Messina – Lettera di Sergio ai domiciliari per iniziativa antipischiatrica davanti al tribunale

Residents

“In un mondo in cui lottare per la libertà è un crimine, l’innocenza è forse ciò che di peggio possa capitare ad un essere umano”
 
“La nostra esistenza è sotto il minimo che l’essere umano richiede. Impariamo il rischio del vivere e l’avventura del lottare: unica possibilità per non essere tombe viventi, pagine malscritte di una inutile storia”
(da un volantino comontista)

Credo sia giunto il momento di rompere il silenzio in cui sono rimasto, in attesa della fine del primo tempo di questa farsa giudiziaria. Dal 31 agosto sono agli arresti domiciliari per un’aggressione mai avvenuta ai danni di un vigile. Il 24 settembre il giudice ha così sentenziato: 10 mesi per me, senza benefici, e 6 mesi per Irene, pena sospesa.

Certo non sono in una cella, ho le comodità di una casa, non sento, tutte le sere, la chiusura della porta blindata e le gelide mandate di chiavi a monito della mia condizione. Ma il corpo subisce comunque le ristrettezze obbligatorie e l’amputazione del movimento.Tramite il controllo sui corpi il capitale aspira al dominio totale sulle vite degli individui, rendendoli sempre più automi e sempre meno autonomi. In questa prospettiva il carcere, la psichiatria, l’ideologia del lavoro, l’urbanistica, sono alcuni degli strumenti di cui esso si dota per realizzare il suo progetto di schiavitù.Si tracciano linee per indicarci dove e come vivere, come muoverci, cosa pensare, cosa dire. Bisogna chiedere sempre il permesso, uno spazio, un percorso, bisogna chiedere di avere in concessione una dignità. Viviamo in democrazia, si può parlare di tutto e pensare ciò che si vuole, purché tutto resti nell’ambito dello scambio d’opinione e del chiacchiericcio formale, ma quando le parole si sottraggono all’opinionismo e si trasformano in azione, quando i nostri desideri prendono forma, ma non sono i desideri che ci vengono concessi, quando il “sogno di mille cose” ci spinge ad agire, ecco che la repressione si abbatte, la catena viene tirata perché non dobbiamo varcare la soglia, il limite imposto. Per questo adesso subisco queste restrizioni, per aver tentato di varcare questa soglia.

Il 31 agosto eravamo davanti al tribunale, in presidio, per resistere, per opporci alla volontà repressiva di un consigliere comunale che chiedeva, a gran voce, l’intervento di polizia, psichiatria (T.S.O) e servizi sociali. Il suo intento era far sloggiare una donna accampata in un’aiuola, posta tra il tribunale e l’università, perché rovinava – a suo dire – il decoro di un luogo “prestigioso”.I giornalisti pennivendoli locali, poi, hanno provveduto a far da eco agli anatemi.

Ma Il minimo per una persona senza casa è avere quantomeno una tenda sopra la testa.Certo, in una notte estiva puoi farne anche a meno e avere il piacere di dormire sotto un cielo stellato, ed ecco che il minimo può regalarti il massimo, se sai cogliere l’opportunità. Ma questa opportunità – un’aiuola e un cielo stellato- non puoi averla.Non è decoroso, non è civile.

C’è chi non sa guardare il cielo. “Vaglielo a spiegare che è estate, ma poi lo sanno ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera”, o in un reparto psichiatrico, quei “decorosi” istituti dove l’uomo viene privato della dignità, l’umiliazione si chiama assistenza, gli abusi si chiamano cure e la segregazione ha il valore di riabilitazione fisica e morale.
Per tutta risposta, noi, che mal sopportiamo angherie e soprusi, abbiamo piazzato una tenda contro i T.S.O. e ogni autorità.Allora il consigliere e i giornalisti hanno gridato così forte da farsi sentire dalle solerti e “vigili” forze dell’ordine, che con la loro solita arroganza, tra minacce e intimidazioni, hanno tentato di sgomberare il presidio fino ad inventarsi un’aggressione pur di arrivare fino in fondo al loro intento repressivo.
La sentenza del tribunale è il sigillo posto su questo progetto di sopraffazione.Ad essere giudicata non è stata solo l’azione, ma tutto il nostro essere, lanciando un monito: ciò che fate, ciò che pensate, ciò che in sostanza siete, E’ SBAGLIATO.Se qualcuno ancora pensa che da un’aula di tribunale possa uscire qualcosa di buono, una qualche giustizia, mi auguro si possa ricredere.

Non vogliamo essere né innocenti, né colpevoli, concetti giuridici che appartengono al linguaggio del diritto e, dalle aule dei tribunali, penetrano gli individui in profondità, perpetuando il meccanismo del giudizio e il tintinnio delle catene.Riteniamo che al di là delle ingiustizie particolari, è la società ad essere ingiusta e il potere è di per sé un abuso.La violenza legittima dello stato è infinitamente peggiore di tutte le altre: le strade incessantemente pattugliate sono il segno evidente della brutalità e della sopraffazione alla quale bisogna piegarsi in nome della sicurezza e della pace sociale.I progetti di guerra e devastazione dei territori – TAV, MUOS, impianti nocivi e mortali quali trivelle per l’estrazione di petrolio, rigassificatori, inceneritori, elettrodotti – non sono altro che la violenza legale alla quale bisogna piegarsi in nome del profitto.

Ma c’è chi non vuole e non riesce a piegarsi.
I governanti, gli amministratori dell’esistente vogliono imporre a tutti la loro misura, noi non vogliamo misure, linee e confini.
La nostra passione per la libertà è smisurata. Si è vero, abbiamo sbagliato, abbiamo chiesto il minimo anche a noi stessi. Potevamo fare molto di più.
Quindi non ci accontenteremo più di un’aiuola, una tenda e due striscioni.
Ci prenderemo tutto, non chiederemo permessi, né autorizzazioni.
Ad autorizzarci, sarà la nostra passione e la nostra determinazione.

LIBERTA’ PER TUTTI E TUTTE

Sergio

 

Messina | Repressione – Condannati due compagni per presidio antipsichiatrico

Giorno 24 ottobre si è concluso il processo contro Irene e Sergio accusati di avere aggredito un vigile, il 31 agosto, durante un presidio antipsichiatrico. Irene è stata condannata a 6 mesi (pena sospesa). Sergio, condannato a 10 mesi, è ai domiciliari. Durante il presidio che si è tenuto davanti al tribunale, il giorno della sentenza,  è stato distribuito un volantino.



“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare” (B. Brecht).

Qualche settimana fa, durante un presidio contro gli abusi psichiatrici di fronte al tribunale, dove faceva capolino una piccola tenda da campeggio montata sulle aiuole, due ragazzi sono stati arrestati con le accuse di resistenza, oltraggio e lesioni. La solita dimostrazione di potere da parte delle guardie, si potrebbe dire. In questo caso dei vigili urbani, che hanno certamente colto l’occasione per accaparrarsi un paio di settimane di riposo ben pagato, inventando un’aggressione che non c’è mai stata. Con la vile complicità dei soliti servi giornalisti, professionisti nel creare, ad hoc, un clima di allarme e terrore intorno a certi fatti di cronaca.
Non ci aspettiamo alcuna giustizia nelle aule di tribunale e non ci illudiamo: lo Stato probabilmente assolverà se stesso anche stavolta. Ma non si tratta semplicemente di un tipico caso di esercizio di autorità contro chi non accetta in silenzio la sua arroganza.
Se una tenda ha suscitato una reazione tanto violenta è perché è in gioco il famigerato decoro urbano, un’espressione fascista per giustificare i piani di riqualificazione che da alcuni anni sono in atto nelle città. Ma riqualificare a che scopo e a vantaggio di chi? Del capitale naturalmente. Allo scopo di incrementare il profitto di pochi a scapito di tutti gli altri, non solo di qualche mendicante. Presi di mira sono soprattutto i più poveri, quelli che non partecipano alla grande orgia del produci consuma, e i ribelli, da sempre nemici perché non sottomessi. Ma di fatto una città votata al decoro urbano è in guerra aperta contro tutti i suoi abitanti. Perché ci consegna un territorio sorvegliato, disumanizzato, organizzato secondo un unico interesse che è quello del denaro. Le solite speculazioni edilizie sono messe al servizio stavolta di un nuovo modo di vivere la città, o forse dovremmo dire, di morire nelle città. Gli abitanti vengono rapidamente spostati in desolate periferie, seppelliti in quartieri dormitorio, se non addirittura in aree circondate da filo spinato, come già avviene anche in Italia. In centro si fa spazio ai servizi e al commercio. Le strade sono pattugliate dall’esercito che, da diversi anni ormai, è incaricato di gestire l’ordine pubblico. Telecamere e ordinanze comunali garantiscono che ogni luogo del centro cittadino abbia una funzione assegnata, attraverso restrizioni che, a secondo delle propensioni più o meno fasciste del sindaco in carica, variano dal divieto di bivaccare, bere o mangiare, fino a quello di giocare.
Non vogliamo chiedere niente alle amministrazioni né tanto meno rivendicare un diritto di circolazione in città. Piuttosto ci riprendiamo le strade, le piazze, gli edifici abbandonati, per vivere la città secondo i nostri sogni e i nostri desideri, creando ovunque spazi di socialità, incontro di esperienze, fuori dalle logiche economiche. Al muro di silenzio e solitudine che vorrebbero costruirci intorno rispondiamo con la solidarietà, il reciproco aiuto, l’autorganizzazione, la lotta. Senza preti, politici o assistenti sociali. E continueremo a farlo, improvvisando pic-nic nelle piazze, feste per le strade e stimolando dibattiti e confronti in ogni angolo della città.
Solidali sempre con chi non è disposto ad accettare le proprie catene, né quelle altrui.

Libertà per Sergino e Irene. Libertà per tutti.

http://www.informa-azione.info/messina_repressione_condannati_due_compagni_per_presidio_antipsichiatrico