Dichiarazione davanti al tribunale federale di Bellinzona (di Luca Bernasconi, Costantino Ragusa, Silvia Guerini Ragusa)

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Il 22 luglio 2011 il Tribunale Federale Penale di Bellinzona ha condannato Costantino Ragusa a 3 anni e 8 mesi, Luca Bernasconi a 3 anni e 6 mesi e Silvia Guerini a 3 anni e 4 mesi per atti preparatori d’incendio, trasporto illegale e occultamento di materiale esplosivo.

 

Questa dichiarazione è stata letta dagli imputati in aula durante un’udienza del processo tenutosi nel luglio 2011 in Svizzera.

 

I tre erano stati arrestati il 15 aprile del 2010 nei pressi di Zurigo durante un controllo stradale, sospettati di un tentato attacco contro il centro di ricerche IBM di Ruschlikon, all’epoca ancora in costruzione.

 

In seguito alla sentenza è molto probabile che siano trasferiti in altre carceri, per chi volesse scrivergli controllare gli indirizzi sul sito silviabillycostaliberi.tk

 

 

DICHIARAZIONE DAVANTI

AL TRIBUNALE PENALE FEDERALE

DI BELLINZONA

 

 

 

 

Ancora una volta torniamo a prendere la parola collettivamente, cosa che in questi 15 mesi di carcerazione preventiva abbiamo potuto fare a fatica a causa della censura e delle forti restrizioni a cui sono sottoposte le nostre comunicazioni. Situazione che invece che migliorare con il termine delle indagini è andata peggiorando.

In questa “carcerazione ermetica” vediamo il chiaro tentativo di isolarci tra di noi e soprattutto con l’ampia, variegata, forte e calorosa solidarietà che si è creata all’esterno, che in questi mesi con numerose iniziative ha fatto sentire un’unica voce con le nostre.

In questi mesi quando abbiamo rotto il silenzio non è stato nel corso dei numerosi interrogatori da parte della Polizia Federale, Procura Federale e italiana, ma nel corso di iniziative di lotta volte a rompere l’isolamento e reincontrarci con quelle situazioni che danno vita al movimento di liberazione animale e della Terra e che lottano contro ogni forma di sfruttamento e dominio. Movimento di cui anche noi siamo parte.

Se parliamo in questo tribunale non è per intervenire nella discussione sulla nostra colpevolezza o per mercanteggiare sulla nostra innocenza. Le cose che diremo sono prive di calcolo, prive d’interessi particolari volti alla nostra attuale situazione che ci vede sul banco degli imputati. Se noi siamo rinchiusi non lo saranno le questioni ben più importanti che verranno fuori e a cui noi diamo veramente importanza. Vogliamo che queste escano da qui, vadano oltre queste mura, sbarre e tecnologie di sicurezza, rivolgendoci alla società nel suo insieme.

Per riassumere gli eventi che hanno portato al nostro arresto ed evidentemente anche la nostra storia personale, sbrigativamente e in modo strumentale si è parlato di “ecoterrorismo”. Questo termine rispecchia pienamente il livello di mistificazione a cui siamo giunti, a cui è giunta la costruzione della realtà.

Una multinazionale si può permettere di distruggere ecosistemi naturali, sfruttare le popolazioni nel sud del mondo fino ad ucciderle quando necessario e allo stesso tempo può comprarsi la sua sostenibilità ecologica attraverso altre attività che rappresentano un ulteriore investimento, operazioni di marketing e finanziamenti a qualche fondazione creata ad hoc.

Chi si ribella a tutto questo viene definito “ecoterrorista”, come se qualche “comunità umana” fosse messa in pericolo o tutta la collettività dovesse sentirsi minacciata dalle lotte ecologiste radicali e, nel nostro caso, dalla sola nostra presenza.

Queste corporazioni assassine ed ecocide diventano quasi i buoni da proteggere. Quando a Maggio è stato inaugurato il centro di ricerche IBM a Rüschlikon sui giornali è stato scritto che gli “ecoterroristi” non si sono visti. Questa è una grande menzogna, proprio in quel simposio inaugurale ve ne era un nutrito gruppo e dei più pericolosi: quelli che lavorano alle nanotecnologie, che con le loro ricerche e produzioni ci condannano ad un’esistenza tossica eliminando ogni libertà e minacciando la vita su questo pianeta.

Nell’attuale visione del mondo meccanicista gli esseri viventi non sono altro che macchine, con esigenze puramente materiali e tecnologiche, proprio quelle che un sistema altamente centralizzato e tecnologico può soddisfare.

Qualsiasi problematica sociale ed ecologica viene interpretata e ridotta in modo tale da essere riconducibile ad una soluzione tecnologica, attraverso qualche nuovo processo o ritrovato tecnologico, razionalizzando e quindi legittimando quell’impresa ecocida che chiamano “sviluppo economico” e progresso.

Nei termini fissati dal paradigma di dominio non sarà mai possibile capire e interpretare gli aspetti che ci hanno portato all’attuale situazione. Le relazioni sono intrecciate a un livello tanto fondamentale e profondo che non è più possibile isolarle dal loro contesto e separarne una dalle altre. Tentare di isolarne una dal groviglio della problematica e trattarla separatamente può solo aumentare le difficoltà in altre parti spesso inaspettate dell’insieme.

In questa disumanizzazione e perdita di senso imperante le stesse sensibilità e capacità di provare empatia per ciò che ci circonda sono colpite alla radice. In una distruzione dello spirito, la morte del pianeta sarà solo una conseguenza di cui rammaricarci. Continueremo a far saccheggiare e manipolare i nostri corpi finchè non adotteremo una visione d’insieme, non potremmo mai sentirci vicini agli altri animali se non capiamo che siamo animali, non potremmo percepire la foresta come l’elemento essenziale per la vita sulla Terra se anche noi ci sentiamo parte di essa.

Come non è possibile la coesistenza tra nocività e un mondo libero e naturale, non è conciliabile un’opposizione dentro il sistema tecnoindustriale dove tutto ciò che si pone in alternativa è già recuperato dal sistema stesso. C’è forse differenza ad andare verso il baratro e l’ecocidio con l’energia del vento o a propulsione nucleare?

Le lotte ecologiste radicali avranno sempre più un ruolo fondamentale e centrale per impedire e contrastare quello che appare inarrestabile. Questo movimento può essere solo radicale, cioè che punti alla radice dei problemi, e riaffermare la questione ecologica non significa occuparsi degli effetti ultimi ambientali, ma del significato profondo, causale, del distacco dell’uomo dalla natura. Abbiamo bisogno di una nuova visione del mondo ecologica, che sviluppi una sensibilità ecocentrica con cui costruire una rete di contesti e reciprocità non gerarchiche, in cui possano crescere reali rapporti non mediati dalla macchina e dalle sue istituzioni, in cui è possibile autodeterminarsi come individui e riprendersi in mano la propria vita nella sua interezza.

Proprio per questo radicale stravolgimento di paradigma che si situa il percorso e la lotta dell’ecologismo radicale. Pensiamo sia necessario agire subito senza perdere altro tempo per cercare di inceppare l’attuale meccanismo, per cercare di fare aprire gli occhi, scuotere gli apatici, gli indifferenti e tutti, tutte coloro che si sono rassegnati allo stato di cose presenti.

L’ecologismo radicale potrà essere una reale lotta di cambiamento solo se saprà approfondire la propria radicalità, slegarsi dal dominio e da chi lo sostiene apertamente o subdolamente. Dalla sua capacità di non fermarsi su cause singole estrapolate dall’insieme, ma di saper comprendere ed intrecciarsi anche ad altri movimenti di lotta, approfondendo la critica ed estendendo il conflitto.

Se ancora ci si può permettere di negare l’evidenza è solo perché si ritiene che l’elite sfruttatrice del “Nord del mondo” sia al sicuro, che tanto c’è ancora da fare e soprattutto sfruttare nei paesi del “Sud del mondo”. Dove le “risorse” naturali sono state saccheggiate e depredate fino all’esaurimento non solo della risorsa in sé, ma dell’intero ecosistema, parte di mondo, l’ottimismo sembra ritornare a rifiorire: ci penserà la tecnologia a sopperire a questo limitato mondo naturale finito. I calcoli sono però sbagliati perchè di fondo questi reggono su una visione di mondo andata a consolidarsi nel tempo che vede il pianeta esclusiva proprietà dell’essere umano. Questa visione antropocentrica ha diviso il mondo in territori di saccheggio, ha ridotto gli elementi in combustibile per mandare avanti questo sistema tecno-industriale. La reificazione della natura ha aperto la strada a quel processo di devastazione che chiamiamo civilizzazione. La “realtà” è ridotta a ciò che si può misurare, quantificare, verificare, negando qualsiasi altro valore qualitativo. Il dualismo pervade le nostre menti separate dai nostri corpi e i nostri corpi disgiunti dal “mondo circostante”.

Soggiaciamo al progresso materiale, all’efficenza dell’automatismo, alla specializzazione sopra qualsiasi altro valore, così facendo estirpiamo giorno per giorno ciò che di naturale è in noi e confermiamo invece come naturale il mondo surrogato che ci circonda ed assedia.

Non sorprende quindi che la ricchezza di una nazione sia misurata dal suo prodotto interno lordo (PIL), da quei meri processi tecnici e prodotti dell’uomo, un principio fedelmente rispecchiato nell’economia moderna.

Un’economia che è sempre più un sistema tecnico che ci ha preso in ostaggio in un’enorme cortina di mezzi tecnici di cui non riusciamo più a farne a meno e che consideriamo ovvi come lo furono le foreste, i torrenti, le montagne… Normali cicli e processi naturali, come l’acqua, con cui l’ecosfera rende possibile la vita sulla Terra, non solo vengono svuotati da ogni valore intrinseco (un fiume non è un bacino di una diga e una foresta non è una riserva di legname), ma vengono ridotti a “risorse” e ad essi viene assegnato un valore strettamente economico. Diventano parte di un “processo tecnico” che trasforma una “materia viva” in prodotto o servizio profittabile. Questo ha portato ad incrementare quella deleteria visione in cui l’uomo non ha bisogno di mettere una diga su un fiume o tagliare una foresta per vedere in queste delle riserve permanenti da sfruttare: lo ha già fatto nella sua concezione del fiume e della foresta…

Di conseguenza ogni disastro tecnologico che in una società tecno-industriale è la normalità del suo funzionamento, è solo un “problema tecnico” o più recentemente è diventato “catastrofe naturale”, quantificabile in conseguenze materiali e successivamente colmabili da costi monetari.

Così succede che trenta piattaforme petrolifere danneggiate o affondate dall’uragano Katrina nel 2005 hanno solo un costo monetario, così come il disastro della Ixtoc della PeMex con il più grande sverso in mare di petrolio al mondo e le tante Bophal, Seveso e adesso anche Fukushima…

Il grande slogan della “Green Economy”, nel frettoloso bagaglio ambientalista che si è messo in spalla, è quello di “chi inquina deve pagare”. Tutti i verdi hanno esultato! Una vera rivoluzione! Quindi finchè sapremo che in quei flussi finanziari in continuo movimento attraverso quei cavi sottomarini che uniscono i continenti c’è un po’ di ambientalismo, allora potremmo stare tranquilli/e. Ma c’è di più, una multinazionale come la BP che è tra le maggiori finanziatrici al mondo della “Green Economy”, con la farsa della compravendita di emissioni di CO2, i soldi per rimediare al suo ultimo disastro li darà semplicemente con i nuovi contratti di estrazione sempre nel Golfo del Messico. Ovviamente solo temporaneamente sospesi dal nobel Obama, il progresso non si può fermare…

Mentre il mondo deplorava il comportamento della BP petrolium, negli stessi giorni celebrava il comportamento della BP solar…

Proprio come insegna l’ecologia tutto sulla Terra è collegato come un unico grande organismo vivente, la fragilità dell’ecosistema di una foresta tropicale rispecchia la fragilità dell’intero pianeta. In questo modo la cancerogenicità in un organismo vivente seppur locale, periferica e isolabile, senza le opportune cure entrerà presto in movimento, diffondendosi ovunque, cellula dopo cellula. Le cure attuali per far fronte a questa cancerogenicità sono peggio del male stesso, infatti questo è ormai talmente diffuso che è quasi in metastasi. L’intero pianeta è malato.

Per la prima volta nella storia dell’uomo è più importante proteggere il mondo che trasformarlo. Mai si è parlato di ambiente come negli ultimi anni, non si smette di evocarlo, di riferirsi ad esso con magnilocuenti dibattiti e “profondi” discorsi. La salvaguardia del pianeta sembra proprio essere diventata la priorità per la scienza e per ogni “agenda politica” di ogni paese del Nord come del Sud del mondo. Questi ultimi non fanno che seguire le linee guida incluse nel “pacchetto degli aiuti allo sviluppo” della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.

E tutto questo proprio nel momento in cui come mai prima la natura ed ogni essere vivente vengono schiavizzati, oggettivizzati, svuotati, manipolati, ridotti a macchina, ad un codice genetico in una grande monocultura, ad un clone in una produzione di serie. In ogni società quando il sistema con la sua propaganda ha accentuato l’attenzione su un qualche aspetto o requisito umano è perchè questo già non esiste più. Se si parla così abbondantemente di natura e libertà è perchè queste sono già state annullate o laddove ne rimane poco non è più nella sua forma originaria.

La stessa cosa la si può leggere perfettamente nell’etica: comitati etici, bioetica, etica in tutte le salse possibili. Questi comitati sempre più diffusi, sono come gli organi internazionali di regolamentazione e autorizzazione: la differenza è solo che invece di basarsi su dati scientifici, si basano su una presunta altra possibilità, etica, appunto, come se fosse possibile imbrigliare e mettere al servizio dei valori gli sviluppi tecnologici. Tutte queste strutture arrivano sempre alle stesse conclusioni e soprattutto assolvono lo stesso ruolo: incrementare la morale tecnica, l’unica possibile.

La “Rivoluzione Verde” diffusa negli anni ’70 dalle Nazioni Unite in collaborazione con lobby potenti come la fondazione Rockfeller, si proponeva di migliorare e rendere più produttivo il “Sud del mondo”, imponendo i loro pesticidi, macchine, “semi miracolo”, usati in occidente, in poche parole conformandoli al loro mondo. Oggi questa visione di mondo si è universalizzata e diffusa globalmente con un’altra nuova rivoluzione, quella biotecnologica, l’ovvio seguito della precedente. Gli OGM in agricoltura si stanno insinuando con forza anche nei paesi europei, dove si cerca di rompere le ultime resistenze, attraverso quella che è stata definita la più grande azione di lobby. Sarebbe però un errore intenderla e ridurla semplicemente ad una ricerca di nuovi mercati o di competizioni tra corporazioni: queste sono le favole degli economisti, le grandi corporazioni si accordano sempre.

Questa espansione, universalizzazione del dominio si è diffusa in nome dell’ efficenza agricola, del rispetto per l’ambiente e come soluzione per la fame nel mondo. In realtà si ottenevano solamente profitti sempre maggiori per una piccola e potente èlite. Però il profitto è solo una parte della questione, visto che queste potentissime multinazionali e fondazioni controllano già la Federal Reserve, la Banca dell’Inghilterra, la Banca del Giappone e la Banca Centrale Europea, sono loro a decidere se creare o distruggere il denaro. Il loro scopo in realtà è di ottenere il definitivo controllo della vita futura sul pianeta instaurando una dittatura assoluta, mai vista fino ad ora. Quando parliamo di dittatura assoluta o controllo totale non c’è bisogno di ritornare con la mente a scenari del passato (e presente) di totalitarismi militari sfacciatamente violenti, oppressivi e persecutori. Basta semplicemente guardarsi intorno, guardare al mondo con occhio critico per ritrovarne già ora tutti i tratti, semplicemente velati da ipocrite buone intenzioni. Esattamente come si pone quest’èlite mentre impone la diffusione degli OGM, che se lasciata agire indisturbata tra solo un paio di decenni avrà il completo controllo delle capacità alimentari del pianeta. In questo intento sono accomunate tutte le grandi multinazionali che oggi dominano nell’industria dell’agri-business.

La chimica di queste multinazionali si è sviluppata approfittando delle due guerre mondiali. Nel 2003 Tokar, autore di articoli per The Ecologist in un articolo intitolato “agro-business, biotecnologia di guerra”, scriveva: “durante la guerra le multinazionali che controllavano il mercato dei pesticidi chimici hanno fatto fortuna. Sono le stesse che oggi controllano le biotecnologie e le sementi, e quindi la produzione di alimenti”.

Infatti durante la prima guerra mondiale la Du Pont (che diventerà uno dei maggiori produttori di sementi al mondo) ha rifornito l’industria militare di polvere da sparo per i cannoni e gli esplosivi. Nello stesso periodo la Hoechst (che nel 1999 si unirà alla francese Rhone-Poulenc, dando vita all’Aventis, gigante del biotech) ha fornito all’esercito tedesco esplosivi. Nel 1925 la Hoechst, la Bayer, la Basf e la IGFarben hanno formato il più grande conglomerato chimico del mondo, produttore del gas Zyclon il cui successo fu enorme grazie all’impiego che trovò nei campi di concentramento nazisti.

La Monsanto nata all’inizio del secolo in principio produceva saccarina, durante la prima guerra mondiale ha centuplicato i profitti vendendo prodotti chimici usati nella produzione di esplosivi e gas da guerra.

Anche il DDT, tra i più nocivi prodotti chimici mai creati, la cui molecola era stata sintetizzata nel 1874, uscì dal dimenticatoio in occasione della seconda guerra mondiale, trovando largo impiego, grazie alla Monsanto che ne garantì una produzione su vasta scala.

Vista la collaborazione di gran successo con il Pentagono nel 1942 la Monsanto entra all’interno del progetto ultrasegreto che porterà a una delle più grandi catastrofi per l’umanità e il pianeta. Il programma, battezzato “Manhattan Project”, aveva come obiettivo la produzione della prima bomba atomica della storia, la stessa che sarà sganciata su Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945. La Monsanto godendo della massima fiducia del Pentagono ottiene di svolgere le sue ricerche chimiche: isolare e purificare il plutonio e il polonio nei suoi laboratori dell’Ohio. Il passo successivo dopo la guerra sarà la guida dei laboratori Clinton, con incarico di sviluppare le applicazioni civili del nucleare per conto di Washington. Il direttore di Monsanto di quel periodo terminerà la sua carriera alla guida di uno dei gruppi chimici più potenti al mondo, firmando uno dei più grandi contratti della storia con le forze armate: la produzione del terribile “agente arancio” irrorato durante la guerra in Vietnam e da cui, ancora oggi, gli esseri viventi e gli ecosistemi ne portano le conseguenze. Oggi tutte queste compagnie oltre a gestire il controllo delle sementi a livello mondiale e tutto ciò che riguarda l’agro-alimentare a “livello fondamentale”, nelle proprie sedi hanno delle divisioni di ricerca che si occupano di nanotecnologie. Un nuovo direttore Monsanto ha recentemente detto che le nanotecnologie rappresentano il futuro.

Come appaiono ridicole e menzognere le varie visioni ed immagini prodotte dal sistema economico in quella proiezione frutto della propaganda che ci viene propinata. L’imperativo attuale è gestione e controllo in quella corsa cominciata da compagnie chimiche, biotecnologiche e farmaceutiche si sono presto aggiunte quelle informatiche come IBM e Hewlett Packard, per citarne due tra le maggiori, e hanno dato vita all’ IPC (Comitato Proprietà Intellettuale). Fin dalla sua creazione questo comitato ha contattato i maggiori settori di gestione degli affari europei e giapponesi, per redigere un documento comune intitolato “Disposizioni fondamentali della protezione dei diritti di proprietà intellettuale per il Gatt. Punto di vista delle comunità di aziende europee, giapponesi e americane”, consegnato nel 1988 al GATT (Accordo Generale sulle Tariffe e sul Commercio). Questo testo che farà da base ai vari accordi internazionali come il Trips, mira a diffondere al resto del mondo il sistema dei brevetti già esistenti nei paesi industrializzati, che solo da parte loro tramite gli uffici di Washington, Monaco e Tokio registrano il 97% di tutti i brevetti depositati. Gli autori dell’ IPC per meglio chiarire le loro buone intenzioni affermano: “La disparità dei sistemi di protezione della proprietà intellettuale comporta perdite enormi in termini di risorse in fase di acquisizione e difesa dei diritti”.

La competizione globale di cui si parla tanto è questa e non quella tra le compagnie che con alleanze strategiche e fusioni la riducono al minimo, bensì una competizione a livello globale tra un nord economico che si vuole accaparrare le “risorse” del sud “post” colonizzazione. E quando “proprietà intellettuale” significa brevetti sul genoma umano, organismi viventi, piante che alimentano miliardi di persone (come il riso o il grano) o ritrovati nano-tecnologici, allora si fa più chiarezza su quale parco degli orrori stanno trasformando il mondo…

Con la tecnologia l’inventiva degli umani esce dalla possibilità di preservare l’equilibrio esistente tra individuo e ambiente per romperlo program-maticamente. Le capacità umane vengono concentrate sull’irraggiungibile e non più sulla relazione consapevole tra individuo e ambiente. In un universo tecnologico l’impossibile diventa la nuova prospettiva di riferimento: la mania di grandezza, la ricerca della perfezione assoluta, la velleità di potenza ed efficienza assoluta che si esprime nel voler scavalcare i limiti individuali, di superare le capacità della natura, di poter andare oltre varcando la soglia del possibile. In questo universo cominciamo a definire, o meglio, a ridefinire il carattere dei nostri bisogni. Sollecitati dall’impossibile perdiamo il senso del possibile, cioè del naturale, fino a diventare gli spettatori a bocca aperta di tutto ciò che non è raggiungibile. Gli spettatori e le spettatrici che attendono di sorprendersi non più per quello che la natura dà e solo la tecnica permetterà.

Nel mondo governato dalla tecnologia l’essere umano, parte della natura come gli altri animali e l’universo vivo, i rapporti con gli altri tendono a perdere ogni significato perchè è solo la tecnologia ad avere un senso. Finiamo quindi per dare valore solo alla tecnologia, a quegli oggetti, processi, servizi che incarnano queste nuove aspettative di senso. La natura non diventa soltanto ipoteticamente sostituibile alla tecnica ma concretamente sostituita da questa. Più la nostra mentalità accetterà ed assimilerà la tecnologia più la macchina prevarrà sulla carne imponendo il proprio ritmo, finché, come inizia ad accadere, ci sembrerà inconcepibile vivere in un ambiente non tecnologico e il naturale ne verrà sovrapposto. Più il mondo artificiale si sovrapporrà a quello naturale, più quest’ultimo sarà destinato a soccombere senza che nemmeno appaia arbitrario il processo di sostituzione. È interesse del pensiero tecnologico rimpiazzare il mondo naturale, infinitamente complesso, irriducibile alla ragione ed imprevedibile, con un nuovo mondo che risponda del tutto ai propri ordini.

Il livellamento che la tecnica sostiene in termini di ricostruzione del reale serve la logica dell’efficienza, dell’operatività, della conquista e del controllo totale della natura. Ecco allora la tanto decantata neutralità della tecnologia: sostituire la biosfera con una tecno-sfera, sostituire un ambiente naturale con uno di sintesi più idoneo ad essere manipolato e mistificato.

Le scienze convergenti, “biotecnologie, nanotecnologie, informatica, cibernetica, neuroscienze” non sono più semplici aspetti tecnologici nel tecno-totalitarismo. La convergenza capitanata dalle nanotecnologie rappresenta una vera e propria ristrutturazione del sistema nel suo insieme: nuovi mattoni nanotecnologici che nei mezzi hanno già trovato il loro fine. Una spasmodica ricerca di nuove forme energetiche e materie prime, nuovi farmaci e terapie geniche per riaffermare ed estendere il proprio dominio, il quale pretende che le nostre vite e ogni esistenza siano legate alla crescita della Megamacchina…

Se il mondo intero è diventato un enorme laboratorio dove si sperimenta di tutto, si può guardare ai centri di ricerca come se fossero astrazioni, luoghi separati, perchè quello che adesso è materia di ricerca e sperimentazione, prima o poi verrà trasferito nella vita reale. Quello che esce dai laboratori non è mai quello che inizialmente si supponeva essere l’oggetto o il processo sperimentato. Quando i comitati scientifici antivivisezionisti denunciano per la speri-mentazione animale “la vera cavia siamo noi”, questa giustissima affermazione difetta però la parzialità della denuncia. Non è solo il settore farmaceutico o cosmetico che spacciano le proprie nocività, ma tutto l’apparato tecno-scientifico che non ci risparmia in nessun ambito: la cavia è l’intero vivente. Quando la pecora Dolly fu clonata la notizia aveva fatto il giro del mondo, ma già l’attenzione mediatica stava svanendo quando Dolly moriva per atrofia e altri problemi, per poi sparire del tutto quando i progetti di clonazione si sono massicciamente diretti verso l’uomo, passando inosservati. Nessuno si ricordò di come gli scienziati avevano invece rassicurato che sarebbe stato impensabile allargare il “campo d’intervento” delle pratiche di clonazione all’uomo. Ma non dobbiamo stupirci, tali rassicurazioni le avevano usate prima di clonare Dolly in riferimento agli animali!

È del tutto inutile cercare di capire e soprattutto difendersi da un’innovazione tecno-scientifica attraverso i passi che questa può fare verso di noi.

Nel mentre sentiamo parlare di nanotecnologie è già tempo di allarmarci, perché queste ci hanno già circondato e a piccoli passi vogliono entrare a fare parte della nostra esistenza, essere la nostra esistenza.

La macchina dell’accettazione sociale è già in movimento a pieno regime: insinua le nanotecnologie nei discorsi quotidiani, nei media, nei dibattiti istituzionali, sui loro potenziali effetti. Qualche volta i toni sono trionfalistici, altre volte sembra di ascoltare qualcosa di un futuro lontano, o che non ci tocca da vicino.

Cercano di creare la situazione in cui l’innovazione diventa attesa, auspicata, magari anche criticata ( cosicché un contraddittorio possa ancor più rafforzarla), ma comunque tematizzata e accettata già come possibile. A questo punto però il contesto che la potrebbe accogliere ha già preso la sua “scelta”, l’innovazione ne fa già parte: la previsione ha costruito la base della sua realizzazione. L’accettazione sociale, anche questa del resto una tecnica, è ormai rodata: non imporre una tecnologia in modo troppo veloce e disinvolto.

I movimenti di contestazione hanno già spaventato i poteri pubblici e l’industria che non vogliono assolutamente ripercorrere quello che è successo con il nucleare e gli OGM.

Negli anni ’70 le prime biotecnologie crearono forti preoccupazioni tanto che un gruppo di scienziati riuniti ad Asilomar dichiararono una breve moratoria. In quel periodo si creò uno dei primi dibattiti seri sulle biotecnologie, venne però ben presto incanalato e recuperato dagli scienziati che iniziarono a spingere con forza la loro retorica scientifica a favore di una biotecnologia medica che si prometteva miracolosa per l’uomo.

Una moratoria non è un mezzo per fermare un progresso tecnico, ma serve a valutare il modo migliore, il più scientifico, il più sicuro per riproporlo nuovamente con più successo…

Lo stesso vale anche per il cosiddetto “principio/metodo precauzionale”, che nonostante la nocività sia evidente, insiste sulla ricerca in quella stessa direzione. Se con il nucleare le “ricerche precauzionali” portassero a “rendere sicure” le scorie nucleari, ci troveremmo con la strada spianata per nuovi progetti di centrali nucleari che avrebbero ampio sostegno proprio perché sarà bastato ridurre solamente alcuni degli effetti più pericolosi. Un’ altro esempio di costruzione passo per passo dell’accettazione sociale lo stiamo avendo con i chip “RFID”, la cui radiofrequenza permette di localizzare la posizione dell’oggetto su cui è stato posto. In un primo momento questa funzione sarà disattivata, rendendolo “passivo”, cosicché le persone saranno disposte ad accettare di essere monitorate in qualunque momento.

La tecnica è semplice, dissimulare le implicazioni meno accettabili nel periodo di inserimento di un’innovazione, così che sarà più semplice in un secondo tempo renderla del tutto accettabile. Gli stessi “dibattiti” sulle questioni tecnologiche più controverse vengono anticipati; si creano sacche di recupero dai confini ben circoscritti da esperti che ne controllano la gestione e provvedono ad avere una risposta a tutto.

Le nanotecnologie non sono immediatamente circoscrivibili ad una branca scientifica, se le rivendicano la fisica come la chimica. Le stesse applicazioni sono vastissime, per questo i sostenitori della “manifattura molecolare” dicono che non possono essere fermate, ne ha troppo bisogno la società di domani, che è già quella di oggi. Ricorda perfettamente la propaganda e l’azione dei promotori degli OGM, quando parlavano di una contaminazione ormai irreversibile e nel mentre smerciavano semi OGM tra i semi convenzionali, come è avvenuto in Argentina e in Brasile per poi costringere, senza neanche tanto sforzo, i governi a decretarne il dato di fatto della contaminazione avvenuta e pretendendo pure salatissime royalities. Questo processo sta avvenendo in Europa per arrivare ad imporre gli OGM.

Da qualche anno le nanotecnologie hanno il loro gruppo di esperti che ne valuta la sicurezza. A livello europeo questi sono sotto l’ EFSA (Ente Europeo di Sicurezza Alimentare) che si occupa di vagliare la sicurezza per poter procedere all’autorizzazione di qualsiasi nocività, come anche le biotecnologie.

Per questioni di spazio non entreremo in merito all’essenza dell’EFSA, anche se questa si svela da sé. Senza il bisogno di ricordare che anche qui vige il sistema delle porte girevoli, come già visto con l’FDA americana (ente americano per la sicurezza alimentare) e qualsiasi ente di questo tipo dove gli esperti che lo compongono sono spesso della Monsanto, Syngenta, industrie di additivi chimici…

Per le nanotecnologie l’ EFSA sta iniziando a tracciare le prime linee guida riguardanti i processi di valutazione del rischio dei nanomateriali ingegnierizzati e ha aperto la fase di consultazione pubblica. È curioso il fatto che nei suoi documenti tende a considerare le nanotecnologie come un qualsiasi altro prodotto, valutando i rischi per la salute umana e dell’ambiente applicando i parametri adottati finora per gli altri aspetti della filiera alimentare. Quasi a ricordarsi di cosa stiamo parlando l’EFSA evidenzia le grosse difficoltà di interpretazione dei nanomateriali. In particolare le incertezze di come questi possono essere assorbiti nel tratto gastro-intestinale e nei tessuti biologici, visto che a dimensione nano non ci sono barriere biologiche che tengano.

Senza entrare in questioni che rappresentano solo una parte di un problema ben più a monte, qualcosa si sa sulle nanoparticelle.

Come queste possono accumularsi negli organismi viventi che inavvertitamente le hanno inalate, ingerite o filtrate attraverso la pelle proprio grazie alle loro dimensioni nanometriche per cui il nostro corpo non è in grado di riconoscerle ed espellerle iniziando così a circolare liberamente attraverso il sangue per depositarsi negli organi, come il fegato ma anche nelle ossa, nei linfonodi, nel cervello. Questa capacità delle nanoparticelle di penetrare negli organismi, di infiltrarsi oltre le barriere del corpo a protezione degli organi, rende gli organismi viventi particolarmente vulnerabili nei loro confronti.

La pericolosità per la salute di ogni essere vivente, anche solo a “livello di produzione”, è solo uno degli aspetti della nocività delle nanotecnologie, ben più ampia e ancora forse non del tutto chiara che è all’orizzonte e non estraendola dal contesto in cui prendono forma e che si sta delineando. Ovvero una tecnologia che conferirà al sistema tutti i requisiti tecnici necessari per un dominio totale e assoluto.

Su una cosa la propaganda scientifica ha perfettamente ragione, le nanotecnologie sono già presenti. Sparse in modo irregolare, aspettando solo la necessaria attenzione per richiamare tutte quelle che ancora non sono state diffuse ma a cui tengono di più. Non c’è un organismo politico e scientifico che non le invochi e chieda la loro regolamentazione che equivale alla loro diffusione.

Nella prefazione di una sua pubblicazione l’Unione Europea afferma: “possibili soluzioni ad una serie di problemi attuali grazie a materiali, componenti e sistemi più piccoli, più leggeri e più efficaci. Queste possibilità offrono nuove prospettive per la creazione di ricchezza e occupazione. Le nanotecnologie dovrebbero inoltre apportare un contributo sociale fondamentale alla soluzione di problemi mondiali a ambientali perchè consentono di realizzare prodotti e processi per usi specifici, risparmiare risorse e ridurre il volume dei rifiuti e delle emissioni. Guardate le meraviglie della scienza e della tecnologia, frutto dell’impegno e dell’acume dei migliori ricercatori, orgoglio delle nazioni e nuova risorsa per la competizione globale. Un nuovo mondo ci aspetta, anzi è già qui, la nuova frontiera dell’infinitamente piccolo dischiude riserve di risorse inesauribili finora rimaste al di fuori della nostra portata. La soluzione di antichi e nuovi problemi è ormai dietro l’angolo, basta saperne approfittare con gli opportuni investimenti e piani d’azione ben organizzati.

Ci troviamo alle soglie di trasformazioni epocali, con effetti rivoluzionari sulle nostre abitudini, sul nostro modo di concepire l’esistenza e gli esseri umani.

Con l’avvento delle nanotecnologie nulla sarà come prima, è solo questione di tempo, invero di poco, pochissimo tempo, il processo è ormai avviato e nulla potrà arrestarlo.

Se saremo pronti potremmo tuttavia orientarlo a nostro vantaggio evitando che l’impatto sociale delle nanotecnologie produca conseguenze che potrebbero rilevarsi problematiche, specie se ci coglieranno di sorpresa.”

Continua l’Unione Europea nel suo documento: “Senza uno sforzo di comunicazione le innovazioni nel campo delle nanotecnologie potrebbero suscitare un’ingiusta percezione negativa da parte del pubblico. È indispensabile pertanto avviare un dialogo efficace e a due sensi ; vale a dire un dialogo in cui il punto di vista del pubblico viene debitamente preso in considerazione e possa anche incidere sulle decisioni riguardanti la politica di ricerca e sviluppo.” ( COM.EU 2004 ) “Lo sviluppo a lungo andare delle nanotecnologie e la possibilità di sfruttare appieno le potenzialità dipendono dalla fiducia e dall’accettazione del pubblico. Risulta evidente che la comunità scientifica dovrà migliorare le proprie capacità di comunicazione.”

Sembrerebbe di sentire parlare il manager di qualche compagnia invece che l’Unione Europea. Considerando che gran parte del sistema scientifico è in mano a compagnie e Stati con interessi in sviluppi tecnologici, fare una distinzione fra ricerca di base o industriale non ha senso. Come del resto è forse inseparabile la relazione tra scienza e tecnologia. La separazione predisposta da sempre tra le due è di “natura artificiosa” o più spesso strumentale ai vari interessi del momento.

Si dirà che la scienza produce solo conoscenze, non sta agli scienziati occuparsi di quello che successivamente avviene con il frutto delle loro ricerche. Un successo nella tecnologia della fusione nucleare porterà grandi meriti alla scienza di base e quando sarà un disastro nucleare a imporre l’attenzione si parlerà solo in termini di “tecnologia non sicura” e di “problemi tecnici”, oppure sarà la solita compagnia a non avere rispettato tutti gli standard di sicurezza. Similmente con la “mucca pazza” che fu la conseguenza di allevatori che hanno impiegato farine animali più economiche rispetto ai convenzionali mangimi OGM. L’allevamento industriale, scientificamente programmato nei centri di ricerca zootecnici, ha elaborato l’annientamento dell’animale trasformato in “pazza macchina” da riproduzione e poi, a ciclo riproduttivo esaurito a materia prima per il pastone di altri animali, tutto questo non viene chiamato in causa.

Proprio le migliori menti della scienza messe insieme ci hanno regalato quest’era nucleare e tutte le altre peggiori nocività che stanno compromettendo la vita sul pianeta, facendoci cominciare ad assimilare la diossina a partire dal latte materno. Le “stesse” grandi menti, le “migliori” assicura l’Unione Europea, che adesso stanno lavorando alla produzione delle nanotecnologie. Stanno producendo conoscenza, stanno indagando sui fenomeni della natura mentre nei laboratori osservano il mondo con il loro microscopio a scansione nanometrica? Non c’è nessuna natura che si svela in quelle stanze pressurizzate, questa è stata già annientata e sostituita nella premessa dei loro esperimenti. Barattano facilmente sui piatti della loro arbitraria bilancia quello che saranno i rischi e i “costi” di una tecnologia con quelle che saranno le “nuove prospettive per la creazione di ricchezza”. Sono in perfetta buona fede quando pentiti per aver contribuito alle bombe atomiche accettano i riconoscimenti per un futuro impegno di pace.

Con le nanotecnologie gli scienziati forgeranno anche una nuova base ideologica-operativa per riconfermare il paradigma dominante. Se ieri non accettavano nessuna responsabilità oggi semplicemente propongono un’unico pacchetto che contiene l’innovazione, il disastro e la soluzione. Non si può avere la prima senza mettere in conto la seconda e, a quel punto, meglio avere anche la terza. Non è possibile altra alternativa, o meglio, loro sono l’unica alternativa.

Non ci stupisce quello che è stato scritto sui giornali dopo il nostro arresto. Attraverso le colonne del giornale svizzero “Le Temps” il responsabile della rete europea di ricerca sulle particelle nanoimpact scriveva: “Gli attivisti italiani, se quella era la loro intenzione, hanno tuttavia scelto male il loro obiettivo. […] Di tutte le applicazioni delle nanotecnologie, quella che mira a diminuire la taglia dei microprocessori è quella che presenta meno rischi di disseminazione di particelle. Tutto si svolge all’interno di una matrice solida, non c’è nulla di volatile.”

Questo ricercatore chiamato a difendere gli interessi di categoria, come hanno fatto altri sui media, è scontato quanto il tecnocrate che sul palco del Nanoforum invitava i contestatori a salire per dire le loro ragioni, come se fosse una questione di opinioni, meglio se scientifiche, e non una inconciliabile visione del mondo. Verso un mondo surrogato invece che per l’ecosfera e la libertà.

I tecnici si sentono a loro agio solo con altri tecnici, solo in quel modo può funzionare il meccanismo. Noi rifiutiamo con forza questa logica, preferiamo rimanere in basso, tra le persone comuni preoccupate di questo esistente. Dal momento in cui decidessimo di portare esperti o di porci noi stessi come “esperti”, vorrebbe dire aver già iniziato ad “elevarci” ed alienarci da quanto è immediatamente comprensibile e auspicabile per una comunità umana in armonia con la natura. Per adeguarci alla loro visione tecnica del mondo e diventare così parte attiva in quel dibattito volto a chiamarci alla cogestione e quindi al mantenimento dello sfruttamento in questo promettente nanomondo.

Quando parliamo di nanotecnologie non ci riferiamo a quello che ancora non c’è, non puntiamo sul rischio della catastrofe del “Gray goo” (melassa grigia) che potrebbe portare a una replicazione incontrollata di replicatori nanotecnologici o nanorobot. Anche se non restiamo indifferenti ai precisi percorsi lanciati da Drexler, guru delle nanotecnologie nella Sylicon Valley: “ci vorranno anni perché compaiano gli assemblatori, ma il loro emergere sembra quasi inevitabile: sebbene percorrere l’intera strada che conduce agli assemblatori richieda il compimento di numerosi passi distinti, ogni passo ci condurrà al punto dal quale potremmo cominciare a lavorare per il successo, e ogni passo compiuto comporterà immediatamente ricompense. I primi passi sono già stati fatti sotto i nomi di ingegneria genetica e biotecnologica”.

In questi “passi distinti” ricalcano strategie già viste con altre nocività, in particolare con le biotecnologie e il nucleare, vengono poste distinzioni tra le strade buone e quelle meno buone. La critica a queste ultime non servirà che ad incoraggiare lo sviluppo delle prime. Si dirà: un conto è la miniaturizzazione a dimensione nano per la produzione di microchip, altro conto è iniziare dalla dimensione nano ad assemblare atomi, fino a ritornare nel mondo del macro, ovvero la possibilità di ricostruire quello che abbiamo intorno, una “manifattura della materia”. Se non parliamo del possibile disastro del “Gray goo” è perchè questo disastro è già in atto, non è certo iniziato con le nanotecnologie ma con queste sta raggiungendo i suoi picchi più alti.

Tra tutti gli appelli entusiasti in favore delle nanotecnologie che ne descrivono i mille futuri usi si sono scordati di chi maggiormente sta puntando su queste tecnologie con investimenti e attenzioni enormi: l’industria militare. Questa trae sempre la parte più sviluppata dei processi tecnici e scientifici. Perché altrimenti starebbero commissionando continue ricerche di nanomedicina?

Quando entrano nei laboratori per la salute pubblica ne escono innovative nanoarmi o sofisticati sistemi di controllo. Le nanotecnologie alla guerra moderna, che nessuno ufficialmente vuole ma che tutti stanno preparando, possono offrire tantissimo. Queste ricerche non avvengono dentro segreti laboratori con alte mura e filo spinato. Non ne hanno bisogno, basta andare nelle università o nei centri di ricerca di qualche multinazionale come l’ IBM, per questa multinazionale non è una novità foraggiare guerre e stermini.

Non c’è la multinazionale o l’università che crea la nanoarma: ognuna fa la sua parte, anche se piccola ma fondamentale quando tutto viene messo insieme. E a quel punto ripercorrere la “filiera” non serve più.

Le nanotecnologie come le biotecnologie e il nucleare hanno una particolarità, l’essere irreversibili. Solo questo dovrebbe bastare a smentire coloro che vedono in queste tecnologie un semplice proseguo delle precedenti. In parte questo è vero, poiché ne sono un seguito, ma ciò che risulta da questi sviluppi non è un mero passo avanti in più, bensì un vero e proprio salto in una nuova dimensione, assumendo anche un nuovo significato fondamentale.

Ritenere di avere addomesticato qualche processo tecnico in passato e pensare che sia possibile fare altrettanto con gli attuali, vuol dire non rendersi conto che non si hanno più di fronte semplici macchine ma un’intero sistema tecnico con incalcolabili interconnessioni che hanno cablato la nostra esistenza.

Se guardiamo all’ “uomo nuovo” che stanno creando, la cosa più agghiacciante è che vediamo una persona qualsiasi. La questione è proprio questa, niente è percettibile perchè il processo procede a continui piccoli passi. Ogni novità tecnica subito viene accettata e integrata come i nuovi smart-phones o le miriadi di gadget sempre più parte del nostro quotidiano e che sempre più pretendono di definirlo. La chimica farmaceutica ha riscritto le nostre possibilità di vivere, le modificazioni genetiche fanno sempre più strada, l’uso di psicofarmaci e droghe pesanti è aumentato vertiginosamente, i “disturbi comportamentali” vengono diagnosticati a partire da tre anni e il numero dei suicidi è in aumento a tradire l’illusorietà del “benessere”.

L’estraniamento portato dalle tecnologie comprende una ridefinizione di cosa significhi essere umano. Nella solitudine della società di massa, dove siamo sempre più portati a reagire che ad agire, persino le emozioni generate da un computer iniziano a essere riconosciute e confuse con ciò che rimane della sensibilità umana.

Ha ragione in questo senso Drexler quando afferma che le biotecnologie sono lo strato ottimale dove si adageranno comodamente le nanotecnologie. Nel corso del Progetto Genoma Umano, esempio tra i più significativi di un paradigma disumanizzante, un premio nobel ha affermato che conoscere l’intera sequenza avrebbe permesso di sapere che cosa siano effettivamente gli esseri umani. E in questo contesto di riduzionismo terrificante che vogliono creare l’ “uomo nuovo”, circondato dalle rovine della natura, la rovina della nostra stessa natura per fare posto all’artificiale, ad una proiezione virtuale lontano da clamori e proteste, ma in modo assolutamente partecipato, condiviso e graduale.

IBM non è una sigla qualunque nel panorama informatico, ma una delle multinazionali più potenti ed influenti. Vogliamo allora concludere questo scritto con alcuni estratti di un testo del collettivo grenoblese Pieces et Main d’Oeuvre, “IBM e la società della costrizione” che rispecchia la nostra visione e ben pone l’attenzione non solo sulla responsabilità di una singola multinazionale per quanto questa possa essere particolarmente significativa, ma sul mondo che sta alla base delle nanotecnologie e che le rende oltre che necessarie, desiderabili.

Decantando la rete internet, il capo di IBM Europe Maisonrouge affermava: «Vengono installati due immensi computer: uno negli Stati Uniti (…), l’altro in Europa (…); alla fine questi due computer vengono messi in comunicazione tramite un cavo transatlantico. La prima domanda che si pone è: “Dio esiste?” e la risposta è: “Adesso si”»

«Per IBM la retorica religiosa, che regolarmente affiora nei loro discorsi di autopromozione, non è un segno culturale americano, ma una proclamazione di potenza: la tecnologia non dà soltanto potere, dà un potere senza eguali. Soltanto la metafora divina dà un’idea della potenza informatica. Soltanto un ordinator avrebbe potuto trasformare così velocemente il mondo intero, imporgli un nuovo linguaggio universale, accelerare e perfezionare la gestione nazionale dell’ordine pubblico – la polizia delle popolazioni.

Nel 2010, IBM ha sempre buoni motivi per spacciarsi per Dio – o almeno per la sua chiesa.»

«Zurigo, 1981. L’invenzione da parte di due ingegneri di IBM Svizzera, Bining e Roher, del microscopio a effetto tunnel innesca nei laboratori la “rivoluzione nano”. Pioniera delle nanotecnologie, la multinazionale americana sa che la miniaturizzazione delle componenti elettroniche a scala nanometrica permette al tempo stesso di accrescere la potenza di calcolo e la capacità di stoccaggio di dati nei microchips come nei sensori e in altri supporti elettronici e, allo stesso tempo, di ridurne la taglia riducendo così i costi. Questo balzo tecnologico apre le porte alla proliferazione dell’elettronica, in particolare inserendo microchips direttamente negli oggetti, nei corpi o nell’ambiente. Con le nanotecnologie compare “l’informatica diffusa” – si parla anche di intelligenza diffusa, di informatica onnipresente o addirittura di società onnipresente – che relega il computer portatile al rango di macchina obsoleta e grossolana. Ecco qui il tempo dei nano-sensori (del movimento, del suono, della temperatura, delle sostanze chimiche, degli odori), dei microchips e delle polveri a radiofrequenza (RFID), delle telecamere intelligenti con riconoscimento facciale o rilevazione di comportamenti “atipici”, dei lettori biometrici, della geolocalizzazione, dei dispositivi di eye-tracking pere seguire gli sguardi, degli scanner corporei, degli oggetti “comunicanti” – inerti o viventi.

Il 6 novembre 2008 Sam Palmisano, capo di IBM, pronuncia un discorso-programma davanti ai quadri superiori del gruppo, a rappresentanti del mondo degli affari, dei servizi pubblici, dei media e dell’ambiente universitario. Descrive il mondo che è in corsi di fabbricazione nei suoi laboratori: “denso di tecnologia, interconnesso, intelligente”.

« Pensate che nel 2010, nel mondo, ci sarà un miliardo di transistor per ogni essere umano, e che ciascun transistor costerà un decimilionesimo di centesimo di dollaro. Alla fine di quest’anno ci saranno qualcosa come quattro miliardi di utenze di telefoni cellulari…ed entro due anni saranno prodotte trenta miliardi di etichette Radio Frequency Identification (RFID). Sensori sono inseriti in interi ecosistemi – supply chain, reti sanitarie, città…persino all’interno di sistemi naturali come i fiumi.»

Il “pianeta intelligente” di IBM è un’immensa rete informatica nella quale ogni cosa di questo mondo – umani, animali, ambienti naturali, decori urbani, oggetti, infrastrutture, servizi – è un componente. Un ingranaggio della macchina, interconnesso con tutti gli altri. Una formica nel formicaio.

Ritornate a casa la sera. La vostra abitazione intelligente vi conosce e regola automaticamente l’illuminazione, la temperatura, il tappeto sonoro. Tutti i vostri oggetti chiacchierano tra loro. “Che c’è di nuovo?” chiede il vostro computer al vostro telefono portatile, alla vostra macchina foto, al vostro MP3 e allora tutti i vostri oggetti nomadi intelligenti gli comunicano i dati della giornata. Il vostro frigo intelligente, lui, nota che state mangiando l’ultimo yogurt e subito ne ordina di nuovi via internet. Vi propone le ricette che è possibile realizzare con le vostre provviste. I vostri figli sono rientrati, ma voi lo sapete già grazie al messaggio ricevuto sul vostro cellulare, quando sono state scansionate le loro cartelle arrivando a casa. Sono occupati con il loro coniglio elettronico che gli legge un libro intelligente, scansionato anch’esso tramite il suo microchip RFID. Un colpo d’occhio a uno dei vostri schermi vi rassicura sulla vostra vecchia madre che vive da sola: i sensori del suo habitat intelligente in sicurezza non segnalano nulla di anormale, la sua pressione arteriosa è stabile e ha preso le sue medicine, non ha bisogno di aiuto.

In breve, la vostra vita, anche senza di voi, funziona al meglio. È talmente più pratico.»

 «Quando IBM o i ricercatori del CEA di Grenoble parlano di Intelligenza, bisogna intenderla nel senso inglese di renseignement – come “Intelligence Service” – ovvero informazione che circola. Tutti questi oggetti, infrastrutture o esseri viventi, microchips, diventano comunicanti. Le loro minuscole protesi elettroniche raccolgono miliardi di dati nel corso della loro vita (sui nostri comportamenti, le nostre abitudini, i nostri spostamenti, i nostri rapporti, le nostre idee) e le trasmettono ad altri supporti numerici – gli oggetti comunicano tra loro – o a database il cui ruolo è di immagazzinare e analizzare queste informazioni per trarne delle capacità d’azione – dell’intelligenza.

Ancora San Palmisano: «Pensate alla quantità di informazioni prodotte da tutte queste entità: sarà senza precedenti. (…) Questo vuole dire che le infrastrutture numeriche  e fisiche del mondo intero stanno per convergere. Noi mettiamo la potenza informatica al servizio di cose che prima non avremmo mai riconosciuto come computer. In realtà, quasi tutto – che si tratti di una persona, di un oggetto, di un processo o di un servizio, per un’organizzazione pubblica o privata, grande o piccola – può diventare sensibile alla realtà numerica e far parte di una rete.»

 «Con i miliardi di microchips elettronici disseminati ovunque, le informazioni raccolte diventeranno così precise, e correlate in maniera talmente fine, che disegneranno il nostro profilo individuale. Riceverete a quel punto sul vostro cellulare delle pubblicità personalizzate, in funzione delle vostre abitudini, del vostro stile di vita, delle vostre preferenze, tracciate in tempo reale; queste masse di dati saranno trasmesse a degli enormi database e monitorati da potenti computer “per trasformarli in intelligenza”.

E’ chiaro che ogni cambiamento nei vostri consumi, nei vostri spostamenti, nel vostro comportamento verrà rilevato. Di modo che ogni attitudine o evento che non rientri nelle statistiche normali della vostra categoria di appartenenza salterà all’occhio, così come la formica che si allontana dalle fila delle sue simili. E’ così che le compagnie di assicurazione potranno rilevare i tentativi di frode, o che la polizia potrà ben presto prevenire i delitti. Restate nel vostro piccolo scomparto e tutto andrà bene.

Si vede che le statistiche a potenza nano forniscono al pilota della società-formicaio sia gli indicatori per la gestione centrale di massa sia i dettagli più infimi, e questo in proporzioni mai raggiunte prima d’ora. La norma collettiva e ogni singolo individuo. Con il suo “portafoglio completo di soluzioni di analisi predittiva che include la raccolta di dati, il testo e il data minig, l’analisi statistica avanzata e le soluzioni d’analisi predittive che aiutano i clienti a prevedere gli eventi futuri e ad agire in maniera proattiva e avveduta”, IBM ci porta, senza che nessuno trovi niente da ridire, verso la società della costrizione. »

 « “La vera giustificazione per la raccolta di grandi quantità di cifre è che essa permette di trarre delle conclusioni…e soprattutto di valutare con precisione gli avvenimenti presenti e a venire”, lo si poteva leggere, fin dal 1934, nel giornale della sua filiale tedesca. Un’ opinione condivisa allora da Friedrich Zahn, il presidente dell’ufficio bavarese di statistica: “Grazie alle statistiche, il governo finirà per poter tradurre la prosaica conoscenza in misure e in azioni”. Il governi in questione era quello di Adolf Hitler, e le misure che stava per prendere “grazie alle statistiche” erano la deportazione e lo sterminio degli ebrei, degli tzigani, degli omosessuali e degli oppositori politici al regime nazista in Europa. “Per la sua essenza stessa la statistica è molto vicina al movimento nazional-socialista”, assicurava Zahn, perché “il solo valore di un uomo, la sola cosa che possa costituire un oggetto diretto di statistica è il suo valore economico (…) la sua forza lavoro”.In breve la sua efficienza produttiva.

Negli anni ’30 IBM vendeva le macchine Hollerith in tutto il mondo. Dal nome dell’inventore della tabulatrice elettromeccanica e della carta perforata adoperate per il censimento negli USA nel 1890, di cui la società possedeva il monopolio: l’antenato del computer. “Le macchina potrebbero tracciare il ritratto d’insieme di una popolazione e in seno ad essa selezionare questo o quest’altro profilo. In effetti, se si facessero abbastanza buchi nelle carte e se si procedesse ad un numero di selezioni sufficienti, sarebbe possibile rintracciare un individuo unico in mezzo a milioni di altri. Holleriht aveva appena inventato il codice a barre per esseri umani”.

La filiale tedesca di IBM, la Dehomag, la cui pubblicità proclamava a caratteri gotici: “Le carte perforate di Hollerith vi permettono di vedere ogni cosa”, commerciò con i nazisti come con il governo americano nel corso di tutta la guerra. Ci è voluto mezzo secolo perché scoprissimo, grazie al giornalista americano Edwin Black, le responsabilità di IBM e dei proto-computer nell’olocausto: “Quando i nazisti cercarono di identificare nominalmente gli ebrei, IBM gli mostrò come farlo. Quando i nazisti vollero sfruttare queste informazioni per lanciare le campagne di espulsione e di esproprio, IBM gli fornì i mezzi necessari. Quando i treni dovettero rispettare un orario, tra città o tra campi di concentramento, IBM, anche in quel caso, gli mostrò la via (…). Il regime hitleriano scoprì di poter meccanizzare, organizzare e controllare tutti gli aspetti della vita privata e commerciale”.

Le macchine della IBM fecero delle meraviglie in occasione dei censimenti imposti dal III Reich in Germania e nei paesi occupati. “Hitler esigeva l’identificazione di massa degli ebrei. L’applicazione delle leggi di Norimberga si basava interamente sulla tecnologia Hollerith, la sola capace di stabilire in poco tempo e in maniera globale gli alberi genealogici di cui il Reich aveva bisogno. Grazie alla meccanografia, fu possibile identificare tutti i mezzi-ebrei, i quarti, gli ottavi e addirittura i sedicesimi, con la rapidità e l’esaustività sperata”. Attraverso la Dehomag, IBM guadagnò una fortuna con i suoi clienti nazisti che non potevano fare a meno della selezionatrice meccanica e dei milioni di carte perforate prodotte su misura, in funzione dei bisogni del Reich.

Dopo il censimento minuzioso delle popolazioni, l’espulsione e la deportazione, venne il tempo dell’internamento e dello sterminio industriale. Si è spesso descritto il glaciale rigore con il quale i funzionari dei campi agirono per raggiungere i loro obiettivi. Ma la storia aveva omesso di menzionare, fino al lavoro di Edwin Black, che l’organizzazione tedesca si affidava ad una tecnologia all’avanguardia firmata da IBM. »

 «IBM non limitò il suo business ai soli tedeschi, anche se essi furono tra i suoi migliori clienti negli anni ’30. Convinto senza dubbio della neutralità della tecnologia, Watson, il suo capo, vendette delle macchine a Roosvlet allo stesso tempo che a Hitler. Tre giorni dopo l’attacco di Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, l’Ufficio dei censimenti americano potè fornire diversi rapporti sulla popolazione giapponese delle differenti città degli Stati Uniti, per luogo di nascita, cittadinanza, sesso, etc… “Grazie alle applicazioni IBM e alle risposte fornite nel corso del censimento del 1940, l’Ufficio dei censimenti aveva potuto determinare l’origine etnica di tutti i nippo-americani”. L’amministrazione americana adoperò i sistemi Hollerith per disegnare delle carte di densità demografica localizzando le persone per isolato di case – anche se il censimento era stato anonimo e senza indirizzo _ e “permettendo di organizzare gli spostamenti delle popolazioni (ndr: di origine giapponese) verso dei campi di concentramento” a partire dal ’42. »

 «In questo modo crollarono assieme due credenze: quella di una tecnologia neutra, senza effetti sul mondo, e quella di un “sistema” autonomo che si impone a degli individui interscambiabili. Non è la stessa cosa avere o non avere una tecnologia. Fa una differenza acconsentire a collaborare o rifiutarsi.»

19 luglio 2011

Luca Bernasconi

Costantino Ragusa

Silvia Guerini Ragusa