Il Carnefice

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Giovanni Gavilli

Le ragioni dell’imperversante ibridismo italiano, vanno ricercate principalmente nella mania di correr dietro alle riforme.

Ad esse si va – secondo gli autoritaristi – per graduali modificazioni della legge. Costoro sono logici; per essi la legge è indispensabile fondamento della vita pubblica e di quella privata. Mutare gli uomini, modificare i sistemi, applicare con giustizia la legge, moderare le pretese, avere riguardi agli svariati intricatissimi interessi dello Stato e dei cittadini, ecco il programma, i mezzi e l’obiettivo della lotta. E per chi crede all’efficacia della legge, codesti mezzi, codesto programma non fanno una grinza; le moltitudini devono pascersi di illusioni, di speranza, non potendo trarle a considerare la nuda e cruda realtà, e meno ancora a combattere francamente per essa, almeno secondo la logica autoritaristica, fatta di pregiudizi vecchi e nuovi e di preoccupazioni costanti per la malferma autorità dominatrice dello Stato e dei singoli. Ma per l’anarchico che non crede ai cerotti della legge; che la realtà cerca e combatte con vece assidua ritenendo massimo bene la verità predicata senza paura, senza riserve; che, ammonito dalla storia, sostenuto dai fatti, crede e predica che non vi sia libertà possibile, né civiltà conveniente finché ognuno non possa lavorare direttamente per sé, senza capriccio di capi o prepotenza di leggi; l’anarchico, dico, che vuole fino da ora cimentarsi alla immediata conquista della vita, a cui e natura e ipocrisia di leggi danno diritto, e nel pensiero e nelle opere, diventa ridicolo e apostolo pericoloso agli operai, allorché come i capriolisti paladini dell’autorità, anch’egli si mette a lavorare di gran cassa per le riforme, quale che sia l’obiettivo loro o la speranza che da esse deriva ad illudere i semplici che, per sostenerle, si fanno magari ammazzare.

pratici, gli uomini di senno, i quali cercano plauso e pagnotta nelle ingannate moltitudini che li seguono, ci rispondono che abbiamo ragione, ma che, d’altronde, bisogna fare come si può, Roma non fu fatta in un giorno, chi va piano va sano, ed altre sapienti sciocchezze alle quali sacrificano la semplicità maestosa e l’abbagliante verità dei nostri principi; l’anarchico non vuole né deve condurrecapitanare nessuno. Egli illumina colla predicazione della filosofia vera, la quale si compendia tutta in tre parole: «non lasciarti sfruttare»; egli sprona gli altri alla lotta coll’esempio più che colle parole: pretende la vita per sé ora giacché chi non vive non combatte; la pretende con tutti i mezzi, ben sapendo che la sola spregiudicatezza trionfa dell’ipocrita morale e della ferocia delle leggi incombenti spaventose su questa società di degenerati. Egli, libero nell’amore e nel pensiero, assale da tutte le parti, individualmente e come può il nemico, non lasciandosi sfuggire alcuna occasione di colpir giusto. Egli sa che nessun radicale mutamento, utile a tutti, può verificarsi finché codesta dottrina, codesta tattica non siano divenute patrimonio e consuetudine di ragguardevole audace minoranza. L’anarchico muove dall’individuo per giungere, così, alla moltitudine ribelle. Né si dica, come qualche sapiente rapa afferma, che egli non è rivoluzionario ma evoluzionista.

Per l’anarchico la rivoluzione incomincia dal giorno in cui egli si sente di partecipare alla lotta. La scelta delle armi e dello scudo dipendono, più che da lui, dall’ambiente in cui vive: la tirannide lo avrà immediato carnefice; schernitore, critico sottilmente terribile lo avranno i temporeggiatori che si lusingano di poter restaurare la vacillante potenza borghese lavorando di intrigo e di menzogna, né sarà per essi piccola fortuna. L’anarchico, avversario di tutti, nemico di nessuno, oppone idee ad idee, arte ad arte, violenza a violenza, nella misura del suo sapere, della sua forza, senza attendere cenno di capi, consiglio di padri spirituali e stipulazioni di patti che sono sempre un vincolo anche quando non sono inganno. Ognuno si batta per l’anarchia come può, come sa, senza mai render conto di sé ai vacui eroi dell’ora fuggente. Nessuna preoccupazione di bandiera, nessuna ingannevole visione di struttura della società dell’avvenire, può trattenerlo od illuderlo. Egli vive oggi fra i lupi vestiti da pastori, fra imbecilli che posano ad eroi, fra goisti feroci che smaniano d’amore del prossimo, per far meglio e con più comodo i loro particolari interessi. Egli sa tutto questo e, disprezzando i mezzucci, non si presta mai al gioco dei “riformisti”, che delle riforme si valgono per gettare polvere negli occhi ai gonzi, acciocché non vedano la vera radice del male, e cioè il prestigio di quella gigantesca vuota ombra che adugge la vita di tutti e che chiamano autorità.

I poveri ragazzi che si affannano, dicono essi, a preparare «i battaglioni rivoluzionari» non hanno compreso che i battaglioni presuppongono capi e bandiere, trombettieri e tamburini… e perché no? anche qualche illustre gingillone che, pur vedendo il vero, predica agli ingenui il falso che più gli fa comodo.

[Gli Scamiciati, anno II, n. 25, 27/3/1914]