Fiori di maggio

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 Gigi Damiani

 

— Per molti anni, o Maggio delle rosse speranze, noi abbiamo lasciati negletti i tuoi fiori di porpora che pure un giorno avevamo raccolto con religioso fervore – un giorno, quando il raccoglierli era «severamente proibito» – perché irrorati da una rugiada che era di sangue…

— …sangue dei nostri migliori…

— Ma quel «severamente» venne poi cancellato e, su quei fiori, invece di gocce di sangue – rugiada del disinteressato sacrificio – si rovesciarono i reciticci delle scampagnate festive.

— Perciò per molti anni li lasciammo negletti;

— peggio, lasciammo che essi fossero colti da tutti i ciarlatani politici che ne spremevano voti.

 

 

— Ma ecco che tu, o Maggio delle rosse speranze, che avevi conquistato, prima, con una lunga battaglia fatta di costanza, di sacrificio e d’intransigenza, poi deponendo le armi, il diritto di cittadinanza in un mondo non tuo…

— ecco che per la terza volta, qui in Italia, non udrai il clamore – che del resto non faceva più restare sbarrata in casa la pavida gente borghese – delle folle più ubriache di vino che di entusiasmo;

— delle folle che non disertavano più, scioperando, per celebrarti, le cittadelle del lavoro forzato;

— delle folle che non dovevano più farsi strada affrontando le cariche della cavalleria;

— ma che ti festeggiavano col permesso dello Stato e con la “paga” assicurata dell’accortezza padronale.

 

 

— Ricorda, ricorda, o Maggio delle rosse speranze, le folle del tempo eroico, non numerose, ma agguerrite da una fede che non calcolava i salari perduti e che entrava cantando nelle immonde prigioni, contusa, ferita…

— e ricorda, ricorda anche quelle, straripanti, degli anni della tollerata baldoria…

— Ricordale perché, oggi, non ci sono più.

— Più non fanno ressa alla porta delle Camere del Lavoro – cadute anche queste, quasi da nessuno difese – ed a quelle delle osterie dei sobborghi; osterie che oggi restano anch’esse deserte perché non vi si potrebbe più bere tranquilli inneggiando – alti i cuori ed alti i bicchieri! – alla gloria del sol dell’avvenire.

— Quelle folle che facevano una strage… di garofani rossi, non esistono più.

— Le ha disperse il terrore, ma più che il terrore la viltà.

— E si sono disperse facilmente perché l’anima loro era rimasta tutta irretita dalle propaggini del ventre solleticato dall’ideale mangereccio delle piccole vittorie economiche.

— E della loro viltà non sentono tutta l’ignominia e della loro dispersione tutto il cruccio, perché quella che dicevano la loro festa, la festa del lavoro, la celebrano lo stesso, un altro giorno, colla “paga” sempre assicurata dai sempre accorti padroni.

La celebrano è vero per ordine e sventolando altre bandiere ed ascoltando altri sermoni, ma rassegnati perché, infine, non si diserta il lavoro a ufo.

Un’altra data, o Maggio delle rosse speranze, raduna le tue folle di un tempo; una data che ricorda il supposto natale di una città che a troppi crolli ha assistito, per non restare scettica davanti allo spettacolo di una consacrazione – organizzata col pungolo – che vorrebbe fondere e cose morte e cose vive…

 

 

Ma poiché, o Maggio dei festaioli, non sei più…

poiché la tua data è stata raschiata, colle baionette dei rurali, dal catalogo delle feste di precetto…

e non per la peccaminosa eloquenza, e le tue plebee gozzoviglie, e gli inutili sbandieramenti degli ultimi anni.

Ma per il segno d’origine col quale – impronta di sangue che sanguina ancora – il martirio dei ribelli, aveva marcato nella storia le tue albe di fede e di passione;

ma per tutto quello che un giorno chiedevi;

per il lievito primo;

oggi,

noi raccogliamo ancora, come una volta, collo stesso fervore di una volta i tuoi fiori;

i fiori che ci ripromettono una primavera immancabile.

 

 

E come se fossero una bandiera,

o brandelli di tutte le nostre lacerate bandiere – vinte, non dome –

nel pugno chiuso, col braccio eretto,

– in una tensione dei nervi che supera ogni stanchezza –

della geenna della nostra cattività,

noi li agitiamo, li sventoliamo, in faccia al nemico!

 

 

[da L’Adunata dei Refrattari, anno V, n. 16 del 1 maggio 1926]