Rimbalzi (it/fr)

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Ricochets

Ricochets è un bollettino nato in seno alla lotta contro la costruzione di una maxi-prigione a nord di Bruxelles. È una lotta al di fuori di ogni partito e organizzazione ufficiale, una lotta che propone di impedire direttamente, concretamente, da noi stessi, la costruzione di questa nuova galera. È una lotta vasta, in quanto la maxi-prigione è un progetto emblematico dei tempi che corrono: un generale giro di vite, un aumento della repressione, una violenta ristrutturazione della città in funzione dei bisogni del potere e dell’economia…

Ricochets ha lo scopo di condividere le notizie su questa lotta, di diffondere le sue diverse espressioni, di approfondirla con riflessioni critiche. Intende creare uno spazio autonomo di legami tra coloro che si battono direttamente contro questo nuovo carcere e aprire così una possibilità: quella che le loro azioni possano rimbalzare in uno slancio incontrollabile.

Ribelliamoci contro la maxi-prigione

Lo Stato belga vuole costruire un nuovo carcere ad Haren, a nord di Bruxelles. È previsto che diventi la più grande struttura detentiva del Belgio, una maxi-prigione, un vero villaggio penitenziario che raggrupperà cinque diverse carceri in un solo luogo. Come le altre nuove prigioni costruite in questi ultimi due anni, quella di Bruxelles sarà inoltre realizzata da un «partenariato pubblico-privato». Ciò significa che la sua costruzione e gestione sono interamente in mano ad imprese private, e che lo Stato l’affitta a tali aziende per 25 anni, dopo di che diventerà infine una sua proprietà. Non occorre cercare troppo lontano per comprendere gli interessi economici giganteschi che questo progetto rappresenta.

Questa maxi-prigione sarà anche la prima in Belgio in cui sarà possibile rinchiudere tante persone (il complesso conterrà 1200 celle), fra uomini donne e bambini. Un tribunale interno al carcere permetterà inoltre di limitare gli spostamenti di detenuti al minimo indispensabile.

La costruzione di questa atrocità è la ciliegina sulla torta del «master plan» concepito da uno dei precedenti governi e che prevede la costruzione di circa nove nuove carceri, in ogni angolo del paese. Questo progetto viene spacciato alla popolazione come la risposta ultima al sovraffollamento e alla marcescenza avanzata di certe carceri, come un grande passo verso una reclusione più umana, più attenta al reinserimento dei detenuti. Una tale mossa era per il potere quasi inevitabile, dato che il mondo carcerario da qualche anno è tormentato da evasioni, da sequestri di secondini, da proteste, da piccoli e grandi ammutinamenti. Per di più le condizioni di detenzione hanno generato diversi interventi internazionali che hanno bacchettato lo Stato belga. Vogliono quindi farla finita con disordini, rivolte e attenzioni internazionali. Ma tutto questo discorso di umanizzazione, estratto dal cappello in tempi di presunta crisi per far sì che la popolazione accetti l’enorme esborso di denaro destinato alla reclusione, è ovviamente una stronzata assoluta. Non è che un rivestimento contemporaneo per qualcosa di molto antico; il potere che affila sempre più le sue armi repressive per mettersi al sicuro, per difendere se stesso, per preservare le sue mire di maggior controllo e repressione.

Attualmente in Belgio viene investito denaro in svariati modi nella giustizia. Non ci sono soltanto migliaia di nuove celle, c’è anche l’estensione del sistema del braccialetto elettronico, il domicilio coatto, le pene di lavoro, le multe, ecc. Per lo Stato, non si tratta di umanizzare le sanzioni, bensì di estenderle a tutti coloro che oggi trovano ancora delle scappatoie e riescono a sottrarsi alle grinfie della giustizia. Aumentando notevolmente la capacità delle carceri e ampliando le possibilità di pene alternative, vuole darsi tutti i mezzi possibili per avere un maggior controllo della società, per poter punire ancora più persone e rinchiuderle in una galera, nel proprio domicilio, al lavoro o strangolate dai debiti.

E i potenti hanno capito più che mai che la realizzazione di tutto ciò non passa unicamente per le costruzioni tradizionali dell’apparato repressivo. Se osserviamo la città di Bruxelles, vediamo che la maxi-prigione non è il solo progetto con l’obiettivo di controllare le persone, di determinarne in differenti maniere il comportamento, d’influenzarne e di delimitarne la vita quotidiana. Fino agli angoli più remoti della città, i progetti che lo testimoniano spuntano come funghi: dalla costruzione di nuovi commissariati all’installazione di più telecamere di sorveglianza, passando per una presenza rafforzata di poliziotti nelle strade. Dall’estensione del quartiere europeo alla creazione di una rete di trasporto pubblico estremamente controllata per condurre i lavoratori che non abitano in città rapidamente ed efficientemente fino ai posti di lavoro. Dalla costruzione di templi sempre più grandi dedicati al consumo, alla creazione di nuovi alloggi costosi nei quartieri più poveri per realizzare una «pulizia sociale». Tutte queste brillanti invenzioni non sono altro che strumenti col solo scopo di mantenere le persone nei propri ranghi o di forzarle a rientrarvi e di etichettare, umiliare, scacciare e rinchiudere chi non può o rifiuta di farlo consapevolmente. La nuova maxi-prigione ad Haren e la ristrutturazione urbana a Bruxelles sono le due facce della stessa medaglia.

Quasi due anni fa, venivano distribuiti i primi volantini che esprimevano una opposizione radicale alla costruzione del carcere ad Haren, collegando direttamente questo ennesimo progetto repressivo dello Stato alla lenta ma sicura trasformazione della città in una grande prigione a cielo aperto. Da allora, è nata una lotta che ha conosciuto molte iniziative ed intensità differenti: volantini, manifesti, scritte, presidi, occupazioni, manifestazioni, sabotaggi, azioni dirette. Tutte iniziative che respirano un’attitudine antipolitica, e sono un invito a ciascuno e a ciascuna per passare anche all’attacco, in conflitto diretto coi potenti e i loro piani. Esse rivendicano anche l’autonomia della lotta, incoraggiando ad organizzarsi quando, come e con chi si preferisce, in uno scontro diretto con ciò che ci opprime.

La costruzione della maxi-prigione ad Haren non potrà mai essere impedita solo con le parole. L’immaginazione, le idee, la perseveranza, la passione e gli atti di ciascuno e ciascuna possono per contro attizzare un incendio a cui nessun progetto di nessun bastione del potere potrà resistere. Continuiamo ad esplorare le strade, passiamo all’azione.

[Ricochets, n. 1, novembre 2014]

 

Ribelliamoci contro la maxi-prigione

Lo Stato belga vuole costruire un nuovo carcere ad Haren, a nord di Bruxelles. È previsto che diventi la più grande struttura detentiva del Belgio, una maxi-prigione, un vero villaggio penitenziario che raggrupperà cinque diverse carceri in un solo luogo. Come le altre nuove prigioni costruite in questi ultimi due anni, quella di Bruxelles sarà inoltre realizzata da un «partenariato pubblico-privato». Ciò significa che la sua costruzione e gestione sono interamente in mano ad imprese private, e che lo Stato l’affitta a tali aziende per 25 anni, dopo di che diventerà infine una sua proprietà. Non occorre cercare troppo lontano per comprendere gli interessi economici giganteschi che questo progetto rappresenta.

Questa maxi-prigione sarà anche la prima in Belgio in cui sarà possibile rinchiudere tante persone (il complesso conterrà 1200 celle), fra uomini donne e bambini. Un tribunale interno al carcere permetterà inoltre di limitare gli spostamenti di detenuti al minimo indispensabile.

La costruzione di questa atrocità è la ciliegina sulla torta del «master plan» concepito da uno dei precedenti governi e che prevede la costruzione di circa nove nuove carceri, in ogni angolo del paese. Questo progetto viene spacciato alla popolazione come la risposta ultima al sovraffollamento e alla marcescenza avanzata di certe carceri, come un grande passo verso una reclusione più umana, più attenta al reinserimento dei detenuti. Una tale mossa era per il potere quasi inevitabile, dato che il mondo carcerario da qualche anno è tormentato da evasioni, da sequestri di secondini, da proteste, da piccoli e grandi ammutinamenti. Per di più le condizioni di detenzione hanno generato diversi interventi internazionali che hanno bacchettato lo Stato belga. Vogliono quindi farla finita con disordini, rivolte e attenzioni internazionali. Ma tutto questo discorso di umanizzazione, estratto dal cappello in tempi di presunta crisi per far sì che la popolazione accetti l’enorme esborso di denaro destinato alla reclusione, è ovviamente una stronzata assoluta. Non è che un rivestimento contemporaneo per qualcosa di molto antico; il potere che affila sempre più le sue armi repressive per mettersi al sicuro, per difendere se stesso, per preservare le sue mire di maggior controllo e repressione.

Attualmente in Belgio viene investito denaro in svariati modi nella giustizia. Non ci sono soltanto migliaia di nuove celle, c’è anche l’estensione del sistema del braccialetto elettronico, il domicilio coatto, le pene di lavoro, le multe, ecc. Per lo Stato, non si tratta di umanizzare le sanzioni, bensì di estenderle a tutti coloro che oggi trovano ancora delle scappatoie e riescono a sottrarsi alle grinfie della giustizia. Aumentando notevolmente la capacità delle carceri e ampliando le possibilità di pene alternative, vuole darsi tutti i mezzi possibili per avere un maggior controllo della società, per poter punire ancora più persone e rinchiuderle in una galera, nel proprio domicilio, al lavoro o strangolate dai debiti.

E i potenti hanno capito più che mai che la realizzazione di tutto ciò non passa unicamente per le costruzioni tradizionali dell’apparato repressivo. Se osserviamo la città di Bruxelles, vediamo che la maxi-prigione non è il solo progetto con l’obiettivo di controllare le persone, di determinarne in differenti maniere il comportamento, d’influenzarne e di delimitarne la vita quotidiana. Fino agli angoli più remoti della città, i progetti che lo testimoniano spuntano come funghi: dalla costruzione di nuovi commissariati all’installazione di più telecamere di sorveglianza, passando per una presenza rafforzata di poliziotti nelle strade. Dall’estensione del quartiere europeo alla creazione di una rete di trasporto pubblico estremamente controllata per condurre i lavoratori che non abitano in città rapidamente ed efficientemente fino ai posti di lavoro. Dalla costruzione di templi sempre più grandi dedicati al consumo, alla creazione di nuovi alloggi costosi nei quartieri più poveri per realizzare una «pulizia sociale». Tutte queste brillanti invenzioni non sono altro che strumenti col solo scopo di mantenere le persone nei propri ranghi o di forzarle a rientrarvi e di etichettare, umiliare, scacciare e rinchiudere chi non può o rifiuta di farlo consapevolmente. La nuova maxi-prigione ad Haren e la ristrutturazione urbana a Bruxelles sono le due facce della stessa medaglia.

Quasi due anni fa, venivano distribuiti i primi volantini che esprimevano una opposizione radicale alla costruzione del carcere ad Haren, collegando direttamente questo ennesimo progetto repressivo dello Stato alla lenta ma sicura trasformazione della città in una grande prigione a cielo aperto. Da allora, è nata una lotta che ha conosciuto molte iniziative ed intensità differenti: volantini, manifesti, scritte, presidi, occupazioni, manifestazioni, sabotaggi, azioni dirette. Tutte iniziative che respirano un’attitudine antipolitica, e sono un invito a ciascuno e a ciascuna per passare anche all’attacco, in conflitto diretto coi potenti e i loro piani. Esse rivendicano anche l’autonomia della lotta, incoraggiando ad organizzarsi quando, come e con chi si preferisce, in uno scontro diretto con ciò che ci opprime.

La costruzione della maxi-prigione ad Haren non potrà mai essere impedita solo con le parole. L’immaginazione, le idee, la perseveranza, la passione e gli atti di ciascuno e ciascuna possono per contro attizzare un incendio a cui nessun progetto di nessun bastione del potere potrà resistere. Continuiamo ad esplorare le strade, passiamo all’azione.

[Ricochets, n. 1, novembre 2014]