Banditi ed eroi

mmp_hist_streetfight

«I banditi mi sono simpatici; essi sono i veri rivoluzionari in azione», scrive Emilio Zola. Nessuno di questi facinorosi terribili, i cui nomi avvolti nelle più truci leggende sono accompagnati alle generazioni future con gli epiteti più vituperevoli e con una nota d’infamia, nacque delinquente. Anche essi gustarono le carezze materne, anche essi appresero dalle labbra materne a balbettare il dolce nome del padre, ed ai sorrisi risposero coi sorrisi, nell’incoscienza della gaiezza infantile, ignari della sorte ingrata a loro riservata dal destino, ignari delle cause che un giorno dovevano gettarli nei vortici del delitto. I giudici preoccupati di applicare severamente gli articoli del codice non vedevano davanti ai loro occhi che degli uomini truci, crudeli, che s’erano resi colpevoli di atti antisociali, furti, grassazioni, omicidi, ricatti, ed in nome della società offesa adempivano ad un dovere di coscienza, mandandoli al patibolo e nelle gelide mura degli ergastoli. Gli antropologi non scendevano nell’abisso profondo di quegli uomini, scavato dagli eventi, per scandagliare i dolori di quelle anime in pena. Erano malfattori, briganti, che urgeva sopprimere.

Solo la polizia di tutte le epoche e di tutti i luoghi, la quale aveva l’ordine d’arrestarli, invasa dalla paura che ispirava il nome di bandito, si rifaceva a buon mercato, intessendo leggende, una più bugiarda ed abominevole dell’altra, descrivendoli per stupratori di bambine, violatori di donne, massacratori, succhiatori del sangue dei genitori e dei fratelli, per belve prive perfino di qualunque affettività domestica. Jack lo sventratore delle donne londinesi al loro confronto aveva un cuore di oro, una tenerezza d’ingenua donzella.
Menzogne! Era invece l’esuberanza degli affetti domestici, l’amore per la madre, pel padre, per i fratelli e per le sorelle, erano gli affetti più teneri e più cari che l’indussero alle decisioni disperate. Sovente, dall’ombra della solitaria capanna sperduta tra i boschi un mandriano umile e sconosciuto nel mondo vide passargli avanti gli occhi della mente il padre battuto, la madre oltraggiata, la sorella stuprata, la fidanzata rapita dal padrone debosciato e prepotente, senza che la legge intervenisse per proteggere i paria, i reietti, ludibrio di tutti gli appetiti bestiali, vittime di tutte le libidini, ed allora quell’umile pastorello, quel mandriano sconosciuto con il cuore rigonfio di odio e di ira, rifletteva e si convinceva che la giustizia era una larva bugiarda posta al servizio dei governi e dei ricchi, bandita dalla terra per i poveri, e che ciascuno era in diritto di fare giustizia da sé. Ed ecco fabbricato il brigante, il bandito dalla legge. E la giustizia arrivava inaspettata, inesorabile, terribile, feroce, ma non adeguata alla somma dei lunghi anni di sofferenza e di martirio. Ai primi atti di temerarietà e di audacia la società si risvegliava, la legge scagliava i suoi fulmini, l’autorità sguinzagliava i suoi segugi contro questi bastardi coraggiosi e risoluti che non piegavano più la schiena al bastone.
Il bandito non è il simbolo della esplosione individuale, ma quello dell’ esplosione collettiva degli schiavi che si manifesta ad intervalli e si sintetizza nei singoli individui, i quali, pugnalando in pieno petto la società che li aveva oppressi, dimostrano con l’esempio a tutti i diseredati, sia pure inscientemente, la vera
 via della liberazione, della redenzione.
Il furto, la grassazione, l’omicidio sostituiti alle leggi (che orrore!), la forza elevata a diritto, contro la proprietà, contro la tranquillità sociale, contro il diritto alla vita.
Ed i briganti che vivevano fuori delle leggi, che erano banditi dal consorzio civile, e in un impeto di disperazione avevano gettata l’ultima carta nella bilancia del destino che ad essi non accordava altro se non un colpo di moschetto della pubblica forza, o le carezze del boia — e nell’ipotesi più benigna, una condanna all’ergastolo — non combattevano per difendere il dritto alla vita?
Non è forse la filosofia degli statisti che in nome del dritto alla vita e del dritto di arricchirsi a spese dei più deboli, proclama la spogliazione e lo sterminio dei popoli più deboli, vestendo il delitto col pomposo nome di conquista? Quale differenza tra i masnadieri dei boschi ed i banditi per bene, i galantuomini 
inclinati e rispettati dal gregge?
Certo vi è una differenza ed è enorme, tutta a favore dei primi.
Nella vita tempestosa dei banditi, tra l’esecuzione della loro giustizia punitiva, inesorabile e feroce, si incontrano degli atti di una generosità che fa invidia dei tratti cavallereschi degni di ammirazione; i loro affetti famigliari commuovono addirittura.
Stefano Pellone, detto il Passatore, terrore delle Romagne e degli sgherri pontifici, sfidava tutti i rischi per potere abbracciare il padre adottivo ed il suo fratello di latte.
E Giulio, che per causa di una donna che amava, non riamato, quando dopo anni di macchia e di delitti, riuscì a rapirla, non le usò violenza, come usano oggidì i signori ed i capifabbrica quando con agguati ed insidie attirano le ragazze male accorte negli antri vergognosi, ma quell’uomo lordo di sangue, che di fronte al nemico aveva il fremito del leone e la crudeltà della jena, davanti alla donna che non aveva mai avuto un palpito per lui, che mai lo aveva degnato di uno sguardo benevolo, era umile come un agnello, e genuflesso la pregava che gli accordasse un cantuccio nel suo cuore.
Il brigante senza pietà, senza cuore, chiedeva pietà al cuore della donna che per i suoi disdegni l’aveva fatto diventare brigante.
 Egli non voleva la carne, ma un segno di affetto, la felicità di un palpito, un sorriso che gli allietasse per un attimo la turbolenta esistenza, che gli confortasse una vita di inferno travolta dall’angoscia e dall’orrore.
Se volessi spigolare nelle memorie dei briganti delle diverse epoche e dei diversi paesi, potrei scrivere volumi di simili episodi, di cui è ricca la loro storia sanguinosa, ma sarebbe fuori dal mio assunto, e vengo a quelli che hanno maggiore interesse, ai briganti della Sila, che regalarono a quella regione la denominazione non troppo lusinghiera di: Terra di briganti.
Correvano i tempi fausti o nefasti dell’occupazione francese del regno di Napoli, e per conseguenza i liberatori stranieri spadroneggiavano anche nella provincia di Cosenza. Le popolazioni di quelle borgate sparse sui ciglioni dei monti o sperdute tra i boschi inesplorati fino allora non avevano conosciuti altri padroni se non coloro di cui custodivano il bestiame, della forza pubblica avevano soltanto le nozioni apprese da qualche gendarme che si recava a costringere i morosi a pagare le imposte, quando sopraggiunsero i soldati che in nome dei diritti dell’uomo si credevano essere i missionari della civiltà nel mondo, a dar la prova che danno tutti gli eserciti invasori, fra le massime prodezze degne di essere conosciute e tramandate ai posteri eccede per brutalità e spudoratezza questa.
Una sera gli ufficiali francesi tennero una festa ed invitarono tutte le persone più cospicue del paese con le famiglie. La festa si teneva in un giardino al lume di torce. Nel mezzo del ballo le torce si spensero e gli ufficiali francesi, come ai tempi favolosi, violentarono le donne davanti gli occhi dei padri, dei mariti e dei fratelli, i quali, inermi come si trovavano, e con la bocca dei fucili spianati contro di loro dai soldati, furono impotenti a difenderle.
È certo che quei prodi ufficiali non ritornarono in Francia con la fronte cinta dalla corona di alloro ma furono giustiziati dalla punta dei pugnali.
Sapevano i buoni cosentini che i difensori degli ordini costituiti godevano del privilegio dell’immunità, e con il pugnale al fianco e la carabina sulla spalla prendevano la via dei monti.
Il barone Ettore di Serralta era destinato a diventare un brillante ufficiale ed invece fu un terribile brigante; detto il Rosso, dalla cintura rossa che portavano lui e la sua banda.
Un altro barone, un partigiano del novo regime, massacrò tutta la famiglia di lui. Ammazzò le due giovani sorelle dopo stuprate, i vecchi genitori e poi bruciò i loro cadaveri dando il palazzo alle fiamme. 
Il fedele servo Michele portò al collegio della Nunziatella ad Ettore la ferale notizia. La legge del taglione fu rapidamente applicata, il cadavere del barone carnefice si trova carbonizzato tra le rovine della sua casa.
 Il Rosso diede fondo al suo patrimonio per mantenere una banda, commise ricatti, spacciò all’altro mondo soldati, soppresse spie, e tutti coloro che gl’insidiavano la libertà, la vita, finché il suo corpo non penzolò dalla forca eretta sul torrente dove, molti anni dopo dovevano cadere, vittime del piomba borbonico, i fratelli Bandiera.
Si sa che il bilancio attivo del brigante abbonda di ricatti e di omicidi, ma non di stupri.
 Scorrete tutte le cronache brigantesche e mai troverete famiglie massacrate, fanciulli uccisi per malvagità di animo, nemmeno la famiglia della spia di cui si erano disfatti veniva perseguitata; tolto l’ostacolo tutto era finito.
Erano ladri! sicuro, ma per vivere; e toglievano a chi aveva.
Infatti, nessuno dei briganti che avevano fatti ricatti per centinaia di migliaia di dollari lasciò alla sua famiglia una posizione; ma invece non più squallida miseria ed un nome esacrato, ed al contrario i generali napoleonici che erano degli eroi e degli onesti, lasciavano milioni.
II tribunale dei briganti non consentiva clemenza; emanata la sentenza doveva essere eseguita, ma non condannavano alla cieca, dovevano avere la certezza. 
Cialdini e Malon, che a Custoza voltarono i tacchi di fronte ad un nemico inferiore di numero, incaricati di sopprimere il brigantaggio calabrese fucilavano per sospetti, bruciavano le catapecchie, arrestavano le famiglie dei banditi e sparsero il terrore e la desolazione in quelle contrade. Altro che brigantaggio!
I briganti non bruciarono vive le famiglie dei disertori come gli ufficiali del re galantuomo di Sicilia, non massacrarono gli arabi in massa, non furono opera loro le notti di S. Bartolomeo.
O Cardinale di Richelieu, o immenso Bonaparte, e voi Gallifet e Thiers, e Kitehener, e Robert, e Caneva, e voi tutti eroi del delitto, adorati in vita e dopo morti immortalati sui marmi, fatevi avanti ai fantasmi torvi dei feroci masnadieri, piegate la fronte e presentate le armi.
 Banditi, qua la mano, voi siete i soli, i veri eroi!
Cronaca Sovversiva, anno XIV, n.17,  22/4/1916

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

css.php