discorso rimarrebbe invariato. Gli aspetti del ‘nazionalitarismo’ che, secondo me, negano l’individuo e quindi quello che io indendo per anarchismo, sono il suo modo di intendere la società e i suoi sostanziali riferimenti al giusnaturalismo e al cognitivismo. La definizione di nazionalità che viene fornita, vale a dire: etnia che ha coscienza di sé,(2) presenta la società come forza collettiva, come soggetto e non come il prodotto addizionale degli individui (E. Armand). Infatti si può riferire il concetto di ‘coscienza di sé’ ad un gruppo solo se si considera quest’ultimo un’entità trascendente i singoli individui che lo compongono. Presuppone quindi l’esistenza, in quanto coscienza collettiva, di un ente supremo. Questo per me significa ‘mongolismo’, vale a dire fede nell’universale, dunque gerarchia e potere. Se la consapevolezza di sé, quindi dei propri rapporti, non appartiene esclusivamente al singolo, ma – religiosamente – ad un soggetto collettivo, si apre il campo alla formazione di gruppi di potere che, in nome dello spettro della Collettività, dominano e schiavizzano l’individuo. A partire da questi presupposti non si può che arrivare a collegare concetti come quelli di liberazione, autonomia, indipendenza, sovranità, ad astratti enti collettivi. Che si tratti dello Stato, del popolo, della razza, della nazione, della Società, della classe, del gruppo, della famiglia poco importa. La libertà del popolo non è la mia libertà! diceva ‘giustamente’ Max Stirner. Mi spingo oltre: anche la liberazione della coppia non è che uno spettro, un ricatto gerarchico. Due individui proprietari di se stessi, quindi dei propri rapporti, formeranno una ‘coppia libera’, ma staranno assieme per il piacere reciproco del rapporto, non per amore della Coppia. Se libera, autonoma, sovrana, è la Collettività (o la Nazionalità ecc.), la libertà, l’autonomia, la sovranità dell’individuo non saranno che ‘diritti’, vale a dire concessioni di questo supremo dispensatore di ogni bene (Max Stirner) delle quali il singolo potrà godere in cambio di sacrifici per il Bene Comune. La proprietà dell’individuo viene ad essere un ‘bene sociale’, non il prodotto del rapporto, sempre mutevole e basato sul metodo dell’eguale libertà, tra sé e gli altri. Questo mito, il quale genera la peggiore forma di supremazia dell’ambiente sociale nei confronti dell’unità umana, trasforma l’autonomia in una forma di ‘tolleranza’ (l’altra forma dell’umiliazione, E. Armand), vale a dire in un regime buono tutt’al più per quegli schiavi ai quali la mancanza di catene fa immaginare di essere liberi.(3)
Per me la sovranità dell’individuo non è ‘tolleranza’, ma una forma di reciprocità basata sulla concorrenza aperta, accessibile a tutti, completa, senza limiti.(4)
Le differenze che intercorrono tra il mio anarchismo e quello ‘nazionalitario’ e che, pur sommariamente, ho espresso, sono radicali e non ‘sofistiche’. Infatti determinano una disposizione mentale, quindi una pratica, a volte apertamente contrastanti. Riguardo la forza che esercita l’elemento collettivo sul singolo, il seguente passo del Leopardi mi sembra particolarmente significativo: si vede infinite volte che noi apprezziamo, anzi rispettiamo, non dico una moltitudine, ma dieci persone adunate in una stanza ognuna delle quali da se reputiamo di nessun conto.(5) Questo è particolar-mente vero nell’attuale ‘società di massa’ nel mantenimento della quale la dittatura del numero gioca un ruolo di primo piano. Il concetto di autonomia del singolo va a scontrarsi con altri aspetti del ‘nazionalitarismo’ anarchico,(6) in particolare, come accen-nato sopra, con la sua matrice giusnaturalistica e cognitivistica. Vi è tutta una tradizione anarchica che, partendo da Kropotkin per arrivare a Bookchin, ha sviluppato tematiche che possono essere considerate giusnaturalistiche. Tanto che alcuni ‘nanzionalitari’ sostengono che la dottrina anarchica va inscritta nel vasto ed eterogenee mondo giusnaturalistico.(7) Come gius-naturalistica, lo stesso Cossutta, definisce quella teoria che (a) afferma l’esistenza di un ordine morale superiore (il diritto naturale) al quale il legislatore umano (diritto positivo) non può in alcun modo sottrarsi; che (b) riterrà un diritto positivo non conforme al diritto naturale privo di alcuna validità, per cui contro il primo sarà possibile ribellarsi in nome del secondo.(8)
Secondo il giusnaturalismo le regole e i valori della vita umana non sono prodotti (consapevoli o inconsapevoli) della decisione degli uomini, ma sono risultato di forza sulle quali la volontà umana non ha influenza. Tali forze sono concepite come perpetue, eterne, uguali a se stesse, si tratti della ‘volontà divina’, della ‘ragione universale’ o della ‘natura’.(9)
Appare evidente come questa teoria, la quale implica una metaetica cognitivistica, la convinzione cioè che i valori siano oggettivi e quindi conoscibili, che la morale sia data e non fondata, scoperta e non inventata,(10) neghi la volontà dell’individuo, la sua possibilità di creare le proprie regole e di fondare i propri valori. Per me l’unica fonte del diritto e della morale è l’individuo. Concepire l’esistenza di valori al di fuori dell’individuo presuppone la presenza di una autorità esterna, e questa è eteronomia, non autonomia. Solo io decido se sono nel giusto. Al di fuori di me non esiste alcun diritto o giustizia. (11) Io non rifiuto lo Stato, l’autorità, il potere perché sono ‘innaturali’, ma perché negano la mia individualità e la mia autonomia, sono inutili ed ingiusti secondo il mio criterio di utilità e giustizia. Non ho bisogno di vantare dei presunti diritti naturali, quindi non fondati da me, per ribellarmi alla legge e negarla in quanto tale. Ancora più assurdo è il discorso sul riconoscimento della nazionalità, dei diritti collettivi dei popoli. Riconoscimento da parte di chi? Dello Stato? Dell’Umanità? Della Storia? Se io sono il creatore dei miei valori (e non ne riconosco di pre-esistenti, siano essi statali o naturali) considererò ‘lecite’ tutte le azioni che ritengo giuste. Ma non chiedo che vengano riconosciuti (dallo Stato, dalla Società ecc.) i miei diritti. (12) Nego al contrario tutte le pretese che vengono avanzate su di me, tutti i diritti che si accampano sulla mia singolarità. Non ho bisogno di chiedere legittimazioni al cielo. L’anarchismo dunque, in quanto concezione che si basa sulla totale autonomia dell’individuo, è radicalmente antigiuridico,(13) non giusnaturalistico e non cognitivistico. Per ‘concludere’, nella sua lotta di liberazione dal dominio, l’individuo si appropria solo di se stesso (quindi dei suoi rapporti), non afferma l’idea di nazionalità né la sua appartenenza ad una etnia. In caso contrario, per esso non si aggiungerebbe che l’ennesimo anello alla catena del cerchio magico. Tanto si sono immanentizzate le sembianze del cielo, che ormai possiamo monologare con gli spettri.

(1) Al cosmopolita motto degli stoici: cittadino del mondo, ho sempre preferito quello cirenaico (di Teodoro l’ateo in particolare): straniero ovunque. L’ubi bene, ibi patria dei latini non può che portarmi alla consapevolezza di essere un ‘senza patria’, in quanto bene mi trovo in nessun-luogo.

(2) Coordinamento Friulano per l’ecologia sociale, “Uscire dai labirinti etnici: per un nuovo internazio-nalismo”, in Germinal n. 57, dicembre 1991 pag. 8.

(3) Emile Armand, Iniziazione individualista anarchica, Firenze, 1956. Citazione a memoria.

(4) Come nota 3.

(5) Giacomo Leopardi, Pensieri, ediz. Adelphi, Milano, 1982, pag.76.

(6) Fino ad ora ho tralasciato di distinguere il ‘nazionalitarismo’ anarchico da quello statalista, in quanto questa distinzione, per come viene definito il rapporto tra Stato e nazione, sembra fittizia. Se come viene detto, la nazione è l’elemento naturale contrapposto all’artificialità dello stato, dirsi nazionalitari significa, per forza di cose, dirsi anarchici.

(7) Marco Cossutta, Anarchismo e diritto. Componenti giusnaturalistiche del pensiero anarchico, Trieste, 1987, pag. 125.

(8) come nota 7, pag. 21.

(9) Massimo La Torre, “Anarchismo e giusnaturalismo”, in Volontà n. 4, 1990, pag. 110.

(10) come nota 9, pag. 114.

(11) Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà, Ediz. Adelphi, Milano, 1979, citazione a memoria.

(12) Contro il nemico la rivendicazione è eterna, Legge delle XII Tavole.

(13) A parte un utilizzo ‘provocatorio’ del termine diritto, come ad esempio nella frase: Vi è un diritto che supera tutti gli altri ed è il diritto all’insurrezione di Emile Henry, (Colpo su colpo, Ediz. Vulcano, Treviolo, 1978). Citazione a memoria.

(estratto dal n.2 del Rivista DI Critica Anarchica “Ammutinamento del Pensiero” del giugno 1992)