LOS ANGELES – NO JUSTICE, NO PEACE – VIOLENT REVOLT

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di Pier Leone Porcu

L’ANTECEDENTE

Il 4 marzo scorso, le principali reti televisive americane trasmettevano un significativo filmato che mostrava quattro agenti bianchi in borghese del Dipartimento di polizia di Los Angeles intenti a infierire brutalmente con bastoni, manici di pistola e calci sul giovane nero Rodney King che giaceva esangue a terra vicino ad un’auto. Il filmato, girato casualmente con una video camera dall’operatore dilettante George Hollyday, pubblica statunitense, attraverso i teleschermi, la realtà di ciò che si è trasformata la guerra contro il crimine e il narcotraffico proclamata da rambo Bush in ogni angolo degli USA.

In questo senso, proprio la metropoli di Los Angeles costituisce il caso più emblematico. Il dipartimento di polizia considera i propri agenti alla stregua di marines da impiegarsi sul fronte di una guerra nei ghetti neri ed ispanici ventiquattro ore su ventiquattro. La polizia, per dar corso a queste operazioni di cosiddetta guerra contro il crimine organizzato, usa come pretesto l’alto numero di omicidi che avvengono ogni anno, oppure le gang di teenagers organizzate che contano decine di migliaia di aderenti. Alla stregua di truppe armate di occupazione, gli agenti -oltre le ottomila unità- si comportano come un commandos e si sentono autorizzati a impiegare qualsiasi mezzo contro il nemico, identificato negli abitanti del ghetto. I rastrellamenti, operati in perfetto stile nazista, sono talmente numerosi, nei ghetti latinos e neri, che si è persino perso il conto. Questo tipo di operazioni hanno un nome tristemente famoso, cioè operation hammer, che letteralmente tradotto significa operazione martello. Ciò rende assai bene l’idea di che genere di cose si tratta. Sono operazioni consistenti in improvvisi blitz durante i quali le forze dell’ordine circondano le zone interessate con autoblindo ed elicotteri e poi invadono le case. Tutte le porte che non si aprono vengono sfondate, gli appartamenti saccheggiati col pretesto di cercar droga, e gli uomini vengono tutti portati alla Centrale per controlli di identità. Spesso, prima di andar via, a coronamento di questa loro impresa, scrivono sui muri del ghetto teatro dell’operazione con lo spray LAPD rules, che vuol dire qui comanda il Dipartimento di polizia di Los Angeles. In queste spettacolari operazioni gli agenti fanno uso di fucili a pompa, fucili di assalto a ripetizione, elicotteri perfettamente attrezzati per il loro uso notturno, di strumenti di comunicazione ultra moderni. Duranti i fermi, fanno uso di super manganelli e bastoni elettrici, che sono quanto di meglio offre il mercato sul fronte della ricerca tecnologica congiunta all’uso scientifico della medioevale pratica della tortura. I manganelli in dotazione sono lunghi 60 cm, sono di un modello speciale in alluminio chiamato monadnock Pr 24 e sono stati concepiti per infliggere il massimo dei danni con il minimo sforzo per chi li impugna. Poi fanno uso anche di bastoni elettrici taser, che hanno la capacità di infliggere una fortissima scarica elettrica, che provoca in chi la riceve dei danni simili a quelli provocati dall’elettroshock.

Angeles contro i latinos e i neri si manifesta attraverso i metodi più brutali e violenti, basti pensare che nel ’78, Daryl Gates, capo dell’attuale polizia, appena entrato in carica, guidò personalmente in un quartiere ispanico le operazioni d’assalto contro un covo di trafficanti di droga, usando un ariete di acciaio lungo 4 metri e 20 cm. La casa presa di mira fu distrutta e tre bambini rimasero uccisi sotto le macerie. L’amministrazione comunale della città nel ’90, ha dovuto pagare 11 milioni di dollari a cittadini brutalizzati dagli agenti di polizia, mentre una speciale commissione nell’ambito di una inchiesta apertasi dopo il coso Rodney King, ha presentato il 9 luglio scorso un rapporto che documento episodi di ripetuta violenza e di razzismo nel Dipartimento di Los Angeles.

UN PO’ DI STORIA

La trasformazione del Dipartimento di polizia di Los Angeles in un corpo paramilitare ha inizio negli anni ’50, a opera di William Paker, legato agli ambienti dell’estrema destre, il quale, appena insediato a capo della polizia, diede corso a un radicale processo di militarizzazione del Lapd (Division internal affairs della polizia), trasformandolo da accozzaglia di poliziotti corrotti e ubriaconi in un moderno e super efficiente burocratico apparato poliziesco, in grado di controllare l’intero territorio metropolitano in qualsiasi momento. Parker indicava nel comunismo, nella decadenza morale e nelle minoranze di colore i tre maggiori pericoli per gli USA, per giustificare la sua politica nazistoide e razzista riguardo l’ordine pubblico della metropoli. Dopo la rivolta di Watts del ’65, Parker e il suo vice Gates, crearono il famigerato corpo speciale Swat (Special weapons and tactical teams), che era formato da squadre armate e super addestrate con compiti di controguerriglia urbana. Queste erano composte da cinque uomini reclutati tra i veterani dell’esercito. In sostanza queste squadre hanno fatto da modello a quelle squadre speciali oggi operanti in ogni polizia del mondo. Gli Swat nacquero con il pretesto che alla base dei disordini nel ghetto di Watts, opinione di Parker e Gates, non vi erano cause sociali ad averli alimentati, ma esclusivamente gruppi fortemente armati, strutturati in vista di scontri violenti contro la polizia.

strategia militare e poliziesca seguita dal Dipartimento di polizia di Los Angeles proviene da questo fatto. È quindi da molti anni prima che incominciasse la lotta contro i narcotrafficanti e le attuali bande giovanili che la polizia è armata ed equipaggiata in questo senso, ed è all’avanguardia rispetto alle altre polizie metropolitane operanti negli altri States.

LA GUERRA CONTRO I LATINOS E I NERI

È dai tempi delle black panthers che la polizia di Los Angeles impartisce ai propri agenti, che vengono reclutati nei sobborghi lontani dalle metropoli, un addestramento psicologico alla guerra e all’odio sfrenato contro latinos e neri, per cui la violenza contro gli abitanti dei ghetti è la norma, una prassi comportamentale quotidiana. Così, in vista di una guerra senza quartiere, nei sotterranei della centrale di polizia di Los Angeles è stato creato un ultrasofisticato centro di comunicazione, che non ha nulla da invidiare al Dipartimento della sicurezza delle Forze Armate Statunitensi. Questo centro di comunicazione, specchio del controllo sociale informatizzato, rende bene l’immagine di quella sarà la modernissima polizia telematica nella società tecnologizzata americana. Infatti, in questo modo la polizia sa minuto per minuto, ventiquattr’ore su ventiquattro, quel che accade in ogni punto della metropoli, in quanto nella sala di comando si sa sempre dove si trova ogni unità operativa, sia che si tratti di un’auto di pattuglia o di un elicottero di ricognizione. Gli elicotteri in dotazione alla polizia sono quanto di meglio offra la tecnologia in questo campo: sono muniti di visori a raggi infrarossi e di proiettori che emettono un fascio potentissimo di luce capace di illuminare a giorno la zona inquadrata. Si tratta degli ultrasofisticati modelli Aereospatiale e dei famosi del Jet Rangers, impiegati dalle truppe americane in Salvador. Per capire l’importanza ricoperta da questi mezzi nel piano gestione/amministrazione dell’ordine pubblico ad opera della polizia, basti pensare che nell’aprile dell’88, in una sola notte, con l’ausilio di questi mezzi furono arrestati quasi 1500 teen agers, nella zona di South Central, che si estende dal centro civico al porto attraverso Watts e Compton. L’anno scorso i rastrellamenti di questo tipo portarono al fermo di oltre 50.000 persone. I computer della LAPD non servono solo a registrare omicidi, rapine, stupri, o a far si che i poliziotti appaiano infaticabili nel trascinare davanti ai giudici sempre più frustrati e annoiati, torme di teen agers sospettati di appartenere a qualche gang, o a perseguire gli automobilisti passati col rosso al semaforo, ma soprattutto a schedare chiunque è sospettato di attività sovversiva. Per tutti gli anni ’80 questa sinistra attività di schedatura la svolse la dissolta pubblic disorder & intelligence division, che ha compilato migliaia e migliaia di dossier, soprattutto inerenti che aiutava i rifugiati salvadoregni e guatemaltechi a sfuggire agli squadroni della morte. Da questo quadro kafkiano del sospetto instaurato da questi anonimi agenti spia dislocati ovunque nella metropoli non sono sfuggiti neppure tutti i membri del Consiglio comunale, rei di aver criticato i sempre più cospicui finanziamenti stanziati per la polizia. Si racconta a mo’ di barzelletta che i suddetti dossier siano stati distrutti, questo perché sulle cenere della suddetta divisione ne è nata un’altra, simile, ma a quanto pare molto più efficiente ed esperta di quella precedente: la Antiterrorismo Division. Il Dipartimento di polizia di Los Angeles aggiorna in continuazione i dossier su 30.000 presunti appartenenti a gang giovanili criminali. I poliziotti agiscono con mentalità da setta, considerando tutti gli abitanti dei ghetti dei potenziali criminali, su questo punto la valutazione della popolazione nei loro confronti è identica in quanto li considerano una confraternita legalizzata di criminali in divisa. In sostanza per gli agenti del Dipartimento di polizia di Los Angeles non ci sono che due categorie di cittadini: da un lato quelli da proteggere con ogni mezzo, vale a dire la creme privilegiata che abita nei quartieri extra lussuosi e ultra-avveniristici come Beverly Hills, e dall’altro solo sospetti da arrestare e incriminare, nell’ambito di una sfrenata caccia alle Streghe dove la conclamata guerra al crimine o al narcotraffico è unicamente una guerra senza quartiere, condotta contro i poveri, dato che a che farne le spese quotidianamente sono gli abitanti dei ghetti latinos e neri.

DALLA BEFFA ALLA RIVOLTA

A Los Angeles, il 2 marzo ’92, si è aperto il processo contro i quattro agenti bianchi (Stacey Koon, Laurence Powell, Theodore Briseno e Timoty Wind) responsabili del brutale pestaggio che portò il giovane nero Rodney King all’ospedale con una gamba spezzata, la mascella fratturata e contusioni varie. Sede del processo il sobborgo di Venture County, dove vive una comunità di bianchi, molti dei quali poliziotti, con una giuria popolare composta da 10 bianchi, un asiatico e un ispanico e nessun nero. Dopo quasi due mesi di lavori, il processo si è concluso mercoledì sera 29 aprile, con l’emissione di un verdetto che ha assolto i quattro poliziotti da tutti i reati (violenza e rapporto falso). Solo uno dei quattro, Powell, tornerà sul banco degli imputati il 15 maggio ’92, per rispondere di eccessivo uso della forza. Questa sentenza è suonata come un’atroce beffa razzista nei confronti della popolazione nera di Los Angeles, la quale ha dato così corso all’esplosione della propria rabbia sfociata nella rivolta aperta e violenta contro il dilagante razzismo poliziesco e le allucinanti condizioni di miseria e invivibilità presenti nel ghetto. Per quattro giorni gli abitanti dei ghetti di Los Angeles hanno trasformato in un immenso campo di battaglia intere aree della metropoli, dando luogo ad incendi, saccheggi, sparatorie e distruzioni varie.

Epicentro della rivolta è stato South Central, dove all’angolo di florence e Normandie Boulevard, nel cuore di un quartiere devastato dalla povertà, dalla disoccupazione, dal crimine e dalla violenza quale unica forma di sopravvivenza, le gang giovanili, gruppi di giovani neri, hanno iniziato a tirare sassi ed estrarre dalle loro lussuose macchine i bianchi. Da questi primi disordini, si è passati, col generalizzzarsi della situazione, ad altre forme di contestazione violenta, assaltando, saccheggiando e incendiando da ogni struttura commerciale, fino alla istituzioni divenute un obiettivo da distruggere.

LA RIVOLTA SI ESTENDE

Sull’onda di tutto quello che trasmettevano in diretta i vari network televisivi su quanto andava accedendo a Los Angeles, la rivolta si è praticamente estesa a tutte le principali metropoli degli States. A New York, la grande paura, ha fatto si che tutti i negozi, gli uffici, e i grandi magazzini venissero chiusi come misura precauzionale per evitare possibili danni, il tutto giustificato con la motivazione di voler permettere ai propri dipendenti di porsi al sicuro tra le robuste e confortevoli pareti domestiche. Vi sono state manifestazioni spontanee di latinos, bianchi e neri, abitanti nei ghetti a Brooklin e in Times Square, nel corso delle quali vennero distrutte parecchie vetrine e automobili. Nella tarda serata di venerdì, ci sono stati scontri violenti ed Est Village tra giovani ribelli e forze di polizia, e vennero tratti in arresto 70 dimostranti. Ad Atlanta, i giovani neri, quasi contemporaneamente a quanto accadeva a Los Angeles, diedero corso a violentissimi scontri contro la polizia. Vi furono manifestazioni studentesche anch’esse disperse dalle squadre di polizia antisommossa. Bilancio: 200 arresti. San Francisco venne dichiarata dalle forze dell’ordine in stato d’assedio. Manifestazioni, scontri, arresti e saccheggi si verificarono anche a Philadelphia, Baltimora, Seattle, Omama e nel Wisconsin. A Las Vegas, nel corso dei disordini sono rimaste uccise tre persone. A Los Angeles, il bilancio dei quattro giorni di rivolta è pesantissimo, data l’infame opera di macelleria repressiva condotta congiuntamente da Polizia, Guardia Nazionale, FBI e Truppe Federali che hanno formato un esercito di 20.000 unità tra cui 4.500 militari anti-sommossa.

COSA C’È DIETRO?

Nessuno ha parlato del futuro dei giovani abitanti nei ghetti metropolitani, il perché è semplice: non c’è nessun futuro. Il sogno americano dell’integrazione razziale è bruciato proprio la dove 27 anni prima era partito. Los Angeles, infatti, è stata teatro della prima grande rivolta contro la discriminazione razziale: quella di Watts del ’65 e divenne il simbolo della collera e del riscatto per tutta la popolazione afro-americana. Questa rivolta scoppiata nel ghetto nero di Watts da cui prese poi il nome, imperversò per 6 giorni e fu incontrollabile. I macellai della Guardia Nazionale, come è accaduto per quest’ultima rivolta, fecero allora un’autentica carneficina con migliaia e migliaia di arresti, i feriti furono a centinaia, i giovani ribelli afro-americani uccisi 34 e i danni alle strutture commerciali e pubbliche risultarono anche in quella occasione incalcolabili. In quel periodo seguirono poi la rivolta di Tampa, Dayton, Atlanta, Cincinnati, Washington, fino all’altra grande rivolta di Detroyt del ’67, il cui bilancio fu più grave di quello di Watts: i morti furono 44. In mezzo ci sono : la rivolta di Boston , nata nel quartiere nero di Roxbury ed estesasi fino al centro della città, in tale occasione la polizia aprì il fuoco sulla folla, i feriti furono 70; la rivolta di Newark, nel New Jersey e quella di Harlem, il quartiere nero di New York. Questi erano gli anni del grande risveglio nero, delle marce pacifiste per i diritti civili di Martin Luther King, ma anche dello svilupparsi del BRUCIA RAGAZZO BRUCIA, del movimento di Rap Brown e di Stokeley Carmichal, che considerava l’uso della violenza insurrezionale indispensabile allo sviluppo rivoluzionario del movimento di liberazione afro-americano. Nel ’68 la grande ondata di rivolta sembra cessata, sono i primi effetti della politica progressista dei democratici, basata sull’integrazione, sul rispetto delle leggi legate ai diritti civili e la guerra alla povertà. Il disarmo della rivolta violenta, opera del movimento pacifista sorto attorno alla guerra del Vietnam, che incenala la protesta sugli innocui binari della legalità e ciò che consentono le autorità, non crea alcun problema all’amministrazione americana. L’assassinio di Martin Luther King scatena di nuovo, un po’ dappertutto, la rivolta di piazza con relative violenze, incendi, saccheggi e morti. La parte del paese più conservatrice e reazionaria è frustrata, in quanto l’esercito americano lascia il Vietnam sconfitto. Trova la sua rivincita con l’insediamento alla Casa Bianca del repubblicano Ronald Reagan che, in breve tempo, smantella l’apparato di assistenza sociale pubblica ai poveri e trasforma la guerra alla povertà in una guerra contro i poveri. E il silenzio imposto alla protesta è contornato dal terrore armato delle forze di polizia, mobilitate ovunque permanentemente per stroncare sul nascere ogni accenno di rivolta. Vi sono in questo periodo azioni e reazioni che permangono, però sempre circoscritte. I tempi dei Kennedy, dei Lyndon Jonson e dei Martin Luther King sono ormai distanti anni luce. Con l’avvento di Bush si ripropone il modello politico gestionale-amministrativo della parte peggiore e più reazionaria del Paese in quanto lo sfrenato liberalismo riapre tutte le porte alla più sordida e strisciante discriminazione razziale, quella in guanti bianchi che passa per la disoccupazione, il peggioramento generalizzato di tutte le condizioni sociali vissute nei ghetti dalle fasce più deboli ed emarginate del proletariato statunitense, mentre accresce la ricchezza delle fasce più abbienti, in sostanza va accentuandosi sempre più il divario tra povertà e ricchezza, i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Questa rivolta ha messo in luce il volto cinico e spietato della società tecnologica e multirazziale americana, pervasa in ogni suo anfratto di razzismo e violenza legalizzata che colpisce in particolare i giovani abitanti dei ghetti. Per loro non vi è futuro se non nella rivolta armata e violenta contro questo stato di cose.

La sola speranza di un cambiamento radicale è quindi racchiusa in quel BRUCIA, RAGAZZO, BRUCIA senza aspettarti nulla dal potere!

(estratto dal giornale di critica anarchica “Ammutinamento del Pensiero n.2, giugno 1992)