DEL SETTARISMO… DELL’ IDEOLOGIA

di Vincenzo Talerico

Troppe volte ci troviamo in situazioni di gruppo nelle quali si respira l’aria del settarismo. Lui è di quel gruppo: non è soltanto appiccicare una identità preconfezionata ad un individuo, è anche sottolineare: non appartiene al nostro. L’appartenere ad un gruppo, non necessariamente ad un gruppo formalizzato, ma anche ad un semplice gruppo di amici o di compagni affini, è per molti il solo modo di socializzare, di comunicare, di confrontarsi. Sociomorfologicamente, d’altronde, la socializzazione passa sempre attraverso un gruppo: da quello arcaico tribale a quello moderno prima nazionale poi di classe, sociale e via di seguito, fino alle post-moderne bande giovanili di quartiere ecc..

Nel gruppo si ritualizzano gli atti, si acquisisce un linguaggio comune, in modo che la socializzazione diviene un fatto sociale totale. E’ grazie alla visione del mondo che il gruppo mutua che, in fondo, l’ideologia politica era diventata la colla, il legame di tutta una generazione che ha militato nei gruppi politici negli anni ’60 e ’70. Allora il settarismo era evidente e politicamente comprensibile. Ogni gruppo possedeva la verità sulla visione del mondo e su come raggiungere il Paradiso. La difesa viscerale della vera ortodossia della TEORIA o della Religione, era una attività che inevitabilmente costruiva gli eretici, i nemici, o quelli con i quali potersi alleare, ma solo per un pezzetto di strada, dopodiché, bisognava prendere bene le distanze per attaccare le loro deviazioni dalla giusta linea. L’eresia giustificava, o costruiva, quindi, il settarismo del gruppo, il quale in cambio della fedeltà elargiva ai propri aderenti un’ideologia, come in uno scambio simbolico dove si ritualizzano vincoli e dipendenze. Tutto ciò, inoltre, si coniugava con il generale consumo di ideologia che la diffusione delle merci e dello spettacolo imponeva. Ora che le ortodossie sciamano, e non solo sulle possibili vie per arrivare al Paradiso, ma sulla idea stessa di Paradiso, sembra che i gruppi politici di quegli anni abbiano comunque lasciato in eredità il settarismo e l’ideologia. E ciò nonostante i funerali fatti alla politica ed il crollo delle impalcature ideologiche su cui si fondava l’agire dei gruppi stessi. I grandi miti del novecento, la forza rivoluzionaria del movimento operaio, la stessa rivoluzione internazionale, non hanno più quel fascino sociale che hanno avuto fino agli anni ’70, e anche le ideologie ad essi legate hanno perso la loro forza di coesione. Ma sono ancora forti i rancori che grazie alle eresie si creavano, magari ora personalizzati, così come è forte ancora l’omogeneità dei giudizi nei gruppi. Evidentemente la necessità del consumo dell’ideologia non è poi morta. Cioè non è stata ereditata una specifica visione ideologica del mondo (che comunque ci riproprinano impacchettate con una carta di diverso colore: si pensi al nazionalismo che a distanza di un secolo si ripropone con le sue mortifere marcette), quanto il modo ideologico di vedere il mondo e sé stessi. L’ideologia: questo anonimo rumore intorno a noi, questo continuo ronzio che nel ricordo si accosta al medium e che permane, sopravvive nella morte del soggetto, alla sua assenza. (1)
L’ideologia per sopravvivere ha, però, bisogno di una struttura di potere che la supporti, e per questo che è attinente ed è strettamente connessa con il settarismo. Con la critica della società dello spettacolo si è sancita la divisione che nell’era del consumismo è avvenuta fra l’uomo e la società: come nel teatro c’è da una parte la rappresentazione e dall’altra il pubblico. Ma in fondo è sempre stato così. L’ideologia è una visione del mondo determinata e chiusa, come lo sono i miti. A differenza del processo conoscitivo dell’individuo che con le proprie esperienze, le proprie capacità percettive e cognitive, il proprio modo di porsi rispetto al mondo (ribelle o subordinato), forma una visione del mondo aperta perché in evoluzione, l’ideologia è una visione chiusa, determinata e precostituita. Non si partecipa in modo interattivo all’interno dell’ideologia, così come all’interno dello spettacolo, non c’è possibilità di risposta: c’è partecipazione ad un modello comunicativo, non alla comunicazione. Anzi c’è l’obbligo di questa partecipazione: l’ideologia ti costringe a dire, ti costringe ad essere. In fondo l’ideologia è potere. Essendo l’ideologia una visione del mondo precostituita e chiusa c’è necessariamente a suo supporto una struttura, o una strategia, di potere capace di imporla, o quanto meno di proporla come tale. Noi abbiamo, difatti, a che fare sempre con ideologie proposte/imposte da una chiesa, una scuola, un partito, uno Stato, uno spot pubblicitario, un sistema economico, una strategia di dominio o di arricchimento ecc. . Così come il gruppo settario si compatta sulla omogeneità del giudizio, e si chiude ai possibili cambiamenti di questo giudizio, o come, in fondo, si chiude a riccio contro il diverso da sé, anche l’ideologia non sopporta l’altro da sé, la sua visione del mondo deve essere determinata, conchiusa e onnicomprensiva (del suo mondo) ed è una visione immutabile, staticamente mortifera, non c’è interazione, non ci sono domande che aspettano risposte. L’eresia è temuta e combattuta sia dal settarismo che dall’ideologia. Vivere una condizione di settarismo è, quindi, già pensare in modo ideologico. Chi è settario ha una visione del mondo chiusa, determinata, non solo, ma ha anche paura che ciò gli possa essere rotta, distrutta. Perché, in fondo, questa cristiana condizione è una comodità per l’individuo: non deve più mettersi in gioco, veste un abito che lo ricopre totalmente rendendolo uniforme nella nicchia protettiva del gruppo. D’altronde è la stessa cosa di quella solita e vecchia storia della servitù volontaria a cui gli individui si sottopongono quando fanno mandria.

(1) Pino Iannello, Cronache dal deserto. Il fluttuare come possibilità. Ediz. Ipazia, Ragusa, 1980.

(estratto dal n.1 del Giornale di Critica Anarchica Ammutinamento del Pensiero, dicembre 1991)