Editoriale: A mo’ di avvertenza (it/fr)

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“Non abbiamo paura delle rovine. Noi riceveremo questo mondo in eredità. La borghesia può anche far saltare in aria e demolire il suo mondo prima di abbandonare la scena della Storia. Noi portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori.”

 

Questa rivista si dà per ambizione quella di smuovere le riflessioni, le ricerche ed i dibattiti a proposito delle prospettive anarchiche ed antiautoritarie. Alcuni dibattiti sono vivi e sempre d’attualità, altri erano stati messi da parte e vengono esumati per l’occasione. Non si tratta di un giornale d’attualità e d’agitazione distribuito in strada e redatto nell’urgenza, ma ci è parso altrettanto necessario e complementare. Perché la sensazione di una mancanza si faceva sempre più forte, così come la necessità di ricominciare a dotarsi di strumenti più intemporali di quelli soliti, per esprimersi su cose più profonde del filo dell’attualità, con il tempo e lo spazio per farlo. Essa si indirizza quindi ad un “pubblico” avveduto (ecco quindi l’avvertimento) e vicino (o non ancora) alle questioni sollevate. Il nostro scopo è di contribuire allo sviluppo delle nostre idee, troppo spesso rinviato a più tardi da un attivismo senza basi o in una desolante passività pratica ed intellettuale.

Se la mancanza di fiducia in sé stessi della maggior parte de* compagn* ci impedisce di produrre teoria (e ci sono anche alcuni guardiani del tempio che vorrebbero che le idee restassero centralizzate nelle loro mani), qui lasceremo da parte questo atteggiamento, perché non abbiamo conti da rendere a nessuno e ce ne freghiamo alla grande dei bottegai ideologici dei vari gruppuscoli, tutti occupati ad adattarsi e a sopravvivere, a perpetrare dogmi ed egemonie raramente sottomessi all’autocritica e raramente disponibili alla critica. C’è anche che abbiamo fiducia nelle nostre capacità e rifiutiamo l’autoflagellazione permanente nella quale tanti di noi si crogiolano, rifiutando di sentirsi capaci di o pertinenti per esprimersi, mentre lo sono e di gran lunga. Ecco perché vogliamo ricordare che il pensiero non appartiene agli intellettuali, la storia non appartiene gli storici, l’anarchia nemmeno non appartiene ad una qualunque intellighenzia dell’anarchia, né all’intellighenzia avversaria, essa ci appartiene, essa appartiene a tutti quelli che si prendono la briga di farla vivere, ognun* a modo suo con ciò che lui/lei è, senza lasciarsi minare dai vescovi e dagli inquisitori delle piccole cappelle ideologiche o della borghesia.

Anche se, decostruzione dopo decostruzione, è diventato elegante farlo, rifiutiamo quindi di considerarci come della merda e come degli incapaci, cosa che questo mondo desidera e che ci inculca attraverso l’educazione e che il “movimento” finisce di farci accettare del tutto attraverso opuscoli e gruppi di parola che mirano a normalizzarci, ma in maniera differente. Ecco, anche, perché rifiutiamo di delegare ciò che ci appartiene a degli specialisti, perché le merde, precisamente, sono loro.

Ma dobbiamo ora definire quello che intendiamo per “anarchismo”, ma ciò sarebbe troppo lungo, allora lo faremo un po’ in negativo, un po’ in positivo. Ed impegniamo soltanto noi stessi in queste poche osservazioni.

L’anarchismo non è una corrente politica, quindi non è né di destra né di sinistra, ma completamente al di fuori di quello scacchiere e dal sistema generale di punti di riferimento che gli serve da canovaccio. Se è nato da una scissione antiautoritaria del socialismo rivoluzionario, l’anarchismo ha smesso da tempo di essere una corrente della sinistra, rifiutando l’organizzazione e le logiche autoritarie che sono l’essenza di tutti i movimenti di sinistra. Evidentemente, non è questo il caso per tutti gli anarchici, e tra l’altro il termine “libertario” è stato inventato per descrivere ciò che assomiglia all’anarchismo e ne ha il sapore, senza esserlo veramente (a causa del rifiuto delle logiche conseguenze pratiche di queste idee). Gli anarchici non sono quindi una lobby politica che mirerebbe ad influenzare la società e lo Stato con le sue idee ed in favore dei suoi interessi.
Vi è un altro errore ricorrente, essendo gli anarchici invaghiti della libertà e poiché a partire dal XX secolo la parola “libertà” è stata profondamente rimaneggiata in un edonismo che non ha più molto a che vedere con le nostre idee. Viene quindi fatta regolarmente confusione fra l’anarchismo e la concezione liberale della libertà, sia in TV sia nei piccoli ambienti universitari o post-universitari impregnati di French Theory e dei suoi orpelli. “Vaffancuolo, io faccio quello che voglio” non ha nulla a che vedere con l’anarchia così come noi la intendiamo. Lo stesso vale per lo spirito di consumo delle lotte e dei corpi che spesso accompagna questa confusione diffusa, anche all’interno del movimento.

Secondo noi gli anarchici devono affrancarsi dai totem, ma anche dai tabù, ed in particolare ritrovare le capacità di de-alienare il linguaggio utilizzato per asservirci. Ciò almeno per quanto è possibile, essendo in sé il linguaggio un’alienazione del pensiero (necessariamente più complesso delle parole). Durruti sosteneva che “la disciplina è indispensabile, ma essa deve venire dall’interno, motivata dalla risolutezza”. Disciplina, lavoro rivoluzionario, memoria, etc. Non abbiate timore! Le parole non appartengono solo al potere, hanno un senso che è loro proprio, e anarchismo non è “estrema sinistra”, non è fare il contrario, pensare il contrario, dire il contrario e quindi bandire in blocco tutte le parole ed i concetti umani utilizzati dal potere e dai suoi rapporti di dominazione.
Noi vogliamo, al contrario, fare qualcos’altro e riappropriarci dei mezzi della nostra emancipazione in quanto individui coscienti della loro unicità, associati su basi di reciprocità e pronti a venire alle mani con l’autorità.

Queste poche affermazioni, se mal comprese, troveranno senza dubbio consenso fra quelle e quelli che passano la maggior parte del loro tempo a riformare il linguaggio allo scopo di farne un cavallo di battaglia della decostruzione post-moderna. Ma non cadiamo in errore. Il linguaggio resta al giorno d’oggi uno dei soli strumenti a nostra disposizione per esprimere le nostre idee. Se siamo tutti d’accordo a dire che il linguaggio non è neutro, poiché forgiato da una tradizione millenaria di dominio, bisogna però anche accettare il fatto che esso è indispensabile per le nostre prospettive e che siamo obbligati di servircene. La questione che dobbiamo porci diventa, quindi: chi vogliamo capire? E da chi vogliamo essere capiti?
Ma queste domande in tant* rifiutano di porsele facendo la scelta facile di fregarsene con arroganza e di rifugiarsi in comode caserme identitarie.

Da tempo vediamo emanare, dagli ambienti contestatori, tentativi maldestri di aggiustare il linguaggio, attraverso diversi metodi di femminilizzazione (dal più banale e giusto fino quasi alla completa illeggibilità) o grammatiche ed ortografie alternative. Alcun* hanno addirittura la sensazione di cambiare il mondo, cullandosi nell’illusione di essere dei grandi rivoluzionari a causa del loro uso dubbio ma volontario della scrittura. Ma allora ritorna sul tappeto la vecchia domanda: da chi vogliamo essere capiti?
In effetti assistiamo a volte a quelle che potrebbero essere definite come delle derive settarie, in particolare quando alcuni opuscoli non sono più comprensibili da altri che da quelli e quelle che li scrivono ed i loro amic*. Si tratta allora di una forma di “secessione” che non ha più nulla di rivoluzionario, perché invece di agire sul mondo si tratta soltanto di vivere “al di fuori” di esso, cosa che costituisce un’altra illusione. Poiché a forza di esagerare nell’”aggiustamento” si finisce per diventare illeggibili, riconosciamo allora che certe forme di utilizzo del linguaggio non usciranno mai dal piccolo ambiente che le ha create. Pensiamo quindi che quelli che credono di creare un linguaggio “liberato” si sbagliano ancora. Se domani tutto quello che uscisse da iniziative rivoluzionarie scritte (volantini, manifesti, opuscoli, libri, giornali…) fosse scritto in maniera identitaria, senza indicazione del genere, non specista, non agista [che rifiuta ogni forma di dominio basato sull’età, in particolare quello degli adulti sui bambini; NdT], non-validista (e altri –ismi, all’infinto), più che essere un mezzo per comunicare, il nostro linguaggio diventerebbe una barriera che ci separerebbe dall’umanità. Completamente tagliati fuori dal mondo, non ci resterebbe allora granché da fare, a parte farci reprimere nell’isolamento più totale (perché in effetti chi si preoccupa della repressione esercitata contro delle piccole minoranze volontariamente settarie?).
Il nostro scopo non è quello di isolarci in un territorio vergine con tutt* i nostr* amic* per parlare la nostra neolingua identitaria e vivere i nostri rapporti cosiddetti “liberati”, il nostro scopo è quello d’attaccare il dominio dovunque esso si trovi. Dobbiamo renderci conto che viviamo in un mondo senza evasione possibile. Che non c’è un altrove dove guarire dal qui, che finché esisteranno il Capitale, lo Stato e le diverse forme di dominio che li mantengono in piedi non ci saranno oasi o spiagge di libertà. Siamo obbligati a combattere questo mondo dal suo interno, con tutte le contraddizioni, limiti e difficoltà che ciò comporta. Ma sopravvivere non implica già una quantità insostenibile di compromessi? È per questo che abbracciamo la proposta rivoluzionaria ed internazionalista e rigettiamo le alternative e le diverse pseudo-autonomie locali, che non sono che modelli a scala ridotta di questo mondo di merda.

Allo stesso modo, rifiutiamo che de* compagn* si riposino all’ombra di altr* compagn*, con la scusa che quest* ultim* sarebbero meglio armat*, più vecch*, con più esperienza o più capaci a parlare di loro. Facciamo quindi appello a ciascun* perché si sbarazzi dei propri numi tutelari e si prenda in mano, così come facciamo appello a questi numi tutelari affinché essi cessino di approfittare della situazione e si sbarazzino dei propri ruoli, quando acquisiti involontariamente (cosa che spesso è il frutto dell’inconsistenza degli altri), oppure, nel caso contrario, vadano a farsi fottere. Perché rifiutiamo di evolvere in un ambiente politico-mafioso.

Essere anarchic* o rivoluzionari* per noi non è una posa, un’opinione, un’arte o una cultura. Non c’è un look anarchico, nessuna identità, nessun segno di riconoscimento. Essere anarchic* significa lottare e combattere il dominio, con le braccia, le gambe, il cuore ed il cervello, con tutte le conseguenze positive tanto quanto negative che ciò implica. Essere anarchic* non consiste nell’affermare delle posizioni di principio antagoniste e leggere qualche libro con la copertina rossa e nera, né nel portare qualche opinione shoccante sulle distro, nelle università della borghesia, su internet o in posti occupati fisicamente e/o mentalmente chiusi al mondo esterno. Quello stesso mondo che in tant* pretendono di voler rivoluzionare, senza però tirare le conseguenze delle proprie pose di ribelli comodamente installati nelle proprie abitudini, relegando la distruzione a qualche slogan e titolo a grossi caratteri, senza conseguenze.

Non si tratta nemmeno, però, di accontentarsi dell’azione pura e semplice, per soddisfare un nostro piccolo piacere edonista o per sfogare le nostre frustrazioni esaltando la sola “bellezza del gesto”, come futuristi dei giorni d’oggi. Non si tratta nemmeno di un’agitazione che consisterebbe nell’informare o venire in aiuto agli sfruttati, poiché gli anarchici non sono dei giornalisti alternativi, degli umanitari o delle anime pie ed altruiste. In effetti, i nostri atti sono tutti realizzati per interesse, non per simpatia né per rimborsare un debito morale, sociale o intellettuale. Non ci battiamo per i poveri o al loro servizio, ma contro la povertà. Non per i clandestini senza documenti, ma contro i documenti, gli Stati e le frontiere. Non per i prigionieri, ma per farla finita con tutte le prigioni e con la giustizia. I nostri interessi sono tutto ciò che contribuisce ad accentuare la conflittualità nel seno della società, senza allo stesso tempo riprodurre quest’ultima. Il nostro obiettivo è di fare a pugni con i rapporti di dominio che sono interni alla società ed infondervi, con i nostri diversi interventi, delle prospettive reali e chiare, come la rivoluzione e la vittoria, portando un messaggio antisociale comprensibile all’interno della guerra sociale che è in corso da sempre.
Tutto ciò senza credere che questi obiettivi appartengano, o debbano appartenere, soltanto a noi. Chi crede ancora seriamente in un movimento anarchico (armato o meno) che basterebbe a sé stesso e riuscirebbe a vincere lo Stato sul suo terreno militare e strategico (o su un terreno sociale, per mezzo di un’immaginaria opinione pubblica davanti alla quale bisognerebbe dimostrare di essere raccomandabili), chi vuole ancora crederci? Innanzitutto a causa dell’evidente asimmetria, poi perché pensiamo che le nostre sole vittorie verranno da tensioni sociali insurrezionali che non potranno mai appoggiarsi solo su di noi e la nostra evidente debolezza numerica. Bisogna essere capaci di abbandonare i vecchi miti delle rivoluzioni anarchiche pure e perfette ed abbracciare le possibilità così come esse si presentano a noi, sempre restando fedeli a noi stessi, cioè senza cedere alle sirene del populismo e del possibilismo.

Di questi tempi, gli anarchici non possono pretendere ad altro che alla costituzione di una minoranza agente con una reale capacità d’intervento, di distruzione ma anche di costruzione. Costruzione non di un nuovo mondo angelico oppure di alternative o “forme di vita”, ma di iniziative, di spine nel fianco, di agitazione, di attacchi, di continuità, di approfondimento, di capacità tecniche e teoriche reali. Perché vogliamo davvero la rivoluzione, non accontentarci di un romanticismo piacevole ma inconseguente.

Il nostro scopo non è quindi quello di creare o di contribuire a creare una nuova anarchia, visto che la vecchia, quando libera dalle logiche dei partiti e dei loro congressi internazionali di ieri e di oggi, di ogni politica, di ogni demagogia e di ogni organizzazione permanente (cosiddetta informale oppure no), ci basta alla grande e ci avanza. Come conferma il contenuto di questa rivista, non si tratta per noi di fare tabula rasa del passato o di cercare il nuovo ad ogni costo, come ci spinge a fare quest’epoca di noia morbosa. Nessuna anarchia 2.0 quindi, qui. La memoria del movimento anarchico è bella e complessa, la sua tradizione è la sola tradizione che rispettiamo, foggiandola a nostra volta, attraverso gli atti e, qui, attraverso il pensiero e la critica. Questa rivista costituisce quindi anche un omaggio ed un ricordo delle lotte e de* compagn* del passato, sempre presenti in un angolo delle nostre teste, e minacciati dall’imperativo della modernità ed il suo culto della velocità, del nulla e dell’oblio.

Precisiamo comunque che tutto quello che si potrà leggere qui ha un solo scopo: quello di riconciliare l’agire ed il riflettere. Ciò con durezza, a volte, e se il tono rischia di spaventare quelli fra i nostri compagni che più danno importanza al consenso, oltre che i solit* piagnucolos* del movimento, speriamo che il fondo verrà compreso per quello che è e non messo da parte con la scusa della “forma” e delle piccole arrabbiature dovute alla mancanza di educazione (non buttare per terra la tua gomma da masticare, compagno!): riflesso automatico classico di autodifesa di chi rifiuta di affrontare le proprie contraddizioni (cosa che comprometterebbe una certa comodità) e di affermare la propria rottura con l’esistente e i suoi meccanismi di consenso e pacificazione dei rapporti (che hanno largamente penetrato, in Francia, il piccolo movimento ed i suoi anarchici). In effetti, oggi la critica viene accettata solo se è educata e civile, oppure quand’essa non è veramente critica. Che le eterne anime sensibili e suscettibili si astengano quindi dal leggere questa rivista, col rischio di trovare nuovi pretesti per sfuggire all’autocritica.

Queste pagine si iscrivono quindi all’interno di una tradizione insurrezionale, critica ed individuale dell’anarchismo, come è stata portata da numerosi anti-organizzatori del passato, ed ogni linea vi sarà redatta da individui in lotta, di oggi o di ieri, illustri, anonimi oppure tutti e due. Nessun filosofo qui, nessuno scrittore professionista, nessun nichilista della piccola borghesia studentesca, nessuna foto sensazionalista di kalashnikov e di auto in fiamme, né pappardelle di parole per giustificare la propria inazione o le proprie azioni merdose.

Alla ferocia, all’intensità, alla coerenza.
Viva l’anarchia.

Per esprimere le vostre inquietudini sui litigi di potere che questa rivista potrebbe provocare nelle piccole caserme ideologiche, per ogni reclamo, convocazione, requisitoria per diffamazione, messa in stato d’accusa, diritti d’autore e piccoli bottegai delle idee:
vaffanculo@pissoff.com

Per mandare traduzioni, critiche (nel tono che vorrete), corrispondere, contribuire, discutere, condividere, distribuire, rispondere o rimettere in questione: desruines@riseup.net

[Des Ruines, Revue anarchiste apériodique, num. 1, dicembre 2014]

 

http://www.non-fides.fr/?Editoriale-A-mo-di-avvertenza

 

En guise d’avertissement

Edito de Des Ruines n°1

« Nous n’avons pas peur des ruines. Nous allons recevoir le monde en héritage. La bourgeoisie peut bien faire sauter et démolir son monde à elle avant de quitter la scène de l’Histoire. Nous portons un monde nouveau dans nos cœurs. »

 

Cette revue se donne l’ambition de remuer les réflexions, recherches et débats autour des perspectives anarchistes et antiautoritaires. Certains débats vifs et toujours d’actualité, certains autres laissés de côté et exhumés pour l’occasion. Il ne s’agit pas d’un journal d’actualité et d’agitation distribué dans la rue et rédigé dans l’urgence, mais cela nous a paru tout aussi nécessaire et complémentaire. Parce que la sensation d’un manque se faisait de plus en plus forte, tout comme la nécessité de recommencer à se doter d’outils plus intemporels que d’habitude pour s’exprimer sur des choses plus profondes que les fils d’actualité non-stop, avec le temps et la place pour le faire. Elle s’adresse donc à un “public” averti (dont voici l’avertissement) et proche (ou pas encore) des enjeux soulevés. Notre but est de contribuer au développement de nos idées, trop souvent repoussé à plus tard par un activisme sans fond ou dans une passivité pratique et intellectuelle affligeante.

Si le manque de confiance en soi de la plupart des compagnon/nes nous empêche de produire de la théorie (et il y a aussi ces quelques gardiens du temple qui souhaiteraient que les idées restent centralisées entre leurs mains), ici, nous ferons foin de tout cela, car nous n’avons de comptes à rendre à personne et nous foutons éperdument des boutiquiers idéologiques et groupusculaires, occupés à s’adapter et à survivre, à perpétuer des dogmes et des hégémonies rarement soumis à l’autocritique, et rarement disponibles à la critique. Aussi, nous avons confiance en nos capacités, et refusons l’auto-flagellation permanente dans laquelle se vautrent tant d’entre nous, refusant de se sentir capables ou pertinents à s’exprimer, alors qu’ils/elles le sont très largement.
C’est pourquoi nous voulons rappeler que la pensée n’appartient pas aux intellectuels, l’histoire n’appartient pas aux historiens, l’anarchie n’appartient pas non plus à une quelconque intelligentsia de l’anarchie, ni à son intelligentsia adverse, elle nous appartient, elle appartient à tous ceux qui se donnent la peine de la faire vivre, chacun/e à sa manière avec ce qu’il/elle est, sans se laisser miner par les évêques et les inquisiteurs des petites chapelles idéologiques et de la bourgeoisie.

Bien qu’il soit de bon ton de le faire, déconstructions après déconstructions, nous refusons donc de nous considérer comme de la merde et des incapables, ce que ce monde souhaite et nous inculque par l’éducation, et que le milieu achève de nous faire accepter le long de ses brochures et de ses groupes de paroles qui visent à nous normaliser, mais différemment. C’est aussi pourquoi nous refusons de déléguer ce qui nous appartient à quelconque spécialistes, car les merdes, précisément, ce sont elles/eux.

Mais il nous faut maintenant définir ce que nous entendons par « anarchisme », mais cela serait trop long, alors nous le ferons un peu en négatif, un peu en positif. N’engageant que nous-mêmes dans ces quelques remarques.

L’anarchisme n’est pas un courant politique, il n’est donc ni de droite ni de gauche, mais complètement hors de cet échiquier-là et du référentiel général qui lui sert de canevas. Si il est né d’une scission anti-autoritaire du socialisme révolutionnaire, l’anarchisme a cessé depuis longtemps d’être un courant de la gauche en refusant l’organisation et les logiques autoritaires qui sont l’essence de tous les mouvements de gauche. Évidemment, ce n’est pas le cas de tous les anarchistes, et le mot « libertaire » a d’ailleurs été inventé pour décrire tout ce qui ressemble à de l’anarchisme et en a la saveur, sans en être réellement (par refus des conséquences pratiques logiques de ces idées). Les anarchistes ne sont donc pas un lobby politique visant à influencer la société et l’État avec ses idées et en faveur de ses intérêts.
Les anarchistes étant épris de liberté, et le mot « liberté » ayant largement été refaçonné depuis le XXe siècle en un hédonisme qui n’a plus grand chose à voir avec nos idées, une autre erreur est récurrente : la confusion régulièrement faite entre anarchisme et conception libérale de la liberté, que ce soit à la TV ou dans des petits milieux universitaires ou post-universitaires pénétrés de French Theory et de ses oripeaux. « Je fais ce que je veux et je t’emmerde » n’a rien à voir avec l’anarchie telle que nous l’entendons. Il en va de même pour l’esprit de consommation des luttes et des corps qui vont souvent avec cette confusion répandue, même à l’intérieur du mouvement.

Les anarchistes doivent selon nous s’affranchir des totems, mais aussi des tabous, et notamment retrouver les capacités de désaliéner le langage employé pour nous asservir. Du moins autant que possible, le langage étant une aliénation en soi de la pensée (forcement plus complexe que des mots). Durutti affirmait que « la discipline est indispensable, mais qu’elle doit venir de l’intérieur, motivée par une résolution ». Discipline, travail révolutionnaire, mémoire, etc. N’ayez crainte ! Les mots n’appartiennent pas qu’au pouvoir, ils ont un sens qui leur est propre, et anarchisme n’est pas gauchisme, ce n’est pas faire le contraire, penser le contraire, dire le contraire et donc proscrire en bloc tous les mots et les concepts humains employés par le pouvoir et ses rapports de domination.
Nous voulons au contraire faire autre chose et nous réapproprier les moyens de notre émancipation en tant qu’individus conscients de leur unicité, associés sur des bases réciproques, et prêts à en découdre avec l’autorité.

Ces quelques affirmations, si on les comprend mal, feront sans doute consensus parmi celles et ceux qui passent le plus clair de leur temps à réformer le langage dans le but d’en faire un cheval de bataille de la déconstruction post-moderne. Mais que l’on ne s’y trompe pas. Le langage reste aujourd’hui l’un des seuls outils dont nous disposons pour exprimer nos idées. Si nous serons tous d’accord pour dire que le langage n’est pas neutre, car façonné par une tradition millénaire de domination, il faudra aussi accepter le fait qu’il est indispensable à nos perspectives, et que nous sommes bien obligés de nous en servir. La question à se poser devient donc : qui voulons-nous comprendre ? Et par qui voulons-nous être compris ?
Mais ces questions, tant refusent de se les poser, faisant le choix facile de s’en foutre avec arrogance et de se réfugier dans des casernes identitaires confortables.

On voit depuis longtemps émaner des milieux contestataires des tentatives maladroites de rafistoler le langage, par diverses méthodes de féminisation (de la plus basique et juste jusqu’à l’illisible intégral), ou de grammaires et d’orthographes alternatives. Certain/es ont même le sentiment de changer le monde, se berçant de l’illusion d’être de grands révolutionnaires de par leur usage douteux mais volontaire de l’écriture. Mais alors revient sur le tapis cette même vieille question : par qui voulons-nous être compris ?
En effet, on assiste parfois à ce que l’on pourrait nommer des dérives sectaires, notamment lorsque des brochures ne sont plus compréhensibles que par celles et ceux qui les écrivent et leurs ami/es. Il s’agit alors d’une forme de « sécession » qui n’a plus rien de révolutionnaire, puisqu’au lieu d’agir sur le monde, il ne s’agit plus que de vivre « en-dehors » de celui-ci, ce qui constitue encore une illusion. Car à force d’exagérer dans le rafistolage on finit par devenir illisibles, autant dire que certaines formes d’utilisations du langage ne sortiront jamais du petit milieu qui les a créées. Ainsi, nous pensons que ceux qui croient créer un langage « libéré » se fourvoient encore. Si demain tout ce qui sortait des initiatives révolutionnaires écrites (tracts, affiches, brochures, livres, journaux…) était écrit de façon identitaire, non-genrée, non-spéciste, non-agiste, non-validiste (et autres ismes à l’infini…), plutôt que d’être un moyen pour communiquer, notre langage deviendrait une barrière qui nous séparerait du reste de l’humanité. Totalement coupés du monde, il ne nous resterait alors plus grand chose à faire, à part se faire réprimer dans l’isolement total (car en effet, qui se soucie de la répression exercée contre des petites minorités volontairement sectaires ?).
Notre but n’est pas de nous isoler sur un territoire vierge avec tous nos copain/ines pour y parler notre novlangue identitaire et vivre nos rapports soi-disant « libérés », notre but est d’attaquer la domination partout où elle se trouve. Il faut se rendre compte que nous vivons dans un monde sans évasion possible. Qu’il n’y a pas d’ailleurs où guérir d’ici, pas d’oasis ou de plage de liberté possible tant qu’existeront le Capital, l’Etat et les divers rapports de domination qui les maintiennent. Nous sommes obligés de combattre ce monde en son sein, avec toutes les contradictions, limites et difficultés que cela comporte. Mais survivre n’implique-t-il pas déjà une quantité insoutenable de compromis ? C’est pour cela que nous embrassons la proposition révolutionnaire et internationaliste, et rejetons les alternatives et les diverses pseudo-autonomies locales, qui ne sont que des échelles réduites de ce monde de merde.

Aussi, nous refusons que des compagnon/nes se reposent dans l’ombre d’autres compagnon/nes, soi-disant mieux armé/es qu’elles/eux, plus âgé/es, plus expérimenté/es ou plus rhéteur/trices. Nous appelons donc chacun/e à se débarrasser de ses figures tutélaires et à se prendre en main, autant que nous appelons ces figures tutélaires à cesser de profiter et à se débarrasser de leurs rôles lorsqu’ils sont involontairement acquis (souvent le produit de l’inconsistance des autres), et à se faire foutre dans le cas contraire. Car nous refusons d’évoluer dans un milieu politico-mafieux.

Être anarchiste ou révolutionnaire n’est pas pour nous une posture, une opinion, un art ou une culture. Il n’y a pas de look anarchiste, pas d’identité, pas de signes de reconnaissance. Être anarchiste signifie lutter et combattre la domination, avec ses bras, ses jambes, son cœur et son cerveau, avec les conséquences négatives comme positives que cela implique. Être anarchiste ne consiste pas à affirmer des positions antagonistes de principe et à lire quelques bouquins aux couvertures rouges et noires, ni même à porter quelques opinions choc sur des tables de presse, dans les universités de la bourgeoisie, sur internet ou dans des squats fermés physiquement et/ou mentalement au monde extérieur. Ce même monde que tant prétendent vouloir révolutionner, sans pour autant tirer les conséquences de leurs postures de rebelles confortablement installés dans leurs habitudes, et reléguant la destruction à quelques slogans et gros titres sans conséquences.

Mais il ne s’agit pas non plus de se contenter de l’action pure et simple, pour notre petit plaisir hédoniste ou pour défouler nos frustrations en exaltant la seule « beauté du geste » comme des futuristes des temps nouveaux. Il ne s’agit pas non plus d’une agitation qui consisterait à informer ou venir en aide aux exploités, car les anarchistes ne sont pas des journalistes alternatifs, des humanistes ou des âmes pieuses et altruistes. En effet, nos actes sont tous réalisés par intérêt, pas par sympathie ni pour rembourser une dette morale, sociale ou intellectuelle. Nous ne nous battons pas pour les pauvres ou à leur service, mais contre la pauvreté. Pas pour les sans-papiers, mais contre les papiers, les Etats et les frontières. Pas pour les prisonniers, mais pour en finir avec toutes les prisons et la justice. Nos intérêts sont tout ce qui contribue à accentuer les conflictualités au sein de la société sans la reproduire en même temps. Notre objectif étant de faire le coup de poing avec les rapports de domination dans la société et d’y insuffler par nos interventions diverses des perspectives réelles et affichées, comme la révolution et la victoire, tout en portant un message antisocial intelligible au sein de la guerre sociale en cours depuis toujours.
Tout cela sans croire que ces objectifs n’appartiennent qu’à nous, ou bien qu’ils le doivent. Qui croit encore sérieusement en un mouvement anarchiste (armé ou non) qui se suffirait à lui-même et réussirait à vaincre l’État sur son terrain militaire et stratégique (ou sur un terrain social par le biais d’une imaginaire opinion publique devant laquelle il faudrait présenter patte blanche), qui veut encore y croire ? D’abord à cause de l’évidente asymétrie, ensuite parce que nous pensons que nos seules victoires proviendront de tensions sociales insurrectionnelles qui ne pourront jamais reposer que sur nous-mêmes et notre évidente faiblesse numérique. Il faut être capable d’abandonner les mythes anciens de révolutions anarchistes pures et parfaites et embrasser les possibilités telles qu’elles se présentent à nous, tout en restant fidèles à nous-mêmes, c’est-à-dire sans céder aux sirènes du populisme et du possibilisme.

De nos jours, les anarchistes ne peuvent pas prétendre à mieux qu’à la construction d’une minorité agissante avec une réelle capacité d’intervention, de destruction, mais aussi de construction. Construction non pas d’un nouveau monde angélique ou d’alternatives, ou de « formes de vies », mais d’initiatives, de harcèlement, d’agitation, d’attaques, de continuité, d’approfondissement, de capacités techniques et théoriques réelles. Car nous voulons véritablement la révolution, pas nous contenter d’un romantisme agréable mais inconséquent.

Notre but n’est donc pas de créer ou de contribuer à la création d’une nouvelle anarchie, car l’ancienne, lorsqu’elle est débarrassée de ses logiques de partis et de leurs congrès internationaux d’hier comme d’aujourd’hui, de toute politique, de toute démagogie et de toute organisation permanente (prétendument informelle ou non) nous convient très bien, et fait même plus que nous convenir. Comme en témoigne le contenu de cette revue, il ne s’agit pas pour nous de faire table rase du passé ou de chercher la nouveauté à tout prix, comme cette époque d’ennui morbide nous y pousse. Pas d’anarchie 2.0 ici, donc. La mémoire du mouvement anarchiste est belle et complexe, sa tradition est bien la seule tradition que nous respectons, tout en la façonnant à notre tour, par l’acte et ici, par la pensée et la critique. Cette revue constitue donc également un hommage et un rappel des luttes et des compagnon/nes du passé, toujours présents dans un coin de nos têtes, et menacés par l’impérative modernité et son culte de la vitesse, du néant et de l’oubli.

Précisons toutefois que tout ce que l’on pourra lire ici n’a qu’un seul but, celui de réconcilier l’agir et le réfléchir, parfois durement, et si le ton risque parfois d’effrayer les plus consensualistes de nos camarades et les éternels pleureur/ses du mouvement, nous espérons que le fond sera retenu pour ce qu’il est, et non pas écarté sous l’excuse de la « forme » et des petites vexations dues aux incivilités (ne jettes pas ton chewing-gum par terre camarade !) : réflexe pavlovien d’auto-défense classique de ceux qui refusent d’affronter leurs contradictions (au prix d’un certain confort) et d’affirmer leur rupture avec l’existant et ses mécanismes de consensus et de pacification des rapports (qui ont largement pénétrés, en France, le petit milieu et ses anarchistes). En effet, la critique aujourd’hui n’est acceptée que lorsqu’elle est polie et civilisée, ou lorsqu’elle n’est pas réellement critique. Que les éternelles âmes sensibles et susceptibles s’abstiennent donc de lire cette revue, au risque de trouver de nouveaux prétextes pour échapper à l’auto-critique.

Ces quelques pages s’inscrivent donc dans une tradition insurrectionnelle, critique et individuelle de l’anarchisme telle qu’elle fut porté par de nombreux anti-organisateurs du passé, et chaque ligne y sera rédigée par des individus en lutte d’aujourd’hui ou d’hier, illustres, anonymes ou les deux. Pas de philosophes ici, pas d’écrivains professionnels, pas de nihilistes de la petite bourgeoisie étudiante, pas de photos sensationnalistes de kalachnikov et de voitures enflammées ni de tartines de mots pour justifier son inaction ou ses actions merdeuses.

À la férocité, à l’intensité, à la conséquence.
Vive l’anarchie.

[Repris de Des Ruines n°1, Revue anarchiste apériodique, décembre 2014.]

P.-S.

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