I naufraghi della vita

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Giovanni Gavilli

 

In una notte di tempesta avevano veduto colare a picco nel Pacifico il bastimento che doveva ricondurli in Europa: delle ottanta persone che, fra passeggeri ed equipaggio, vi erano imbarcate, essi soli avevano potuto salvarsi: il nostromo, tre marinai e il figlio del capitano, un giovanetto di quindici anni.

Da quattro giorni e quattro notti la barca su cui si erano salvati, forse per non trovarvi che una più lunga terribile agonia, se n’andava alla deriva, furiosamente sbattuta dai marosi e dal vento. Avevano potuto recare seco solo una piccola gerla di poche gallette e una fiasca d’acqua; ma ben presto questa e quelle erano finite per essi; ché, l’ultimo avanzo l’avevano serbato a Giacomo, il quale durante la giornata non si era mosso dal fondo della barca, dov’era sdraiato ed immobile come morto. Gli occhi chiusi, la bocca semi aperta, il viso bianco come fosse di cera, parevano indicare che il giovanetto avesse finito quella disperata esistenza; ma sotto la gola una vena del collo gonfia e turchina pareva a Pietro – il più vecchio dei naufraghi – che pulsasse ancora, e si chinò su Giacomo, che egli aveva veduto nascere, e gli pose una mano sul cuore.

«Batte, batte ancora; ma…» disse e, raddrizzatosi, si asciugò col dorso della destra una lacrima. Gli altri non fiatarono, e Pietro restò cogli occhi fissi sul suo povero figlioccio, giacché lo aveva tenuto a battesimo. Passarono, così, poche ore in quell’angoscioso silenzio. Poi il più giovane dei marinai, come riscuotendosi di soprassalto, esclamò, con un lampo negli occhi e tutto tremante nella persona: «ma perdio, qui si muore, e nulla si vede ancora all’orizzonte!… Forse ci potremmo salvare, se avessimo…» e così dicendo frugò bramoso nella piccola gerla; era vuota e la scagliò rabbiosamente in mare; e, rivolto a Pietro, soggiunse: «prima di morire così tutti, bisogna pur tentare qualche cosa; chissà che qualche nave non spunti all’orizzonte. Io non voglio morire, non voglio morire!».

E pronunciando queste parole con accento di disperazione aprì un lungo ed acuminato coltello, lo brandì in aria e fece l’atto di chinarsi sul povero Giacomo, ma si trattenne; Pietro che dal moto delle labbra pareva pregasse, gli gridò: «che cosa volete fare?».

«Io non voglio morire, non voglio morire!» ripeté il giovane marinaio; e, tagliata, rapido come un fulmine, la gola al povero Giacomo, gli si gettò addosso a suggerne il sangue…

Allorché, tre giorni dopo, furono raccolti da un vapore inglese, avevano mangiato una parte di quel miserando cadavere, e ne aveva mangiato anche Pietro, il padrino della povera vittima. Erano tutti e quattro in preda ad altissima febbre e ad intermittenti tremiti per tutte le membra; avevano le gambe enormemente gonfie, gli occhi tumidi, e non restava loro che poche ore di vita. Pietro spirò mentre i marinai del “Vittoria” lo traevano a bordo. I tre superstiti furono poi, appena poterono rimettersi in salute, processati, e i giudici inglesi li mandarono assolti. La lettura di questo terribile brano di cronaca marinara, riferito da Sir William Jonson nelle sue «memorie di viaggio» mi richiamò alla mente, fra i naufraghi della vita, alcuni franchi lottatori, caduti poi miseramente vinti, e mi domandai e mi domando che cosa avrebbero fatto nei panni dei giudici che prosciolsero da ogni responsabilità i divoratori del povero Giacomo Wood i buoni comunisti anarchici che così ferocemente condannarono e condannano Ravachol e i banditi rossi di Parigi…

No, non domando ghirlande, tele o monumenti a nessuno; son nemico dei simboli ed avversario di chi li venera; ma penso che gli anarchici scendano al di sotto dei borghesi, allorché si ricusano di esaminare e di riconoscere le ragioni di difesa che i naufraghi della vita o i loro difensori hanno diritto di far valere nella critica e nella lotta.

I giudici dei divoratori del giovanetto Wood non erano davvero cannibali ed assolvettero quegl’infelici naufraghi; i comunisti si dicono anarchici e si dimostrano borghesi e della più feroce specie, allorché si accaniscono a condannare ferocemente, come sogliono, i vinti ribelli a Dio, alla morale e al padrone. Il loro torto e il mio sano diritto di critica spassionata possono leggere nelle ragioni esposte da Ravachol ai giudici suoi e attingervi il convincimento che delinquente non è chi della delinquenza difende le vittime più lacrimevoli, tratte all’abisso dalla tremenda necessità di vivere e di combattere.

Tutto al più può essere una tale difesa peccato pei religiosi e delitto per gli autoritaristi; ma per chi si dice anarchico, è virile irresistibile bisogno.

 

 

[Antitesi, numero unico, aprile 1953