IL RIFIUTO DELLE ARMI

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Alfredo Maria Bonanno

 

Nell’antimilitarismo è implicito il “rifiuto” delle armi. Ma si tratta di un concetto che è dato per scontato e che non è stato quasi mai approfondito.
L’arma in quanto oggetto preciso è certamente lo strumento fondamentale su cui si fonda non solo la struttura militare in quanto organizzazione (la quale non avrebbe senso se fosse didarmata), ma anche la mentalità militare (la quale dall’arma deriva una serie di deformazioni autoritarie).

Ed anche questo è giusto. Gli eserciti sono sempre stati armati e da questo stato di fatto hanno tratto una particolare forma di organizzazione, che è quella gerarchica, dove la scala dei comandi è ben fissata e rigida e ciò proprio perché l’impiego delle armi è – o almeno si crede che sia – rigido e sottoponibile a regole precise.
Lo stesso per la mentalità. L’uomo “armato” si sente diverso, più aggressivo, supera con maggiore facilità (apparentemente) le frustrazioni che ognuno si porta dentro e quindi finisce per diventare prepotente e vigliacco nello stesso tempo.
Ma il militarismo non può fare un uso “ottimale”, a suo giudizio, delle armi,
Deve inserire questo possibile uso in una logica complessiva, di natura politica e sociale, che corrisponde ad un equilibrio instabile sia interno che internazionale. In un’epoca come quella in cui viviamo, in Italia, per restare più vicini a problemi di natura immediata, non è concepibile un impiego esclusivamente “militarista” delle armi. Ciò porta i detentori degli armamenti, i loro mandanti e i produttori di armi allo sviluppo dell’ideologia difensiva, attraverso cui coprire non solo l’impiego delle armi, ma anche la loro produzione e il loro sempre più pericoloso perfezionamento.
Ora, se l’antimilitarismo deve limitarsi a semplici dichiarazioni di principio, allora il rifiuto delle armi deve intendersi in modo solo simbolico, cioè cosa l’arma significa in astratto, in quanto simbolo di distruzione e di morte. Se invece, questo antimilitarismo deve andare avanti, nel concreto, costruendo i possibili percorsi della liberazione in senso materiale, allora non può limitarsi al rifiuto simbolico delle armi, deve approfondire il problema.
In effetti, l’arma, in quanto oggetto, riceve valutazioni differenti a seconda del punto di vista da cui si considera. Ciò vale per tutte le cose e le armi non fanno materialisti. Non esiste quindi l’arma, in quanto oggetto inerte, ma esiste l’arma in azione, cioè impiegata (o in attesa di essere impiegata) in una data prospettiva. Se si riflette, ciò accade per tutte le cose. Noi le immaginiamo staccate, se così fosse sarebbe senza significato, ridotte all’impotenza alla quale le vorremmo condurre noi, l’uomo che agisce, che progetta, che impiega mezzi per raggiungere fini.
Quindi, l’arma astratta (in quanto oggetto isolato), non esiste. Esiste però l’arma che il militarista inserisce nel suo fare, e quest’arma riceve una investitura scecifica, essa lo strumento di “difesa della patria”, di “mantenimento dell’ordine”, di “distruzione dell’infedele”, di “conquista di spazi vitali”, o modelli di valore, con cui agisce impiegando l’arma. Egli, sparando, si sente, di volta in volta, difensore della patria, costruttore dell’ordine sociale, distruttore di infedeli, ingegnere di nuovi spazi sociali, ecc. Più ottuso è il suo ruolo di semplice esecutore, più egli è in balia dei facitori di ideologie, dei dominatori del capitale e della politica, più l’arma in suo possesso si solidifica in strumento cieco di oppressione e di morte. Anche se dovesse deporla, quest’arma, resterebbe sempre lì, oggetto inserito in un quandro generale che lo qualifica sempre come oggetto di morte.
Ora, se il progetto è diverso, se il contenuto dell’azione è diverso, l’arma muta significato. In quanto mezzo non sarà mai assolto dalla sua limitatezza d’oggetto con cui diventa possibile procurare danni e distruzione con una certa facilità (che poi sarebbe questa la distinzione tra gli oggetti “arma” e gli altri oggetti che, in gran numero, possono diventare all’occorenza “arma” anche loro). Non si vuole qui dire che il fien – la liberazione, la rivoluzione, l’anarchia, o qualsiasi altro sogno libertario ed agualitario – possa assolvere e giustificare il mezzo però può trasformarlo di quel tanto che a noi interessa, cioè farlo diventare un “oggetto in azione” diverso. Ed è questo oggetto in azione diverso che entra a far parte della lotta antimilitarista, anche restando “arma” a tutti gli effetti, cioè restando oggetto che produce morte e distruzione con relativa facilità.
Nel progetto di liberazione, dietro l’arma ci sta la spinta a liberarsi dai dominatori, a far loro pagare il male fatto e che stanno facendo, ci sta l’odio di classe, della classe sfruttata contro gli sfruttatori, ci sta la differenza concreta e materiale di chi soffre continuamente nella propria dignità offesa e vuole distruggere gli offensori.
Tutto ciò è radicalmente diverso da tutte le chiacchiere ideologiche sulla difesa della propria patria e dell’ordine.

Alfredo M. Bonanno
(testo pubblicato su “Provocazione” n. 10, gennaio 1988 – ripubblicato su “A Mano Armata” Edizioni Anarchismo, prima edizione novembre 1998)