Il viandante incendiario

 

romania 1936

Gellu Naum
Nel suo paese, la Romania, era considerato da molti l’incarnazione del meraviglioso e godeva di una reputazione segreta d’alchimista e di mago. Gellu Naum (1915-2001) ha incontrato il surrealismo nel 1935 e da allora non l’ha più lasciato. Studente di filosofia alla Sorbona, appena tornato in patria è stato uno dei fondatori del movimento surrealista rumeno – «il più esuberante, il più avventuroso e anche il più delirante gruppo del surrealismo internazionale». Davanti all’avanzata del totalitarismo stalinista, Gellu Naum decise di non seguire i suoi compagni. Non prese la via dell’esilio come Gherasim Luca o Trost, né si sottomise alla linea di partito come Virgil Teodorescu. Rimase dov’era nato, solo contro tutti, conoscendo una censura assoluta per oltre vent’anni. Ma, nonostante le enormi difficoltà materiali e psicologiche, perseguirà per l’intera sua vita la «caccia caotica» all’altro lato dell’esistenza umana.

***
Il viandante incendiario si affila le pupille
degli occhi nei quaderni di statistiche
Si sistema l’acconciatura nelle pendole
(il tempo è un pettine delirante per i capelli
che coprono le mammelle virginali)
lascia un molare guasto in ogni finestra
con le insegne coi giardinetti
si acciglia di fronte alle calze di seta vegetale
palpa con dita esperte i bicchieri pieni di sonno
rincorre le gemme che crescono
nel vorticare degli alberi su se stessi
conosce i serragli delle fodere di ogni cappello
sta in ogni pacchetto di prosciutto o di manifesti
monta la guardia sull’attenti accanto ai lampioni.
Scoiattolo saltella nei fischietti gozzuti dei gendarmi
e palpa le mutandine trasparenti della Storia
il suo cervello fa segnali come un fazzoletto
e se non temesse il ridicolo
potrebbe essere papa o cravatta.
Il suo cuore è una selva autonoma
e dichiara:
«Quei signori scelgono le nostre poesie in base ai fronzoli come le puttane».
La stampa scrive: «È
un feroce assassino. Ha
sotto il naso i baffi come un passero
e si può riconoscere dai calzini».
Tuttavia passa oltre invisibile
aggrappandosi talvolta alle tende amministrative
e allora le folle con la bocca spalancata
vedono il brulicare delle cimici attraverso i vetri;
altre volte si fa fotografare in maniche di camicia
con una cinta colorata di maree
accanto al cappello di paglia dei letamai.
Passa così
calzando scarpe “DERMATA” come un pavone scintillante
un mezzodì brontolone all’occhiello:
è all’ascolto dei quattro punti cardinali
munito d’un samovar ardente a mo’ di cornetto acustico
ed incolla l’orecchio a Madrid: «Va bene».
Dall’Alaska arrivano le farfalle luminose delle ginocchia
Portogallo Portogallo
abbiamo un vecchio dalla voce acuta come il sangue di monete
tintinnanti sotto la morsa di tenaglie ossidate
Portogallo Portogallo
La Bibbia è un baffo funesto per
il naso degli usignoli d’Alaska
gli orifizi che ispirano i poeti sono incollati con gomma arabica
ogni orifizio è un fiore bruno
Portogallo Alaska
Nei pomeriggi balcanici le mamme vanno su di giri
«Presto andrò sotto terra
Gellu, tesoro mio, non dimenticare, una foto.
Avrai finito di uccidere i miei vecchi giorni».
D’accordo saprò quindi
sturarmi le orecchie lasciare che le mie dita fischino da sole
(come stivaletti che drizzano le orecchie al cielo)
esalerò dalle natiche le farfalle e le pipe del sogno
foderato di lana
saprò togliermi le ventose dal cervello
perché sgoccioli via il succo fetido dei versi dolciastri
saprò mamma nei momenti di gloria
sventolare i miei calzini puzzolenti sull’uscio dell’Accademia Rumena.
Vibrano sordamente i miei timpani come un diapason
La terra s’è assopita buffa nelle paludi dell’universo
il viandante incendiario è un armadio
o anche un canto conservato nelle tasche della bella redingote
Spiumate tutti gli uccelli dei Balcani
affinché abbiamo di che scrivere nuove cronache
(gli uccelli più grossi filati via dalle case)
Scriverò di te a caratteri cubitali:
«QUANDO TI TOGLI IL VESTITO VERDE RIMANI
NUDA COME UNA PENNA STILOGRAFICA».
Signori
ho scordato i baffi nel vagone letto
accanto ai sacchi di monete dei Rotschild
e l’unico guercio della regione quello che
masturba il sesso immenso dell’aria
slancia la mano tesa verso il raki d’una grossa somma di denaro
mi ha confidato il principale segreto della stazione:
IL MONDO COMINCIA A PUZZARE.
È una decomposizione generale la parte di un libro
un asso di fiori o un melone
cicogne sotto sciami di mosche penzolano le poppe delle ragazze
il caldo il freddo sono liane alle finestre dell’albergo
la puttana del numero 8 scoppia a ridere stuzzicata professionalmente
i wc hanno lampioncini imperiali e
le ragazze sorridono graziosamente pensando a delicati mutandoni
O che mani aristocratiche che cigni
la stessa terra presenterebbe le armi come un vecchio militare
se quelle dita le dessero un buffetto per ridere
I miei lunghi capelli pieni di polvere ne godrebbero
come di un flauto le labbra si appunterebbero come orecchini
con gioia i polmoni martellerebbero il suolo coi loro zoccoli
e i denti sogghignerebbero con languore:
«Signora, sotto il tavolo c’è un poeta,
non date calci, fanno male…»
ma nella loro pigrizia le foreste hanno un che di felino
gli artigli rientrati nei loro germogli
si strusciano contro i treni rapidi
leccano l’ovatta ardente delle locomotive
e salutano salutano con i fazzoletti dei loro sentieri
i ventri putridi della prima classe.
Il viandante incendiario tasta il proprio sacco consumato dal tempo
Ha fatto lucidare le scarpe Pubblica Piazza
alle 7 sonanti si trovava sulla Strada dell’Unione
dove ha sentito dei poeti brufolosi apostrofare gli allievi
nelle strade di Craiova:
«Anche gli dèi, ragazzo, sono stati esseri umani».
Nutrito a polmone e pesche
ha tosto urinato in tutte le stazioni in onore dei sottoprefetti
ed ha disegnato sui muri una freccia appuntita
marcata con la sigla T.S., un gambo di basilico all’orecchio
La sera rivedeva le vetrine la sera
era un opuscolo di propaganda
all’Hotel-Pidocchio dove 15
strilloni cantavano «Le colombe del crepuscolo».
Il viandante incendiario agitava le sue lenzuola come ali
e tutte le donne della città eiaculavano inni
Il viandante incendiario posando il suo cervello sul bordo della finestra
ha frugato nei cassetti delle sue costole
ed ha proferito:
«Gellu, tesoro mio, non dimenticare, la foto».
Perché lei era là nei cassetti nel sangue nel sacco
con il suo sorriso come una mandorla dolce-amara
con la sua farina di tepore sulla carne proprio in fondo all’abisso
e le pallottole di emicrania dei seni
le sue dita le sue dita erano di ghiaccio
e un sottile velo di sudore sui suoi
polpacci avvizziti prima del tempo lei diceva:
«il mio ventre è un salice piangente»,
Hé hé! Le strade hanno frustato la pianta dei miei piedi come sbirri
gli alberi hanno digrignato i denti
ed anche le banane e i fuochi. Vetture diplomatiche si sono smoccolate nelle fini bandiere.
In galera ho assassinato non pochi pidocchi
le sere in cui Dio si grattava la schiena
Potrei ora rimboccare le maniche della mia gioventù
e con le dita potenti farmi colare il moccio
sui salici di ricordi?
Potrei guardare ciò che è stata la mia vita
come un qualsiasi polveroso laboratorio
in cui ho lavorato?
Potrei incanalare i miei fiumi e i miei ruscelli e i miei tamburi
verso i polpacci di cristallo verso le tovaglie
verso i sottili quaderni dalle lunghe chiome?
Che importa se le finestre non hanno denti
il freddo può ricoprirsi con cura di materassi
le mie ragazze tutte le mie povere ragazze simili a coltelli
sbaciucchiano i signori e mi dimenticano
ma qui da te fa bello e tu
sei una tazza di the caldo.
Il viandante incendiario esamina con cura il proprio volto
il suo occhio sinistro dove c’è
un fiore di capelli rossi in disordine
il suo occhio sinistro è diventato di volta in volta un cappello di feltro
un’ala un portafebbri
poi borbotta: Kölnisches Wasser
e la sera rivedeva le vetrine la sera
era un opuscolo di propaganda.
[Drumeţul incendiar, 1936]