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“La biotecnología es el experimento más descontrolado que hayamos hecho nunca” Jeremy Rifkin

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Jeremy Rifkin es un hombre elegante. Elocuente, preciso y seguro de sí mismo, inicia su discurso con un panorama de futuras catástrofes, cada una de ellas acompañada por el estribillo: “¿y quién va a pagarlo?”. La pregunta queda en el aire, pero una se tranquiliza al saber que este economista estadounidense ha asesorado a varias compañías aseguradoras. Convertido en demiurgo frente al reto tecnológico, sus libros El fin del trabajo y El siglo de la biotecnología, ahora publicados en España, le han valido una notable audiencia. Mientras coge el ordenador para que se le hagan las fotos advierte que no lo usa: el tiempo que le toma escribir a mano se acopla mejor al ritmo de sus pensamientos. Esta paradoja ilustra su mensaje sobre los tiempos que corren.
El título de su anterior libro es El fin del trabajo. ¿Esto significa la vuelta al paraíso o que finalmente las máquinas nos dejarán sin puestos de trabajo?
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Excerpts from Nikos Mazotis’ Statement to the Athens Criminal Court

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First, I do not intend to pretend to be the ‘good guy’ here when I was forced to come. I will not apologize for anything, because I do not consider myself a criminal. I am a revolutionary. I have nothing to repent. I am proud of what I have done. The only thing I regret is the technical error that was made so the bomb didn’t explode, so that my fingerprint was found on it later and I ended up here. This is the only thing I repent.
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I distruttori di macchine

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 Christian Ferrer

Il codice insanguinato

Fin dai tempi antichi la forca è stata considerata una pena ignominiosa. Se si medita sulla sua familiarità strutturale con la gogna si comprende perché sia ubicata sullo scalino più alto riservato alla denigrazione di una persona. Ad essa accedevano i bassi strati sociali delinquenziali o refrattari: a chi non piegava le ginocchia gli si piegava la testa con la forza.
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Horst Fantazzini, 1999

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“… e nell’89 sono uscito per la prima licenza. Al momento il mio fine pena era il 2010 con … diciamo nell’89 avevo 21 anni scontati circa e altri 21 da scontare. Ho avuto la mia prima licenza, la prima volta sono rientrato, ho avuto la seconda, la seconda sono rientrato, e le cose, diciamo così, si stavano mettendo a posto, avevo richiesto il lavoro, per l’articolo 21 … non l’articolo 21, la semilibertà proprio queste cose qua. Però quando sono stato in licenza ho trovato dei compagni che erano in carcere con me all’epoca, durante il periodo delle lotte, e in questo periodo, quando ero fuori, erano in semilibertà – di giorno erano fuori, lavoravano, e la sera tornavano in carcere. E mi fecero un’impressione penosa, cioè pensai: “noi che abbiamo passato una vita a cercare di distruggere le carceri, di uscire dalle carceri, ora suoniamo il campanello per entrare”. E ho avuto, come dire, questa crisi personale e ho deciso di non rientrare. Mi sembrava una contraddizione, dico: “vada come vada, questo, la scelta di essere io a diventare il mio carceriere, non la posso fare”. E non sono rientrato…”

Horst Fantazzini, 1999

Il male minore

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Dominique Miséin

 

Alcuni anni or sono, in occasione di una scadenza elettorale, un celebre giornalista italiano invitò i propri lettori a turarsi il naso e a compiere il proprio dovere di cittadini, recandosi a votare per il partito allora al potere. Il giornalista era ben consapevole che all’olfatto della gente quel partito emanava il fetore di decenni di putridume istituzionale — soprusi, corruzione, malaffare — ma la sola alternativa politica disponibile sul mercato, la sinistra, gli sembrava ancor più nefasta. Non rimaneva quindi che turarsi il naso e votare per i governanti già al potere.
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