Sobre Informalidad (es-it) 2010

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Gabriel Pombo Da Silva

Vivir las prácticas insurreccionales lo mismo que organizarse informalmente es, en suma,
estimular a lxs individuos a recuperar el control (sin delegadxs o
expertxs) sobre su vida en “lo privado” (particular) y “lo
social”; como espacio que determina modelos de
vida/espectativas/rolles/comportamientos/fines/etc…

Que yo “apueste” por el principio federativo y grupos de acción
más “estables” (en el espacio-tiempo) que “difusos”
es por mi convencimiento personal que esta forma de organizarse no
ahoga o sanciona la autonomía del grupo o las otras
expresiones de lucha que se hacen complementarias.

La acción debe ciertamente ser un medio legítimo de
autodefensa y ataque al alcance de todxs (como lo son las IDEAS),
pero esto tampoco lo podemos “imponer” sino que debe ser
“sentido” y elegido por cada cual…

Elegir una forma “cerrada” de organizarse es algo opcional y no
sólo una formulación política.

Lo que cuenta es la afinidad y las dinámicas
(de discusión teórica y praxis revolucionaria) así
como las experiencias acumuladas (individual y colectivamente): como
individuos, grupo y como parte del movimiento antagonista que actúa
en el escenario social…

Hay compañerxs que opinan que actuar de forma más o menos
“cerrada” (y no abierta) entre las mismas personas, les
garantiza mayor “seguridad”… tanto
en el desarrollo de la acción como en evitar “filtraciones”.

Hay compañerxs que desean asumir sus responsabilidades y acciones
de forma plena (asumiendo a la vez las consecuencias) y por ello
adoptan un acrónimo fijo y otrxs compañerxs no ven la
necesidad de asumir las acciones con siglas pues las acciones se
desarrollan en contextos que “se explican a si mismas”.

A mi juicio ambos planteamientos son legítimos… por eso
también rechazo las “acusaciones” de “vanguardistas”
que ciertxs compañerxs organizadxs en grupos “estables”
han recibido desde el movimiento antiautoritario: me refiero a la FAI
(informal)
y “Células del Fuego” (entre otras)…

El nivel de conciencia sobre la necesidad del ataque (y eso radica en
lxs integrantes de cada grupo, su análisis de la situación,
local e internacional, táctica y estratégicamente;
fines a conseguir, objetivos marcados, etc.) hace que compañerxs
opten por modelos organizativos que son más “cerrados”
que otros. Cada grupo en función de sus individualidades y
aspiraciones operativas tendrá que ser muy cauto y acertar en
sus elecciones: en los compañerxs, en los medios y lo
planeado…

Quienes desean llevar a la praxis acciones de ataque (liberación)
complejas precisan de una cualificación “específica”
que no puede encontrarse en una reunión espontánea de
compañerxs.

Esto significa que los fines/objetivos que cada grupo se propone llevar a la práctica
determina las formas organizativas y lxs compañerxs que
formarán parte de los grupos…

Como anárquico valoro toda expresión de lucha: ocupaciones,
manifestaciones, pintadas, sabotajes, expropiaciones, etc…

No creo que yo eligiese a “cualquier compañerx” para
desarrollar un proyecto en una Okupa; hacer un expropiación o
llevar a cabo una liberación… de
ese aspecto ( la elección de compañerxs) se encarga la
afinidad y la confianza que cada cual me inspira en según que
cosas…

De hecho podría vivir en una Okupa con unxs compañerxs
(con lxs que desarrollo un proyecto cultural, social, musical,
comunitario, etc.) “aliarme” esporádicamente
con otrxs para llevar a cabo acciones difusas no complejas y, tener
un grupo “cerrado” con el que llevo adelante acciones
complejas (expropiaciones, liberación de compas, etc.) que
otrxs compañerxs no estarían dispuestxs a llevar a
cabo…

Como ya he dicho no priorizo un método sobre todo como tampoco
fetichizo solamente la violencia revolucionaria. Considero que el
proyecto insurreccional anarquista es algo vivo que intenta abarcar
todas las cuestiones relativas a la dominación y la
liberación.

La dominación se combate con la teoría y la praxis, y la
liberación se alcanza del mismo modo…

Gabriel,

enero 2010

 

Sull’informalità

Gabriel Pombo Da Silva

tradotto da Culmine

Vivere le pratiche insurrezionali od organizzarsi informalmente, insomma, si
tratta di stimolare gli individui a recuperare il controllo (senza
delegati o esperti) sulla propria vita nel “privato”
(personale) e nel “sociale”, come spazio che determina
modelli di vita/aspettative/discorsi/comportamenti/fini/ecc…

Che io “punti” sul principio federativo e sui gruppi d’azione
più “stabili” (nello spazio-tempo) che “diffusi”
si deve alle mie convinzioni personali, laddove queste forme di
organizzazione non soffochino o sanzionino l’autonomia del gruppo o
le altre espressioni di lotta che le sono complementari.

L’azione deve essere certamente un legittimo mezzo d’autodifesa e d’attacco
alla portata di tutti (come lo sono le IDEE), ma non possiamo
“imporla”, bensì deve essere “sentita” e
scelta da ognuno…

Scegliere una forma “chiusa” di organizzarsi è un qualcosa di
opzionale e non solo una formulazione politica.

Quelle che contano sono l’affinità e le dinamiche (di discussione
teorica e di prassi rivoluzionaria), così come le esperienze
accumulate (individualmente e collettivamente) come individui, gruppi
e come parte del movimento antagonista che agisce nello scenario
sociale…

Ci sono compagni che pensano che agire in maniera più o meno
“chiusa” (e non aperta) tra le stesse persone, garantisca
ad esse maggior “sicurezza”… sia
nella realizzazione dell’azione come nell’evitare le “infiltrazioni”.

Cisono com pagni che desiderano assumere le proprie responsabilità
ed azioni in maniera piena (con tutte le conseguenze) e per questo
adottano un acronimo fisso ed altri compagni che non vedono il
bisogno di associare le azioni con le sigle, perché le azioni
si effettuano in contesti che “si spiegano da se stessi”.

A mio giudizio, entrambe le posizioni sono legittime.. ed è per
questo che non accetto le “accuse” di “avanguardisti”
che certi compagni organizzati in gruppi “stabili” hanno
ricevuto dal movimento antiautoritario: mi riferisco alla
FAI (informale)
e alla Cospirazione delle Cellule di Fuoco ( tra gli altri)…

Il livello di coscienza sul bisogno dell’attacco (e questo ha a che fare
con i componenti di ciascun gruppo, l’analisi della situazione locale
e internazionale, tattica e strategia, fini da ottenere, obiettivi
segnati, ecc.) fa sì che dei compagni scelgano dei modelli
organizzativi che sono più “chiusi” di altri. Ogni
gruppo in funzione delle sue individualità ed aspirazioni
operative dovrà essere molto cauto e dovrà indovinare
nella scelta dei compagni, dei mezzi e di quanto progettato…

Quelli che desiderano mettere in pratica azioni di attacco (liberazioni)
complesse hanno bisogno di una “specifica” qualifica che
non si può trovare in una spontanea riunione di compagni.

Ciò significa che i
fini/obiettivi, che ciascun gruppo si propone di mettere in pratica,
determinano le forme organizzative e i compagni che ne faranno
parte…

Come anarchico apprezzo qualsiasi espressione di lotta: occupazioni,
manifestazioni, scritte, sabotaggi, espropri, ecc…

Non credo d’aver scelto un “qualsiasi compagno” per portare
avanti un progetto in uno spazio occupato, un esproprio o una
liberazione… su
questo aspetto (la scelta dei compagni) s’incaricano l’affinità
e la fiducia che ognuno m’ispira a seconda delle azioni…

Pertanto, io potrei vivere in un spazio occupato con alcuni compagni (con i
quali porto avanti un progetto culturale, sociale, musicale,
comunitario, ecc.), “allearmi” sporadicamente con altri per
effettuare azioni diffuse non complesse ed avere un gruppo “chiuso”
con il quale realizzare azioni complesse (espropri, liberazioni di
compagni, ecc.) che altri compagni non sarebbero disposti a fare…

Come ho già detto, non dò la priorità ad un metodo e
soprattuto non ho il feticcio della violenza rivoluzionaria.
Considero che il progetto insurrezionale anarchico sia qualcosa di
vivo che cerca di abbracciare tutte le questioni relative al dominio
ed alla liberazione.

Il dominio si combatte con la teoria e la pratica, la liberazione si
ottiene alla stessa maniera..

Gabriel,

gennaio 2010