Jean Meslier, curato di Etrépigny

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Hugo Treni (Ugo Fedeli)

 

Viviamo un tempo di miseria acuta. Il popolo lavoratore è spremuto, sfruttato, svaligiato da tutte le parti. Curvo sotto il peso di imposte d’ogni genere, egli vive in uno stato di miseria morale oltre che materiale delle più insanabili. La sua miseria è tale che nessuno dei palliativi proposti da diversi lati, possono anche solo alleviargliela. Essa domanda un profondo sommovimento, un rinnovamento di tutti gli antichi valori politici ed economici, una vera rivoluzione, insomma. Altrimenti la vita sociale degli uomini di questa epoca rimarrebbe ad un livello di molto inferiore a quello delle bestie. Il produttore deve lavorare come un bove e non ritrarre da questo lavoro che nuove pene e miseria sempre più grande. La povera gente è sfruttata da tutti; non possiede alcun mezzo di difesa, è schiacciata, vilipesa, sbeffeggiata, e tutti ne abusano; ognuno vuole trovare il proprio beneficio nella sempre più grande miseria della maggioranza.

Gli intellettuali, nel loro insieme, erano o agli stipendi dei vari principi, o mantenuti dai signorotti del luogo e di conseguenza ligi al potere stabilito, legati con catene d’oro a questo. Qualcuno solo di questi intellettuali, fra i più onesti, osava guardare alla grande miseria dominante tutt’attorno, la miseria che nutriva la ricchezza di chi li manteneva, e qualche volta aveva suggerito un timido rimedio inadeguato a tutto il male. Se qualcuno, col pensiero, osava andar più in là, parlando chiaro e indicando tutta la profondità del male e il rimedio adeguato, la possibile realizzazione di questo rimedio radicale era posta in un domani troppo lontano e problematico.

Diversi furono coloro che riconobbero essere la società male organizzata e che era necessario riformarla; ed allora, nel pensiero, erigevano piani di società ideali, rette da leggi perfette e garantenti la felicità ed il benessere universali. Bei progetti tutti, ma irrealizzabili perché non si indirizzavano a coloro che questa miseria opprimeva, ma ai ricchi, a coloro stesso che ne erano la causa.

Indubbiamente anche questi piani di società perfette – seppure irrealizzabili, così almeno come venivano abbozzati dai loro autori – preparavano lentamente, più tardi, un terreno propizio alla nascita delle idee e del movimento socialista; ma per il momento ai sofferenti dicevano poco, non portavano un suggerimento alle masse sfruttate ed affamate onde poter migliorare la loro situazione; essi si rivolgevano ancora e solo alla buona volontà e all’abnegazione dei ricchi e degli intelligenti. Il popolo non contava ancora nulla. Bisognerà aspettare sino alla Rivoluzione francese perché esso incominci a pesare in qualche maniera sulla bilancia della vita sociale.

Intanto la situazione di questi derelitti è spaventevole a tal punto che gli intellettuali che si erano proposti di alleviarla nemmeno erano riusciti a conoscerla bene. Bisognava vivere vicino al popolo per poterla conoscere in tutta la sua vastità e profondità; e di intellettuali che vivessero col popolo non ce n’erano, se si eccettua qualche povero curato di campagna, qualche medico e qualche avvocatuccio che, per la loro funzione e la loro posizione, erano obbligati a rimanere al suo contatto e qualche volta a vivere la vita stessa miserevole del popolo. Ed è fra questi pochi che si possono infatti trovare i primi e veri difensori dei diritti del popolo sofferente.

Albert Mathiez scrive, a questo proposito, nella sua Révolution Française: «Operai e contadini, capaci di un breve movimento di rivolta, quando il giogo diventa troppo pesante, non scorgono però ancora i mezzi per cambiare l’ordine sociale. Incominciano soltanto ad apprendere a leggere. Ma al loro fianco vi è, per rischiararli, il curato e l’uomo d’affari: il curato a cui confidano i loro dolori e l’uomo d’affari che difende davanti alla giustizia i loro interessi. Ora il curato che ha letto gli scritti del secolo, che conosce l’esistenza scandalosa che conducono i suoi capi nei loro sontuosi palazzi, mentre egli vive penosamente, invece di predicare ai credenti la rassegnazione, come un tempo, infiltra nelle loro anime un po’ della indignazione e del dolore di cui la sua è piena».

Curati che si interessano veramente alla sorte del popolo ve ne furono parecchi. Uno particolarmente la storia ci ricorda perché, a ragione, si può annoverarlo fra i precursori del socialismo, ed è Jean Meslier, curato di Etrépigny, nelle Ardenne. È rimarchevole il fatto che il Meslier, primo fra i pensatori del diciottesimo secolo, spezzi il circolo vizioso in cui si erano rinchiusi tutti gli utopisti che veramente credevano solo possibile migliorare la sorte dei sofferenti per opera dei ricchi e si indirizzavano e confidavano solo nelle classi colte e benestanti. Meslier, invece, sente che anche il popolo, se si potesse illuminarlo, saprebbe rinnovare la società che ora lo schiaccia, ed è a lui che indirizza le sue proteste e le sue esortazioni, ed è a lui che confida: «Vi siete lasciati opprimere troppo a lungo», ora domandate la vostra parte di diritti alla vita ed al benessere. Perché «tutti gli uomini sono uguali in natura, e tutti hanno diritto uguale alla vita e di andare per il mondo e di partecipare dei beni della terra, lavorando utilmente e gli uni e gli altri onde procacciarsi quanto è necessario alla vita». Tutti abbiamo diritti uguali. «È giusto che gli uni nascano già con diritto di dominare, essere dei tiranni, mentre altri non vengono sulla terra che per essere eterni schiavi, e debbono giacere nella pena e nella miseria tutta la loro vita? Questa sproporzione è basata sul merito e demerito degli uni e degli altri? No. E questa ingiustizia non fa che procurare ambizione, orgoglio e arroganza da una parte e odio, invidia e vendetta dall’altra».

Per tutte queste ragioni il povero curato Meslier non predicava la rassegnazione agli uomini, ma svolgeva un’azione ben più efficace ed utile. Cercava di rischiarare le menti di questi poveri uomini incolti e miseri onde renderli capaci di rinnovare la vita migliorando la loro e quella di tutti i loro simili. Lo spettacolo che gli si presentava era troppo contrastante, troppo pieno di ineguaglianze e di ingiustizie perché le sue labbra potessero proferire parole di pace e di sottomissione. I bagordi senza fine degli uni erano il risultato della miseria senza fine degli altri.

Egli vedeva anche le ragioni profonde di queste ineguaglianze che non potevano scomparire per e con la semplice buona volontà di qualcuno, ma che, essendo prodotti dalla cattiva organizzazione economica politica e morale, era tutta la struttura sociale che bisognava, e bisogna, trasformare e ricreare, se veramente si vuole avere lavorato per qualche cosa. E il popolo è veramente la base su cui poggia tutta la piramide dello sfruttamento umano; ed è il solo che può rovesciare tutto questo cumulo di miserie che non gli permettono di respirare liberamente.

Nel suo famoso testamento Meslier dice, rivolto al popolo: «Voi siete carichi non solo di tutto il fardello dei vostri re e principi, che sono i vostri primi tiranni, ma ancora di tutta la nobiltà, di tutta la gente di guerra, di tutti i gabellieri, di tutte le guardie del sale e del tabacco,  e di tutto quanto vi è al mondo di gente fannullona ed inutile». La vita del popolo che deve sostenere il peso del lusso di tutti questi fannulloni non può essere che di miseria. Per far scomparire questa bisogna rovesciare quelli. La soluzione è semplice. E Meslier non ha avuto paura ad indicarla e di suggerire anche i mezzi per pervenirvi: «Tutti i grandi della terra e tutti i nobili dovrebbero essere strangolati con le budella dei preti».

Era estremamente difficile trovare qualcuno che tenesse un linguaggio simile nel diciottesimo secolo, ed era estremamente pericoloso. E Meslier non poteva che pagare, e duramente, e le sue idee ed anche la sua azione perché, come la storia ci ricorda, egli ebbe numerosissimi litigi e processi coi ricchi della regione. Soprattutto un caso lo rese popolare.

Un giorno, avendo inteso che il signore del luogo aveva maltrattato dei contadini, alla domenica seguente, invece di fare come le costumanze imponevano, cioè raccomandare nelle sue preghiere il nome del signore del paese, non ne fece nulla. Vi fu grande scandalo e perfino l’intervento del cardinale Mailly. Ma la protesta e la rivolta del povero prete non fu domata, non solo, ma essa venne elevata ad insegnamento ed a monito, benché contro di lui si impiegassero tutti i rigori. Perché Meslier, piuttosto di accondiscendere alla tracotanza signorile, preferì lasciarsi morire lentamente di fame, dopo aver redatto un documento dei più interessanti nonché originali che la storia del pensiero socialista ricordi. Egli lasciava eredi di tutti i suoi beni i suoi parrocchiani, e nel suo testamento politico-religioso egli vi aggiungeva anche qualche consiglio. Questo suo testamento è un documento di una singolare importanza perché racchiude una critica profonda e spietata di tutte le forme di oppressione allora ed ancora oggigiorno in vigore. La religione, l’ineguaglianza, la proprietà, tutto è demolito perché solo così si potrà erigere la nuova e migliore società. Perché, come bene dice in questo suo stesso testamento: «Persuadetevi, amici cari, che gli errori e la superstizione della nostra religione, come pure la tirannia dei vostri re, come di tutti quelli che vi governano basandosi sulla autorità, sono la causa funesta e detestabile di tutti i vostri mali. Sarebbe molto più decoroso se sapeste liberarvi da questi due insopportabili gioghi: la superstizione e la tirannia». «Cercate di unirvi tutti, e col vostro comune consentimento spezzate il giogo tirannico dei vostri principi o re, di tutti i tiranni…La salute è nelle vostre mani, la salvezza non dipenderebbe che da voi, se sapeste mettervi d’accordo. Voi avete tutti i mezzi e tutta la forza necessaria, e i vostri tiranni, per terribili che possano apparire, non hanno potere alcuno sopra di voi senza il vostro stesso consenso».

Ma non si accontenta solo della critica, se pure questa è la parte essenziale del suo testamento, ma propone, dopo che tutta la mala organizzazione vigente sarà abbattuta, anche una forma possibile di organizzazione sociale in cui la libertà e il benessere di tutti i concittadini siano rispettati e scrive: «Tutti gli abitanti di un medesimo territorio, cioè tutte le persone che vivono un un medesimo territorio, debbono formare un’unica e medesima famiglia, considerandosi tutti come fratelli e sorelle, come altrettanti figli di un medesimo padre e della medesima madre, e per questa ragione tutti debbono amarsi reciprocamente, vivendo in pacifica comunità,  tutti ben nutriti ed egualmente ben vestiti, con una buona abitazione, applicandosi tutti con buona volontà al lavoro o ad una qualsiasi altra occupazione onorevole, secondo la professione e quello che maggiormente necessita fare». «Tutte le popolazioni, tutte le comunità vicine debbono, ciascuna dalla propria parte, cercare di allearsi fra di loro e di mantenere inviolata la pace e il buon accordo, aiutandosi e soccorrendosi reciprocamente gli uni e gli altri nel caso di necessità, facendo il modo di non alterare il benessere generale».

E per quanto riguarda la proprietà individuale, base delle disuguaglianze sociali che fanno della presente società un inferno, ne fa pure tabula rasa. Perché «chi manca del necessario si vede nella obbligazione di adoperare la frode, gli inganni, l’ingiustizia, le rapine, gli assassinii che causano mali infiniti fra gli uomini». «Mettete dunque tutto in comune in ciascuna parrocchia e godetevi poi in comune i frutti che la terra darà in compenso del vostro lavoro».

Il comunismo del Meslier non differisce sostanzialmente da quello dei precedenti utopisti, sente per esempio ancora la necessità dell’autorità, seppure fa un distinguo fra l’autorità sana e quella tirannica, ma l’importante è che in lui possiamo vedere il primo e vero tentativo di concretizzare le sue teorie lasciando erede tutta la comunità di tutti i suoi beni, e soprattutto, come dicevo più sopra, di indirizzarsi non più al “buon tiranno”, ma bensì ed unicamente al popolo, alla parte degli uomini più sfruttata e più direttamente in causa e la sola veramente capace di rinnovare la società.

 

***

 

Della vita di questo povero curato si conosce pochissimo, se non che, nato verso il 1664, nelle Ardenne, era figlio di un tessitore di lana chiamato Gerard. Per fare un piacere ai suoi genitori, come lui stesso afferma nel suo testamento, verso il 1688 entrò nella carriera ecclesiastica. Ma sempre gli ripugnarono gli esosi che si compiacevano a riscuotere con avidità le enormi prebende con cui si pagavano le vane funzioni dei preti. Come a lui ripugnavano coloro che non pensavano ad altro che alla buona vita mentre si burlavano delle cerimonie della loro religione, di quelli stessi a cui i creduli somministravano largamente i mezzi per godersi la vita a costo di nuove e gravi privazioni loro. E fu sicuramente questa sua ripugnanza a burlarsi dei poveri, soprattutto, che gli costò la vita. Egli morì non si sa bene se nel 1729 o nel 1733, ma per noi il fatto ha poca importanza. Quello che importa è la sua opera.

Morto, e trovato il suo famoso testamento, esso fu messo subito a silenzio. Cosa che del resto lui stesso prevedeva perché, come diceva nella chiusura del suo documento: «Dichiaro, amici miei, che tutto quanto qui sta scritto non ha avuto altra pretensione che quella di seguire la luce naturale della ragione, e non ho avuto altra intenzione che di cercare, esponendola chiaramente e sinceramente, la verità. Ma, come mi propongo di dare questo scritto alla vostra parrocchia avanti di morire perché vi sia comunicato, e farà montare su tutte le furie ed andare su tutte le collere gli altri curati e i tiranni – che non mancheranno di calunniarmi ed ingiuriarmi anche dopo morto – dichiaro anticipatamente di protestare contro questo procedimento ingiurioso». Come tutte queste che non mancarono di verificarsi. Fu solo molto più tardi, dopo la sua morte, e grazie sopratutto a Voltaire ed al Barone di Holbach, il famoso amico di Diderot, che il lavoro del Meslier fu nuovamente rivelato al pubblico e con entusiasmo diffuso; tanto è vero che per la loro grande ammirazione attribuirono lo scritto del Meslier alla penna dello stesso Holbach.

Voltaire scrisse che quest’opera era un «tesoro». Tesoro per la sua profonda critica antireligiosa come per l’arditezza del suo pensiero critico verso tutte le forme di autorità e di oppressione; tesoro che ancora oggigiorno noi abbiamo molto caro e che conserviamo con tutte quelle cure con cui si deve conservare un vero tesoro, perché ancora ci serve, nonostante gli anni e gli avvenimenti che son passati, nella lotta che noi anarchici abbiamo intrapresa contro l’oppressione politica ed economica ancora vigenti nella società attuale, come ad ispirarci nella creazione della società nuova da noi auspicata.

 

 

[L’Adunata dei Refrattari, anno X, n. 6 del 14-2-1931]