La repressione dell’anarchismo nella Russia sovietica

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Gruppo degli anarchici russi esiliati in Germania
Un giorno o l’altro, lo storico si fermerà stupito e atterrito dinanzi alle pagine che riferiscono le persecuzioni che il governo comunista ha fatto subire ai princípi libertari, ai loro discepoli, propagandisti e militanti; deporrà queste pagine con un moto d’orrore. In un primo tempo, non vi crederà. Quando vi crederà, allora si persuaderà della loro sconvolgente veridicità e le definirà le pagine più nere della storia del comunismo statale. Cercherà allora con coraggio la chiave della spiegazione storica e psicologica di questa epopea.

Ma come si può parlare da storici quando ancora oggi a molti anarchici all’estero pare inverosimile che il «potere dei Soviet» possa perseguitare dei militanti per le loro convinzioni, dei rivoluzionari sinceri e devoti alla causa dell’anarchismo? Molti compagni ancora dubitano che un governo comunista possa ridurre al silenzio la stampa, ogni possibilità di espressione ed il pensiero anarchico stesso. Malgrado tutto, alcuni continuano ad esitare nel loro atteggiamento e nella loro interpretazione dei fatti che pure vanno accumulandosi.
Una tale ostinata incredulità è, a dire il vero, ben strana. È per noi forse motivo di sorpresa la persecuzione dell’idea anarchica e dei suoi seguaci da parte del potere socialista statale?
Forse che in cosi poco tempo i compagni hanno potuto dimenticare in modo cosi totale ciò che pure da tempo sapevano sulla natura di ogni potere e del potere “socialista” in particolare? I fatti sono forse in contraddizione con ciò che da tempo si supponeva o, al contrario, rappresentano la conferma più clamorosa delle ipotesi precedenti?
No, non vi è nulla d’inatteso e di sorprendente nel fatto che il potere socialista perseguiti l’anarchismo e gli anarchici. Molti compagni lo avevano previsto in anticipo — assai prima di questa Rivoluzione a proposito della possibilità che la Rivoluzione stessa si fosse messa sulla strada di organizzare un potere statale socialista. Altri ancora avevano con chiarezza dedotto l’inevitabilità della repressione, nel momento stesso dell’instaurazione dello Stato comunista. Essi avevano inoltre messo in luce che la lotta imminente delle masse e della loro avanguardia, gli anarchici contro il nuovo padrone autoritario e sfruttatore, lo Stato, sarebbe stata definita dai socialisti al potere con l’appellativo «banditismo», che libertari e rivoluzionari sarebbero stati chiamati “banditi” e come tali perseguitati e implacabilmente sterminati dal governo socialista.
Le persecuzioni dell’idea libertaria e dei suoi seguaci da parte del potere socialista sono l’inevitabile conseguenza provocata dalla collisione della vera rivoluzione che si espande (la rivoluzione sociale e la sua interpretazione libertaria) con la teoria e la pratica dello statalismo che contemporaneamente trionfano. Esse derivano automaticamente dalla contraddizione inconciliabile tra la natura del potere statale socialista che trionfa e la natura del processo socialista rivoluzionario autentico (con le sue tendenze anarchiche).
La quintessenza dell’autentica rivoluzione sociale è il riconoscimento e la realizzazione di un movimento creativo universale ed indipendente da parte delle masse lavoratrici sulla strada dell’emancipazione. È l’affermazione e l’espansione ulteriore del processo di creazione e costruzione non coercitivo, fondato sull’eguaglianza, la libera associazione ed il lavoro emancipato. L’autentica rivoluzione sociale è in fondo l’inizio della vera evoluzione umana, cioè lo sviluppo creativo ed ampio della umanità sulla base dell’iniziativa liberamente produttrice in tutte le sue manifestazioni e possibili combinazioni. Questa natura profonda della rivoluzione è istintivamente compresa e difesa dal popolo rivoluzionario. Essa è anche con maggiore o minor determinazione assimilata e tenacemente rivendicata dagli anarchici. Da tale concezione della rivoluzione sociale deriva meccanicamente l’idea non di una direzione autoritaria delle masse, ma soltanto di un aiuto morale apportato alla loro evoluzione ulteriore, libera e creatrice, ed anche quella dell’esigenza di una libera circolazione di tutte le idee rivoluzionarie. Ne deriva del pari l’idea della necessità di una verità completa ed aperta, della sua ricerca libera e universale, del suo chiarimento e della sua affermazione come condizioni essenziali di un’azione fruttuosa delle masse e del trionfo stabile e definitivo della Rivoluzione.
In fondo al Socialismo di Stato ed al potere che ne deriva c’è il non riconoscimento del principio stesso della Rivoluzione sociale, nuovo principio di rigenerazione dell’umanità. Di conseguenza, i tratti caratteristici del potere socialista appartengono per intero al passato borghese: la nozione di un limite, di un «compimento» del processo rivoluzionario, la mania d’inquadrare, di pietrificare tale processo e — invece di mantenere alle masse lavoratrici tutte le possibilità di un movimento incessantemente libero, ampio, creatore, autonomo — di concentrare di nuovo nelle mani dello Stato e di un manipolo di privilegiati l’«evoluzione» futura. Si stabilisce così, in luogo del principio dell’aiuto alle masse, la restaurazione del vecchio procedimento della direzione autoritaria delle masse; ne derivano la negazione della libera circolazione delle idee rivoluzionarie, della verità detta francamente, ecc.
È evidente che questi due principi sono diametralmente apposti e si escludono reciprocamente; uno di essi, essenzialmente rivoluzionario, è realmente rivolto verso l’avvenire, mentre l’altro, profondamente reazionario, affonda le radici nel passato. Uno di essi è infallibilmente destinato a vincere, l’altro a perire. O vince la vera rivoluzione, con la sua enorme corrente libera e creatrice, sradicandosi definitivamente dal passato e trionfando sulle rovine di ogni autorità, o vince il Potere, — e le radici del passato bloccano il processo in atto e la vera rivoluzione non può realizzarsi; in questo caso tutto quello che è veramente rivoluzionario è inevitabilmente considerato dal Potere come illegale e destinato alla distruzione.
È dunque indubitabile che il procedere delle masse rivoluzionarie verso la loro emancipazione reale e verso la creazione di forme veramente nuove di vita associata è incompatibile con il principio stesso del Potere dello Stato.
È infine evidente che se la Rivoluzione assume — per qualunque ragione — la forma dell’organizzazione di un nuovo Potere, e tale Potere approfitta degli avvenimenti che lo hanno fatto nascere per autodefinirsi «rivoluzionario», sia che esso si chiami «socialista», «operaio» o con qualche altro nome, è inevitabile che tale Potere, che aspira a frenare ed a alterare il vero processo rivoluzionario, entri in urto con le forze della vera rivoluzione che aspira a divenire creatrice, vasta e libera. Quest’urto conduce irrevocabilmente il Potere essenzialmente, reazionario ad una lotta sempre più implacabile (che esso dovrà giustificare con sempre maggiore ipocrisia) contro le forze rivoluzionarie.
Completiamo almeno in breve ciò che abbiamo detto con qualche osservazione essenziale:
1. Ogni potere politico è innegabilmente un fattore di privilegio che viola già di per sé il principio dell’eguaglianza e quindi colpisce al cuore la rivoluzione sociale, che in gran parte trae impulso da tale principio.
2. Come ogni potere, il potere «socialista» diviene inevitabilmente fonte di nuovi privilegi. Impadronitosi della rivoluzione e costretto a crearsi un indispensabile apparato autoritario, esso fonda tutta una nuova casta di parassiti, privilegiati dapprima politicamente e poi economicamente.
Inevitabilmente esso attira e raggruppa intorno a sé elementi che aspirano a sfruttare e a dominare. Diffonde quindi il germe della diseguaglianza e ne infetta facilmente l’organismo sociale che, restando passivo, diviene esso stesso il principale fattore del ritorno ai principi borghesi.
3. Ogni potere cerca in misura maggiore o minore di prendere in mano le redini della vita sociale. Predispone le masse alla passività, essendo l’iniziativa sociale ridotta a vegetare miseramente dalla stessa esistenza del potere. Il potere socialista che per principio si fonda sulla concentrazione nelle proprie mani di ogni iniziativa sociale creativa, di tutte le fila del processo sociale, è sotto quest’aspetto un veicolo di repressione. Ogni iniziativa indipendente è disprezzata, respinta, calpestata con una logica ed una tenacia tutte particolari. Le enormi forze creatrici nuove che covano nelle masse restano a questo modo completamente nascoste ed inattive. Ciò si può riferire tanto al campo dell’azione, quanto a quello del pensiero. Sotto quest’ultimo aspetto, il potere socialista si distingue per una rigida intolleranza, perché si considera come l’unico portatore della verità, senza ammettere né tollerare alcuna contraddizione.
4. Naturalmente ogni potere politico è di per sé totalmente incapace di risolvere i giganteschi problemi connessi con il progresso sociale. Il potere socialista che s’impadronisce della rivoluzione e si considera destinato ad assolvere i nuovi compiti rivoluzionari della ricostruzione è, in tale circostanza, particolarmente miserabile ed inadeguato. Sabotando e soffocando ogni iniziativa non sua, cercando d’inglobare tutto, volendo fare «tutto lui» si dimostra fin dall’inizio (ed è questo l’essenziale) del tutto incapace di riorganizzare la vita economica del paese. L’incompetenza del potere porta come prime conseguenze: il totale crollo dell’economia, la completa rovina dell’industria e dell’agricoltura, una politica di violenza contro i contadini che provoca una rottura tra città e campagne, la distruzione dei mezzi di trasporto ecc… La produzione, il lavoro dei campi, lo scambio, la ripartizione sono completamente disorganizzati e crollano in una situazione caotica.
5. L’evidente incapacità del potere di garantire la vita economica del paese, la palese assenza di vantaggi materiali ed il fardello dell’intera situazione che si è venuta a creare, insieme alla repressione esercitata contro ogni iniziativa sociale, producono un terreno propizio per la recrudescenza e per l’offensiva della contro-rivoluzione, incitano gli elementi neutrali e privi di coscienza (fino ad un certo momento esitanti) a rivoltarsi contro la rivoluzione ed infine soffocano la fiducia nella rivoluzione sin nei ranghi dei suoi seguaci.
6. Questa situazione, considerata nel suo complesso, non soltanto devia il cammino della rivoluzione, ma ne compromette radicalmente la difesa. Invece di avere organizzazioni di lavoro unificate, vitali, capaci di garantire lo sviluppo economico del paese ed atte allo stesso tempo ad organizzare la libera difesa della rivoluzione da parte delle masse stesse contro il pericolo della reazione — pericolo che in tal caso sarebbe insignificante — abbiamo ora nuovamente a qualche mese dall’inizio dell’infruttuoso regime statale un pugno di affaristi e di avventurieri, politici incapaci di «giustificare» e di rafforzare la rivoluzione che hanno orribilmente sfigurata e che sono ora obbligati a difendersi, con i propri sostenitori, contro nemici che devono in gran parte al proprio fallimento. Invece di una normale difesa della rivoluzione sociale che si afferma gradualmente, si ripete ancora una volta lo spettacolo del potere in via di fallimento che difende la propria vita. Una tale deformazione del processo rivoluzionario porta alla difesa organizzata dall’alto, con l’aiuto dei vecchi e mostruosi metodi politici: creazione d’istituzioni poliziesche, formazione d’un esercito regolare, cieco e disciplinato, distruzione delle libertà di parola, di stampa, di riunione ecc., applicazione di un sistema, repressivo, del terrore e cosi via. In una situazione normale, questo processo si manifesta ben presto con una violenza ed un arbitrio inauditi. La decomposizione della rivoluzione procede a grandi passi.
7. Il «potere rivoluzionario» in via di fallimento si scontra inevitabilmente, non soltanto con nemici «di destra», ma anche con avversari «di sinistra», rappresentati dagli elementi rivoluzionari che lottano per la rivoluzione sociale calpestata, — particolarmente gli anarchici. Ora, dopo avere assaporato il veleno del dominio, dei privilegi ecc., dopo essersi persuaso, come ha persuaso gli altri, di essere l’unica forza veramente rivoluzionaria chiamata ad agire in nome del «proletariato»; considerandosi «garante» e responsabile della rivoluzione; credendo falsamente il destino di questa ultima legato al proprio, e trovando una spiegazione ed una giustificazione per tutto, il potere non vuole né può confessare il suo fiasco completo e scomparire. Anzi, più si sente inefficiente e minacciato, più raddoppia l’accanimento con cui si difende. Comprendendo perfettamente che è in gioco, in un modo o nell’altro, la propria esistenza, non fa distinzioni fra i suoi avversari, non distingue i propri nemici da quelli della rivoluzione. Sempre più guidato dall’istinto di conservazione, sempre meno capace di indietreggiare in un crescendo di cecità e d’impudenza, colpisce da tutte le parti, a destra come a sinistra. Colpisce senza discernimento tutti quelli che non sono con lui. Temendo per il suo destino, distrugge le migliori forze dell’avvenire. Soffoca i movimenti rivoluzionari risorgenti, e sopprime in massa i rivoluzionari, operai e contadini, che cercano di risollevare la bandiera della rivoluzione sociale… Agendo a questo modo, è costretto a dissimulare i propri procedimenti, a ingannare, a mentire, a calunniare — sino a che giudica necessario non rompere con la rivoluzione e continuare a prendere come riferimento gli elementi rivoluzionari, almeno all’estero.
8. Non è possibile contare sull’appoggio della rivoluzione, dopo che le si è usato violenza; del pari è impossibile restare sospesi nel vuoto, sostenuti dalla forza precaria delle baionette e delle circostanze. Strangolando la rivoluzione, il potere è dunque costretto ad assicurarsi in modo sempre più evidente l’aiuto e l’appoggio di elementi reazionari e borghesi che sono disposti, per un motivo o per l’altro mettersi al suo servizio o a venire a patti con lui. Sentendosi mancare il terreno sotto i piedi, essendosi staccato dalle masse, avendo rotto gli ultimi legami con la rivoluzione, avendo creato una casta di tiranni e di parassiti, incapaci di costruire o di realizzare qualsivoglia cosa, avendo respinto e allontanato le forze innovatrici — per riconfermarsi in quanto tale, il potere è costretto a fare affidamento sulle forze di un tempo. È al loro aiuto che fa ricorso sempre più spesso e sempre più volentieri. È a loro che fa la richiesta di un’unione, di un accordo e di un’alleanza. È a loro che restituisce le antiche posizioni, dal momento che non ha altra soluzione per garantire la propria continuità. La rivoluzione rinnova i propri attacchi con energia. Ed il potere, con un accanimento doppio, combatte ora la rivoluzione. Con una recrudescenza di sfrontatezza e di gesuitismo, il bolscevismo autoritario si sfalda. Una violenza illimitata ed un inganno mostruoso, tali sono i suoi ultimi argomenti, costituiscono l’apoteosi della sua disperata difesa.
Se si prende in considerazione seriamente tutto quanto veniamo dicendo, le persecuzioni dell’anarchismo e degli anarchici da parte del potere socialista divengono perfettamente comprensibili. Riassumiamo:
La rivoluzione socialista autoritaria e la rivoluzione sociale sono due processi diametralmente opposti. Nella natura dell’una come dell’altra si trovano dei principi che si escludono reciprocamente.
Il potere socialista e la rivoluzione sociale sono elementi contraddittori.
Impossibile unificarli o riconciliarli. Il trionfo di uno di questi principi, processi e concetti, significa la minaccia dell’altro con tutte le conseguenze che da ciò derivano.
Lo scontro inevitabile, mortale, decisivo tra il potere socialista che si è impadronito della rivoluzione e le aspirazioni della rivoluzione sociale stessa conduce meccanicamente questo potere ad una collisione altrettanto irrevocabile con gli anarchici, coloro che si sono rivelati i difensori più fermi e più sinceri di queste aspirazioni.
Il trionfo del potere non può non significare il rovesciamento della rivoluzione sociale e, con ciò stesso, la feroce persecuzione degli anarchici.
Ecco ciò che occorreva pur saper prevedere. Ecco ciò che la rivoluzione russa conferma in modo totale.
Ecco infine ciò che ormai sarebbe ora di comprendere.
[1923]